TIZIANO TERZANI.
...
.
...
UN ALTRO GIRO DI GIOSTRA.
...
.
...
Parte 3.
...
.
...
2004. Longanesi & C. Editore, Corso Italia, MILANO.
ISBN 88-304-2142-1.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
...
.
...
Indice di questa parte.
...
.
...
HONG KONG.
Nel regno dei funghi.
...
.
...
INDIA.
Il Senzanome.
Il teatro fa guarire.
Un miracolo tutto per me.
Il medico per i sani.
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
HONG KONG.
...
.
...
NEL REGNO DEI FUNGHI.
...
.
...
La storia, almeno da lontano, era di quelle che non potevo lasciarmi scappare. Un vecchio 
miliardario cinese di Hong Kong sera impegnato a usare la sua ricchezza per fare allumanit, prima di morire, un regalo deccezione: una cura contro il cancro. 

Dopo anni di ricerche e sperimentazioni il farmaco era pronto. Si trattava dellestratto di un fungo che i cinesi hanno sempre considerato miracoloso e che fin dallantichit compare nelle raffigurazioni di alcuni dei, specie degli Otto Immortali. 

Scrissi a Mangiafuoco per chiedergli cosa pensava dei funghi, e la sua reazione fu positiva. 

Occupatene.  un soggetto affascinante, mi rispose. Siamo in tanti a considerare i funghi un 
regno a parte, nel senso che non sono veri e propri vegetali e non sono ovviamente animali. Sono 
appunto funghi, un mondo a s, con grandi poteri terapeutici conosciuti da secoli. E ogni fungo ha le sue caratteristiche, le sue propriet. Non dimenticare che la prima penicillina  stata estratta da l. 

Hong Kong  stata per me una seconda patria. Ci ho vissuto otto anni. Conosco tanta gente, ho 
molti amici, ma arrivandoci decisi di concentrarmi sul fungo e di evitare tutto il resto. Non telefonai a nessuno, non mi feci vedere allFCC, il Club dei Corrispondenti Esteri, e andai ad alloggiare in una cameretta per studiosi di passaggio alla Hong Kong University. Quella  una zona della citt che ha subito meno cambiamenti del resto e conserva ancora un po dellatmosfera romantica della vecchia Hong Kong, latmosfera del romanzo e del film Lamore  una cosa meravigliosa. 

La mattina, appena prima dellalba, le stradine del quartiere in salita verso il Peak si riempivano di quel bel quieto popolo di anziani cinesi, uomini e donne, che sembrano aver trovato nelle varie forme del tai ji quan la lotta contro le ombre, la perfetta ginnastica per il corpo e lanima. Era il grande momento di pace della giornata. 

Vedere il miliardario fu facile. Mi fece andare in un suo ufficio in Central, il cuore commerciale 
dellisola, da dove gestiva altri suoi affari. Il posto era spoglio quasi come la cella di un frate, senza alcun 
segno di quella pacchianeria a cui di solito i miliardari non sanno resistere. Lui, ottantenne, era alto e 
magro, con una faccia qualunque, ma una certa dose di sincerit. 

Non vogliamo fare i soldi, vogliamo solo curare la gente mi disse come volesse ribattere a 
unobiezione che non avevo fatto. La vita  tutto un dare e un prendere. Io alla societ ho preso tanto. 
Ora  il mio momento di restituire, prima di andarmene. 

Lo feci soprattutto parlare di s, e i dettagli di quel che lui aveva preso alla societ e di come lo aveva 
preso non fecero che abbellire ai miei occhi la storia del suo fungo. Il miliardario era nato povero nella 
regione del delta dello Yangtze, al tempo in cui la Cina era agitata da lotte intestine e dissanguata dai 
signori della guerra. Era cresciuto a Shanghai durante loccupazione giapponese. L aveva lavorato 
durante la Seconda Guerra Mondiale e poi durante quella civile. Tutta la sua esistenza, come quella di 
milioni di altri cinesi, era stata una continua lotta per sopravvivere. 

Lui aveva avuto fortuna. Aveva fatto i suoi primi soldi importando dalla Germania gli aghi per le 
macchine da cucire dellindustria tessile; poi le macchine stesse. Nel 1949, dinanzi all'avanzare delle 
truppe comuniste di Mao, era scappato con poco o nulla a Hong Kong e aveva puntato tutto su due 
prodotti che pensava avrebbero avuto un grande futuro: i detersivi e i vermicelli pronti. Era soprattutto 
grazie a questi ultimi, di cui parlava come se ne avesse sempre una ciotola fumante sotto il naso, che 
aveva fatto la sua considerevole fortuna. 

Il vecchio miliardario nellanimo era un commerciante, ma non un imbroglione, e quando, parlando 
del fungo, gli chiesi come fosse possibile che, con tantissimi tipi di cancro, ognuno sensibile a un 
diverso trattamento, il suo estratto potesse essere la cura per tutti, la sua risposta fu netta. No. Lestratto 


non era una vera e propria cura. Era solo un coadiuvante; qualcosa che rafforzava il sistema 
immunitario, utilissimo da prendere durante la radioterapia o la chemioterapia. 

Insomma, la storia della cura miracolosa, appena esaminata da vicino, si era gi sgonfiata. Lasciai 
per che il vecchio me la raccontasse di nuovo e alla fine non risult meno interessante, specie perch il 
miliardario aveva per il suo estratto di fungo lo stesso appassionato entusiasmo che aveva per i suoi 
vermicelli. In fondo erano due prodotti che facevano star bene lumanit. 

Lestratto era il risultato di due vicende parallele che a un certo punto si erano, per caso, incrociate. 
Una lo riguardava personalmente. 

A met degli anni Ottanta, la figlia del suo pi grande amico, un altro dei grandi tycoon di Hong 
Kong, si ammala. La fanno vedere in vari ospedali del mondo, ma la diagnosi  sempre la stessa: una 
leucemia incurabile. Il nostro miliardario non si d pace e promette allamico di fare limpossibile per 
aiutarlo.  convinto che nellenorme farmacopea della millenaria tradizione medica cinese debba pur 
esserci, magari dimenticata, accantonata dalle medicine occidentali, unerba, una pianta in grado di 
curare malanni come la leucemia. Manda in Cina alcuni suoi emissari; lui stesso ci va a varie riprese in 
cerca di quella risposta, ma non trova nulla. 

Pi o meno nello stesso periodo si svolge a Shanghai unaltra vicenda. Un anziano biologo, 
professore in ununiversit secondaria, viene ricoverato per un calcolo renale in un ospedale riservato ai 
quadri del partito. Le camere sono a due letti e lui si ritrova accanto a un importantissimo funzionario 
comunista operato di cancro. Quello gli racconta che i soli ad avere un rimedio contro il suo male sono 
i giapponesi. Usando un particolare fungo, che originariamente cresceva in Cina, i giapponesi hanno gi 
preparato unefficace medicina, ma le quantit sono ancora minime e la formula ancora segreta. 

Un fungo cinese? Quale? 

Uscito dallospedale, il biologo si mette al lavoro cercando di identificarlo. In Cina ci sono pi di 
1300 specie di funghi. Per arrivare a quella giusta occorrono anni di ricerche e grandi finanziamenti. Il 
biologo scrive alla sua universit, al governo di Shanghai, a quello centrale di Pechino, ma nessuno gli 
d ascolto, n tanto meno gli offre dei soldi finch il miliardario di Hong Kong viene a sapere del 
suo progetto, lo incontra e gli mette a disposizione la sua ricchezza. 

I risultati arrivano presto. Il fungo col pi alto contenuto di una sostanza considerata anticancro 
viene identificato.  lo yun zhi, il Fungo delle Nuvole. Il miliardario, convinto di aver trovato la 
soluzione, spinge il biologo a produrne un primo estratto, lo d alla figlia dellamico, ormai senza altre 
speranze, e quella pare ne venga miracolata. Sopravvive. 

Miliardario e biologo si impegnano allora in un progetto a lungo termine per dare allestratto una 
credibilit scientifica, per produrlo su larga scala e metterlo a disposizione dellumanit. 

Parlandomi il vecchio insistette molto sul fine filantropico di quellimpresa che ormai andava avanti 
da quasi quindici anni, ma era chiaro che nel progetto Fungo delle Nuvole cera anche unimportante 
componente nazionalistica. Sia il miliardario che il biologo sapevano che la millenaria tradizione medica 
cinese aveva sofferto moltissimo a causa dellinfluenza occidentale e col loro estratto anticancro 
speravano di ridare orgoglio e forza a quella tradizione. 

Alla fine dellOttocento erano arrivate in Cina frotte di missionari stranieri. Le grandi fondazioni 
americane, come la Rockefeller, avevano costruito e gestito sia a Pechino sia in altre citt ospedali 
completamente loro, marginalizzando prestissimo quelli locali dove si praticava la medicina 
tradizionale. Llite cinese era diventata sempre pi dipendente dai medici occidentali e lo stesso 
governo di Chiang Kaishek aveva finito per mettere praticamente al bando la medicina locale, 
considerata troppo primitiva. Furono i comunisti a riscoprirla e fu Mao a dire, con una delle sue 
semplici e memorabili espressioni, che anche in questo campo la Cina doveva camminare su due 
gambe. 

A Hong Kong, colonia per oltre centocinquantanni, la medicina ufficiale  stata fin dagli inizi nelle 
mani dei medici usciti dalle universit inglesi e il progetto Fungo delle Nuvole includeva certo anche il 


desiderio di ridare prestigio alla ricerca e al lavoro dei non colonizzati. Il vecchio miliardario sentiva 
forte questa necessit e non a caso mi parl di un altro suo piccolissimo, ma significativo progetto: far 
mettere in musica alcune poesie della dinastia Tang cos che i giovani avessero qualcosa di pi 
sostanzioso e pi cinese per le loro serate al karaoke. 

Era chiaro che al vecchio non piaceva come stavano andando le cose, n a Hong Kong, n in Cina. 
Il suo stesso mondo degli affari era diventato, disse, senza scrupoli e per proteggere il suo estratto 
aveva dovuto creare unAssociazione della Salute a cui aveva dato formalmente il monopolio del 
prodotto. Quello che temeva era che degli speculatori facessero incetta dellestratto per diluirlo, 
aumentarne le quantit e venderlo poi a prezzi esorbitanti. Al momento il solo modo per ottenerlo era 
diventare membri della Associazione -gi 20.000 persone lo avevano fatto -e comprarlo attraverso 
quella. 

LAssociazione aveva anche aperto tre centri di consultazione per i casi che la medicina occidentale 
considerava difficili o incurabili. Per i meno abbienti le consultazioni erano gratuite. Al fine di gestire 
questi centri il vecchio aveva cercato a Pechino un buon medico tradizionale, ma non era stato facile 
trovarlo. Anche in Cina, con la generale corsa al danaro senza riguardo per nientaltro, non cera da 
fidarsi di nulla e di nessuno, disse. Cerano agopunturisti che si dicevano tali dopo solo un paio danni 
di studi, invece che, come avveniva un tempo, dopo almeno un decennio di pratica con un grande 
maestro. Quanto ai medici, molti avevano dubbie qualificazioni e pochissimi si dedicavano ai lunghi 
studi dei testi classici col solo atteggiamento possibile, quello del monaco. Lui per alla fine aveva avuto 
fortuna. Aveva trovato una donna che si era formata a Pechino secondo la vecchia maniera e laveva 
fatta venire a Hong Kong per due anni. Era lei che vedeva i pazienti e decideva le dosi di fungo 
necessarie a ogni singolo caso. 

Gli dissi che lavrei incontrata volentieri visto che il mio interesse per il fungo era anche molto 
personale. Il vecchio miliardario cap. Lui stesso ne prendeva una dose quotidiana, disse. Mi avrebbe 
fissato un appuntamento con la dottoressa per il giorno dopo. 

Prima di salutarmi chiam il suo segretario e mi fece membro a vita dellAssociazione. Con quella 
tessera avrei in ogni momento avuto la priorit sullacquisto dellestratto e uno sconto speciale del 10 
per cento. 

La sede principale dellAssociazione della Salute, mi aveva spiegato il segretario, era a pochi passi 
dalla fermata Tsimshatsui della metropolitana. Dovetti cos affidarmi a quel moderno e per me poco 
ispirante mezzo di trasporto che in pochi minuti attraversa sottacqua lo stretto di mare fra lisola di 
Hong Kong e la terraferma, rinunciando alla ventosa e rinfrescante traversata con il traghetto, lo Star 
Ferry. 

Per quelli della mia generazione, cinesi o stranieri, lo Star Ferry con i suoi battelli verdi e neri, i 
marinai allantica con le uniformi blu e le golette bianche, le panche di legno dallo schienale aggiustabile 
a seconda della direzione della traversata, lodore doceano, la vista sulla baia e sulle giunche dalle vele 
incerate resteranno il simbolo del fascino perduto della vecchia colonia inglese. La metropolitana che 
lha soppiantato  molto pi veloce ed efficiente, ma  una metropolitana: soffocante, senza lodore 
della natura e senza la vista sul mondo, uno dei mille esempi di come luomo si immiserisce la vita 
pensando di migliorarsela. 

La metropolitana di Hong Kong  cos perfetta che anche nel tratto in cui il treno corre profondo 
sotto il mare i telefonini non perdono il segnale e mi venne un gran ridere quando quelli di tutta la 
gente pigiata attorno a me continuarono a squillare. Pi che in una metropolitana alle due del 
pomeriggio, mi sembr di essere in una grillaia nel pieno della notte. 

Il segretario mi aveva detto di prendere la scala delluscita B2 e avrei visto ledificio della clinica 
dinanzi a me. Seguii le istruzioni, ma la prima cosa che, uscendo allaperto, mi vidi davanti furono tre 
grosse tartarughe che, legate per i piedi, penzolavano, vive, sopra un calderone fumante di un negozio 


di medicine cinesi. 

Un tempo quella vista mi avrebbe lasciato indifferente, lavrei trovata esotica. Vivendo fra i cinesi 
avevo imparato che si pu mangiare tutto quel che si muove e, cercando di imitarli, non mi ero fermato 
dinanzi a niente, fosse la carne di un cane, di un serpente e una volta, durante un viaggio nella provincia 
dello Yunnan, persino quella di un bel pangolino che vidi scotennare dinanzi a me. Ma come si pu 
cambiare nella vita! 

Dopo anni dIndia, dove, se non altro per osmosi, ero diventato vegetariano, ora trovavo indecente 
che quelle tre povere bestie venissero tenute l a soffrire, solo per fare pubblicit al brodo nero di quelle 
gi bollite, versato nei bicchieri di vetro allineati sul bancone del negozio. La gente passava, beveva, 
pagava e ripartiva. Un bicchiere lequivalente di un euro. Non troppo per un ricostituente raro, un 
toccasana contro le emorroidi e certo, come ogni altra pozione cinese, un afrodisiaco. 

Ledificio dove si trovava la clinica dellAssociazione era dallaltra parte della strada. Un minuscolo 
ascensore mi port al quinto piano. Il segretario del miliardario mi aspettava per presentarmi alla 
dottoressa Li Ping. 

La donna era un prodotto della vecchia Cina socialista. Uno degli ultimi. Semplice, senza trucco, 
testa tonda, capelli leggermente grigi tagliati alla maschietta, indossava maglione e pantaloni neri sotto 
un impeccabile camice bianchissimo e inamidato. Da studente aveva certo portato luniforme blu di 
Mao e le treccine. I conti grosso modo tornavano. Aveva circa cinquant'anni, per cui doveva essere 
stata un piccolo diavolo rosso durante la Rivoluzione Culturale e doveva essere entrata nel prestigioso 
Istituto di Medicina Tradizionale Cinese di Pechino quando il Grande Timoniere era ancora in vita e in 
quella scuola venivano ammessi solo i giovani bravi e di buona fede comunista. Qualcosa di quel 
mondo le era rimasto nel portamento e nella modestia del suo apparire. Allanulare aveva una fede 
doro, al polso un orologio, non un gioiello, solo uno strumento per guardare lora. 

Mi ricevette in un piccolo ambulatorio. Laria era piacevolmente appesantita dallodore balsamico 
delle erbe e delle cortecce che tre giovani ragazze tagliavano e pestavano nei mortai della farmacia 
dietro un divisorio di vetro. 

Ci sedemmo su due sgabelli. Luno dinanzi allaltra, vicinissimi come se i nostri corpi dovessero 
comunicare. La donna mi chiese cosa cera che non andava, come mi sentivo. Prese appunti di tutto 
quel che dissi. Si interessava molto a come avevo reagito alla chemioterapia e alla radioterapia. Avevo 
avuto febbre, prurito, vomito? Mi erano comparse delle macchie sulla pelle? Poi mi prese la mano 
destra, lappoggi, rivolta verso lalto, sulle sue ginocchia e con una lente di ingrandimento si mise a 
osservare con grande accuratezza ogni dettaglio. 

No. Non leggo il suo destino mi rassicur. Guardo lo stato della sua salute. Ogni variazione nel 
corpo produce una variazione nelle mani. 

Nelle mani? 

S. Guardi qui, disse indicando con una grappetta per la carta il monte che c fra la linea della vita 
e il pollice. Guardi. Ci sono delle formazioni come dei minuscoli cubetti di tofu.17 Questo vuol dire 
che il suo stomaco  debole. 

Cerc ancora e mi fece notare che la linea della vita finiva in un triangolo. Ecco, questo vuol dire 
che lei ha avuto un problema coi reni disse. 

Dove? A destra o a sinistra? chiesi io, sorpreso di questo dettaglio di cui non le avevo parlato. 

Questo non posso dirlo. Vedo solo che c un problema con i reni rispose. 

Ma come  possibile? Queste righe sono quelle con cui sono nato, mentre il problema coi reni lho 
avuto solo di recente insistetti. 

Ci sono mutamenti nelle linee della mano che avvengono nel giro di sette giorni; altri, pi lenti, che 
si rivelano nel giro di sette mesi. 

Poi, sempre puntando la grappetta per la carta e guardando nella lente, disse: 

17 Il tofu, una pasta fatta con i fagioli di soia,  un ingrediente base di ogni dieta vegetariana e per questo viene chiamato la carne dei campi. 


Se la linea della vita finisse in questo punto, vorrebbe dire che la sua vita  gi stata tutta vissuta. 
Invece la linea continua, per cui lei ha ancora molto da vivere. S, ancora molto. 

Gir la mia mano e guardando il dorso disse che cominciavo ad avere problemi con le coronarie. 
Niente di grave per ora, niente che potrebbe essere reperito da un esame di tipo occidentale, ma 
qualcosa a cui prepararsi. Le sue coronarie stanno cominciando a indurirsi. 

Nellindice not un minuscolo porro che io non avevo mai visto. Ogni volta che ci sono problemi 
con i denti, anche con un solo dente, ecco che compaiono questi segni. 

Mi prese i polsi e si concentr a lungo. Disse che il battito era leggero e che il mio qi era debole. Mi 
guard la lingua e disse che sotto il velo bianco cerano due spaccature, altro segno di un disequilibrio 
nello stomaco. Mi osserv a lungo le orecchie e anche l, non so dove o come, vide una stagnazione 
del sangue nello stomaco. 

Mi esamin il collo, segu la linea dei linfonodi come avrebbe fatto un medico occidentale, e arriv 
alla diagnosi: la mia condizione generale era buona, ma avevo una debolezza del qi e un disequilibrio 
che andava risolto. 

Secondo lei, quel che i medici occidentali avevano fatto con me finora era giusto. Si trattava ora di 
integrare la loro terapia con delle medicine cinesi. Lestratto del fungo era ideale, disse, per alzare il mio 
qi. Potevo prenderne tre pasticche al giorno e continuare eventualmente anche per anni perch non 
cera alcun pericolo di effetti secondari. 

In bella calligrafia cinese scrisse una ricetta e la pass alla farmacia. Lintera visita era durata 
mezzora. Per quella e per la prima mandata di medicine, sufficienti per un mese, pagai lequivalente di 
centoventi euro. 

Rividi il miliardario ancora un paio di volte e lui mi fece incontrare due scienziati suoi collaboratori 
che lavoravano al progetto. Come sempre, imparai da ognuno qualche cosa, ma niente cambi 
limpressione di fondo che mi ero fatta, cio che quella del fungo era una bella storia, specie se vista da 
lontano. Il miliardario mi present anche il giovane figlio del biologo di Shanghai e lui s, a proposito 
del fungo, mi raccont qualcosa di importante: una vecchia leggenda popolare. 

Una volta, tanto tempo fa, cera un serpente bianco che voleva diventare un bella donna. Per 
diventarlo bisognava che qualcuno se ne innamorasse e questo non era facile. Un giorno per un 
giovane vide il serpente, lo prese con s e disse di amarlo. Immediatamente il rettile divenne la bella 
donna che voleva essere, i due si sposarono e vissero felicemente assieme. Ma un monaco buddhista, 
geloso di quella unione, decise di separare i due e si mise a raccontare in giro che la donna serpente era 
in verit un diavolo. 

Quando il giovane marito rimase seriamente ferito in un incidente, il monaco disse che era stata lei a 
volerlo ammazzare. La donna era disperata, ma era la sola a poterlo salvare. Lei sapeva che in cielo 
cresceva un fungo miracoloso, chiamato appunto il Fungo delle Nuvole, capace di curare ogni male. 
Come donna per lei non poteva andare in cielo. Allora, per amore, torn alla sua forma originaria e, 
come fulmine, il serpente del cielo, guizzando fra le nuvole, riusc a procurarsi uno di quei funghi 
miracolosi che crescevano solo lass e a portarlo in terra. Il giovane marito guar immediatamente e il 
fungo, grazie alla donna serpente, si riprodusse restando a disposizione degli uomini. 

Il monaco, pi geloso che mai, tese un tranello alla donna. La fece prigioniera, la chiuse in una 
cassetta delle elemosine e la seppell nella citt di Hangzhou. Perch nessuno landasse mai a liberare, 
sulla cassetta costru una pagoda, diventata poi famosa: la Pagoda di Lei Feng. 

Quando limperatore di Giada venne a sapere che il monaco si era occupato di cose che non lo 
riguardavano e della sua perfidia, ordin che fosse arrestato. Il monaco and allora a nascondersi l 
dove nessuno lo avrebbe mai trovato: nella pancia di un granchio che vive nelle risaie. E l rimase, 
odiato da tutti i cinesi che ancora oggi, quando mangiano uno di quei crostacei, vanno a guardare 
dentro la corazza e, sotto la membrana che resta dopo aver tolto la carne, lo vedono in una piccola 


escrescenza che pare davvero limmagine di un vecchio monaco impaurito.18 

Al tempo in cui mi occupavo di indovini e di veggenti, a Hong Kong avevo incontrato un cinese, 
agente di Borsa, che mi aveva spiegato come leggere il destino delle persone in base ai tratti dei loro 
volti. Il mio computer si ricordava il suo numero di telefono e provai a chiamarlo. Mi sorprese trovarlo 
e ancor pi sapere che, come me, non si occupava pi di fisionomie, ma di come curarsi un cancro. 

E il fungo del miliardario? gli chiesi. 

S, ne aveva sentito parlare. Uno dei tanti, aggiunse. 

Propose che ci incontrassimo per fare assieme un giro del vecchio mercato delle erbe e dei fiori nel 
quartiere di Mongkok. Fu unesperienza illuminante. A ogni passo qualcuno aveva da offrire qualcosa di 
speciale arrivato dalla Cina e capace di guarire questa o quella malattia. Un tale, che vendeva soprattutto 
rose, aveva fra i tanti vasetti di plastica una strana pianta che faceva come delle piccole pannocchie di 
granturco, ognuna con una barba di fili verdissimi, ottima, disse, contro il diabete. Un altro offriva dei 
semi neri e lucidi come dei piccoli teschi di bufalo con tanto di coma, ottimi per il cancro ai polmoni. 
Un altro aveva una piantina dalle radici tonde a forma di alveare, ottime, disse, contro il cancro al seno. 
Luomo disse che quella pianta cresceva solo vicino alle cascate dacqua. 

Ma la cosa pi strana che lamico mi port a vedere era un mezzo verme, mezzo fungo, il cui nome 
in cinese significa insetto dinverno, erba destate. Nei mesi freddi, in una zona montagnosa della 
Cina, c un verme che va in ibernazione sotto terra. Un fungo gli nasce accanto, entra nel verme, si 
nutre della sua carne e a primavera germoglia con foglie verdi che danno sul nero. Quella combinazione 
parassitaria, disse lamico, era ritenuta magica e le foglie erano, secondo lui, unottima medicina per il 
cancro ai reni. Lui era stato operato di questo; sera poi messo a studiare i vecchi testi di medicina 
cinese e aveva scoperto che secoli prima quella pianta era considerata un toccasana per tutte le malattie 
dei reni. Il problema, disse, era il suo costo: un chilo di quelle foglie veniva a pi di mille euro. E andava 
presa in grandi quantit per essere efficace. Lui era arrivato a cinquanta grammi al giorno, una trentina 
di piantine cotte a lungo al vapore in un recipiente di terra chiuso. Bisognava poi bere linfuso e 
mangiare quel che restava. Disse che allinizio quella pozione gli provocava una grande tosse, ma era 
solo perch ripuliva i polmoni. 

Lui aveva ormai tutto un giro di amici che faceva uso di quella pianta e si aiutavano a vicenda a fame 
arrivare regolarmente un rifornimento dalla Cina. Aveva sentito dire che la pianta cresceva anche nel 
regno del Buthan, che la stessa famiglia reale la usava e che qualcuno stava pensando di fame una 
piccola industria. 

Una sera il vecchio miliardario volle che cenassi con lui e la sua famiglia e mi invit in uno dei 
famosi ristoranti di Wellington Street, quelli coi maialini di latte arrostiti appesi allingresso a sgrondare 
il grasso e, esposte sulla strada come fossero acquari, le vasche di vetro con dentro, vivi, i migliori pesci, 
gamberi e aragoste ad aspettare che un cliente, passando, dica: Quello! e la bestia venga pescata e 
cotta secondo lordinazione. 

Non  vero, come sostengono alcuni, che sia stata la Bibbia col suo divino invito alluomo a 
moltiplicarsi nel mondo su cui lui, solo lui, ha il dominio a creare la violenza carnivora della razza 
umana. I cinesi sono arrivati alla stessa violenza senza la Bibbia, e per millenni questa di cucinare con 
raffinata tortura ogni animale  stata parte della loro cultura, una parte fra laltro che nessun regime e 
nessuna ideologia politica hanno mai osato sfidare. 

Guardavo quei bei pesci muoversi nellacqua, guardavo i maialini appesi agli uncini e pensavo a 
come, a parte la miseria e la fame, luomo ha sempre trovato strane giustificazioni per la sua violenza 
carnivora nei confronti degli altri esseri viventi. Uno degli argomenti che vengono ancora oggi usati in 
Occidente per giustificare il massacro annuo di centinaia di milioni di polli, agnelli, maiali e bovi  che 

18 Nel 1924 la famosa pagoda di Hangzhou croll e Lu Xun, il grande scrittore di Shanghai, che si ricordava la leggenda raccontatagli da sua 
nonna, pubblic un brevissimo commento dicendosi entusiasta che la donna serpente fosse finalmente libera mentre il cattivo monaco sarebbe 
restato prigioniero nella pancia dei granchi fino allestinzione della loro specie. Ben gli sta! 


per vivere si ha bisogno di proteine. E gli elefanti? Da dove prendono le proteine gli elefanti? 

Largomento con cui un amico cerc di convincere Gandhi ad abbandonare la tradizione 
ortodossamente vegetariana della sua famiglia fu dello stesso tipo. Gli disse che gli inglesi erano capaci 
con pochi uomini di dominare milioni di indiani perch mangiavano carne. Questo li rendeva forti. Il 
solo modo di combatterli era di diventare carnivori come loro. Una notte allora i due amici vanno in 
riva al fiume e per la prima volta Gandhi mangia un boccone di carne di capra, tradendo cos la fede dei 
suoi genitori e della sua casta. Ma sta malissimo. Non digerisce e ogni volta che cerca di addormentarsi 
gli pare di sentire nello stomaco il belare della capra mangiata, come racconta nella sua autobiografia. 

In tutta la sua vita Gandhi non tocc pi un pezzo di carne, neppure nei suoi anni da studente in 
Inghilterra dove tutti gli dicevano che senza carne non avrebbe potuto resistere al freddo. 

Io, per cultura, non mi ero mai chiesto se ero vegetariano o meno. A casa mia, da ragazzo, mangiar 
carne era normale, se potevamo permettercela. Succedeva di solito alla domenica. Quando Angela e io 
arrivammo in India nel 1994 eravamo ancora tutti e due carnivori e per un po continuammo a esserlo. 

Una volta alla settimana un musulmano si presentava alla porta di casa con una impeccabile valigia 
dalla quale tirava fuori dei pacchi sanguinolenti con filetti e bistecche di manzo. Poi un giorno Dieter, 
lamico fotografo tedesco, indicandomi per strada un branco di vacche attorno a un deposito di 
spazzatura, intente a mangiare sacchetti di plastica, scatole di cartone e giornali, disse: Ecco quel che 
mangi con la bella carne del tuo musulmano. E pensa al piombo di tutta quella carta stampata! 

Aveva assolutamente ragione. Pur permettendosi di macellare le mucche che gli ind ritengono 
sacre, il nostro musulmano non aveva certo uno speciale pascolo di erba fresca dove mandare le sue 
vittime e quel che ci portava erano pezzi delle malaticce mucche di strada alimentate di rifiuti. 

La molla a smettere fu quella. Poi, col passar del tempo, mi son reso conto che, non considerandoli 
pi come cibo, cominciavo a guardare gli animali diversamente da prima e a sentirli sempre di pi come 
altri esseri viventi, in qualche modo parte della stessa vita che popola e fa il mondo. La sola vista di una 
bistecca ormai mi ripugna, lodore di una che cuoce mi d la nausea e lidea che uno possa allevare delle 
bestie solo per assassinarle e mangiarsele mi ferisce. 

Il modo perfettamente razionale in cui noi uomini alleviamo gli animali per ucciderli, tagliando la 
coda ai maiali perch quelli dietro non la mordano a quelli davanti, e il becco ai polli perch, 
impazzendo nella loro impossibilit di muoversi, non attacchino il vicino,  un ottimo esempio della 
barbarie della ragione. 

Ma anche la verdura  vita! mi sento dire dagli accaniti carnivori, sordi a ogni argomento, come se a 
cogliere un pomodoro si facesse soffrire la pianta come a strozzare un pollo, o come se si potesse 
ripiantare una coscia dagnello nel modo in cui si ripianta il cavolo o linsalata. Le verdure sono l per 
essere mangiate. Gli animali no! Il cibo pi naturale per luomo  quello prodotto dalla terra e dal sole. 

Il miliardario non arrivava. Io guardavo i maialini e chiedevo, fra me e me, a chi li avrebbe mangiati: 
Avete mai sentito le grida che vengono da un macello? Bisognerebbe che ognuno le sentisse, quelle 
grida, prima di attaccare una bistecchina. In ogni cellula di quella carne c il terrore di quella violenza, il 
veleno di quella improvvisa ultima paura dellanimale che muore. Mia nonna era, come tutti, carnivora, 
se poteva, ma ricordo che diceva di non mangiare mai la carne appena macellata. Bisognava aspettare. 
Perch? Forse i vecchi come lei sapevano del male che fa mettersi in pancia lagonia altrui. Perch 
quella che chiamiamo eufemisticamente carne sono in verit pezzi di cadaveri, di animali morti, morti 
ammazzati. Perch fare del proprio stomaco un cimitero? 

Angela continua a mangiare carne, se le capita. Per me  impossibile. Ma non  pi una questione di 
salute, di non ingurgitare il piombo dei giornali ruminati dalle vacche di strada.  un problema di 
morale. Ecco un piccolo, bel modo per fare qualcosa contro la violenza: decidere di non mangiare pi 
altri esseri viventi. 

Finalmente il miliardario con le due figlie e altri invitati arrivarono, interrompendo la mia solitaria e 
inutile difesa di quei poveri pesci che ancora per un po avrebbero nuotato nellacqua fresca. 


Il direttore ci venne incontro guidandoci verso una saletta privata dove era stata gi imbandita una 
larga tavola tonda. Bisbigliai nellorecchio del direttore che ero vegetariano. Conosceva il caso: che non 
mi preoccupassi. 

Sedendoci, la figlia minore del miliardario, che mi fu piazzata accanto, sembr scontenta della 
apparecchiatura che era stata preparata perch alle bacchette davorio e al cucchiaio di porcellana 
aggiunse subito due telefonini accesi che ogni tanto parteciparono alla nostra conversazione. Mi accorsi 
che il vecchio, come me, non ne era molto contento, ma anche lui con tutta la sua ricchezza non poteva 
fermare londata devastante delle novit. 

Fu lui a dirmi che il giorno dopo si inaugurava in uno dei centri commerciali della Cina comunista a 
Hong Kong la prima grande fiera della medicina tradizionale. Mi sugger di andare a dare unocchiata 
mettendomi in guardia contro i prodotti non sempre genuini o sperimentati che sarebbero stati in 
vendita. 

Ci andai. In unenorme sala illuminata a giorno cerano, allineati su varie file, decine e decine di 
piccoli chioschi con dentro vecchi quadri del partito riciclati, alcuni anche goffamente, in businessmen, 
giovani yuppie di Shanghai e ufficiali in servizio dellEsercito di Liberazione, anche loro a presentare 
qualche nuovo prodotto farmaceutico delle forze armate e delle varie loro imprese commerciali. 
Lintera sala era un bellesempio di tutto quello che la Cina  diventata: affarista, praticona e, come 
aveva suggerito il vecchio miliardario, poco affidabile. 

Nel giro di unora avevo le tasche piene di biglietti da visita e di campioni di tante diverse medicine, 
tutte per grosso modo mirate su due problemi: curare il cancro e aumentare la potenza maschile. 

Credetti di essere il solo straniero presente in quella sala, quando ne vidi un altro che collezionava 
tutto il materiale possibile. Disse di essere un esperto di medicina cinese e di insegnare in ununiversit 
inglese, ma secondo me era l a spiare per conto di qualche grande societ farmaceutica occidentale che 
non voleva perdere la possibilit di mettere le mani su uneventuale vera scoperta. 

Parlammo per un po e alla fine gli chiesi se i cinesi avessero inventato qualcosa che fosse pi vicino 
a una cura del cancro di quanto la medicina occidentale aveva a sua disposizione. 

Niente. Non c niente, mi rispose. Ma ci sono ottimi integratori. 

Fu uscendo da quella fiera che, da un edificio vicino, vidi sciamare un gruppo di cinesi 
completamente diversi da quelli che avevo appena lasciato. Questi erano pallidi, magri e in qualche 
modo invasati. 

Chi siete? mi venne spontaneo chiedere. 

Falun Gong. Falun Gong, risposero in coro. 

Avevano appena concluso una riunione internazionale di due giorni per la condivisione delle 
esperienze. 

Avevo letto del Falun Gong, un movimento mistico, fondato nel Nordest della Cina da Li Hongzhi, 
un ex funzionario comunista, nel 1992, ma gi con alcuni milioni di seguaci in tutto il paese. Sapevo che 
il governo di Pechino li aveva presi di mira per una delle pi dure repressioni, che i servizi di sicurezza 
comunisti avevano accusato gli adepti di appartenere prima a una organizzazione illegale, poi a un 
culto diabolico, sapevo che decine di migliaia erano stati arrestati, che molti erano stati torturati, alcuni 
assassinati, altri fatti sparire nei manicomi criminali, ma non avevo mai avuto contatti diretti con loro. 
Chiesi di parlare con qualcuno che mi spiegasse la loro posizione. 

Che andassi la mattina dopo al giardino pubblico di Kowloon a fare gli esercizi con loro, mi 
risposero. 

Lasciai la mia camera alluniversit alle cinque e mezzo del mattino. Era buio pesto, ma nel silenzio 
si sentivano gi le voci e ogni tanto le risate di quelli che andavano su per la collina a fare i loro esercizi: 
il bel popolo dellalba che poi sarebbe scomparso nellanonima folla del giorno che stava per 
incominciare. 

Un taxi mi port alla stazione della metropolitana e con quella, sfrecciando sotto terra e sotto il mare 


della baia, in quindici minuti ero allingresso del parco di Kowloon. I seguaci del Falun Gong si 
ritrovavano in uno spiazzo di cemento attorno a grandi vasi di fiori. Restai da una parte a osservarli. 
Arrivavano, si toglievano le scarpe, stendevano per terra un piccolo telo di plastica, dei giornali, ci si 
sedevano sopra nella posizione del loto e, a occhi chiusi, si concentravano. 

Una donna, evidentemente incaricata dal gruppo, mise su uno dei vasi da fiori un registratore e fece 
partire una cassetta di musica cinese con una voce che, lenta e suadente, guidava i movimenti. La donna 
si accorse della mia presenza, mi fece entrare nel gruppo e si dedic a insegnarmi i vari esercizi da fare 
prima in piedi, poi seduto. Erano molto simili a quelli del qi gong: mani sopra la testa, poi allaltezza 
degli occhi, poi davanti alla pancia a reggere limmaginaria palla del mondo. 

Gli esercizi durarono pi di mezzora, poi i circa duecento partecipanti, fra cui molte donne e alcuni 
stranieri, si divisero in gruppi a leggere dalle opere del Maestro Li. Ogni gruppo una lingua: mandarino, 
cantonese, inglese. Un gruppetto leggeva in svedese. Erano i dodici delegati venuti da Stoccolma a 
condividere le esperienze. Il responsabile era un meccanico di una centrale nucleare. Aveva sentito 
parlare per la prima volta del Falun Gong da unagopunturista; si era convertito e aveva fatto tradurre 
tutti gli scritti del Maestro Li. Disse che in Svezia cerano gi alcune centinaia di seguaci. 

Mentre i vari gruppi discutevano di quel che avevano letto, la donna che ovviamente era stata 
incaricata di aiutarmi a capire il Falun Gong venne a sedersi accanto a me. Era come tutti gli altri, 
semplice, modesta, non appariscente. La signora Hui aveva sui quarantanni, il marito era un ingegnere 
impiegato dal governo di Hong Kong. Cominci col regalarmi due libri del Maestro. Volli pagarli, ma 
fu impossibile. Fra noi non pu esserci scambio di danaro disse. 

La signora Hui era praticante da solo due anni. Aveva sentito parlare del Falun Gong da unamica. Si 
era procurata un libro, lo aveva letto e con quello la sua vita era cambiata. Improvvisamente aveva pi 
vitalit, pi spirito. Prima era cristiana, ma non era mai riuscita, mi raccont, a praticare quel che la 
religione predicava. Ama il prossimo tuo come te stesso. Impossibile farlo da cristiana, disse. Ora, col 
Falun Gong, le era facile. 

E perch? 

Perch essere praticante del Falun Gong vuol dire innanzitutto assimilare le caratteristiche del 
mondo per entrare in armonia con quello rispose. Armonia  la legge delluniverso. La cosa pi 
semplice  la pi grande e cosi dicendo, fece con le mani il gesto di una piramide e indic la vetta, 
come un punto di arrivo, dove tutto si concentra. La semplicit  la nostra forza. Per questo noi siamo 
capaci di progredire molto pi rapidamente di quelli che perseguono altre vie. Non abbiamo una 
organizzazione, non una lista dei membri. Non abbiamo uffici, non abbiamo funzionari o sacerdoti. Il 
nostro modo di comunicare  il passaparola; al massimo il cellulare. Ognuno  libero. Tutto quel che 
facciamo  volontario. Il governo cinese dice che siamo gi in cento milioni. Non so se sia vero, ma 
anche questo non conta per noi. Noi non siamo attaccati a nulla. 

Le chiesi come si spiegava la durezza con cui il regime di Pechino li trattava. 

I comunisti ci perseguitano perch hanno capito che non facciamo solo degli esercizi fisici. Hanno 
capito che ci interessa il mistero delluniverso, che vogliamo uscire dal tempo e dallo spazio. I 
comunisti credono solo in ci che vedono e ci odiano perch hanno capito che noi vediamo al di l 
delle cose, che noi viviamo in altre dimensioni. 

La signora Hui mi spieg che in tutte le loro dimostrazioni, spesso improvvise e silenziose anche nel 
centro di Pechino, quel che chiedevano era la libert di fare i loro esercizi in pubblico e la libert di 
stampare le opere del Maestro Li. Gi avevano dovuto spostare da Hong Kong a Singapore la loro casa 
editrice dopo che la colonia inglese era tornata sotto il controllo della Cina comunista. Ma anche 
questo, disse, non li preoccupava. Niente, mi assicur, li avrebbe fermati. 

La civilt umana sta attraversando un momento di grande crisi. Il solo modo di uscirne  che pi 
gente possibile pratichi il fa, la legge dell'armonia universale. Noi che gi la pratichiamo pensiamo di 
raggiungere lilluminazione in questa vita, cos da non dover rinascere, ma questo  qualcosa che non 


diciamo in pubblico altrimenti la gente ci prende per matti. Eppure la verit  che se siamo qui oggi  
perch in varie vite precedenti abbiamo cercato, abbiamo provato, e che finalmente siamo alla meta. Il 
nostro Maestro Li ci aiuta tantissimo in questo.  lui che ci ha dato gli strumenti e indicato la 
soluzione. 

Feci notare alla signora Hui che il Maestro Li era un ex funzionario comunista di basso rango, che, 
forse preoccupato da quel che aveva scatenato in Cina, nel 1996 era scappato in America dove ora con 
moglie e figlia viveva tranquillamente dei proventi delle sue opere, unaccozzaglia di antiche idee 
taoiste, vecchie pratiche esoteriche, di buddhismo e tanta ignoranza. Non si faceva vedere, non dava 
interviste, non mandava istruzioni ai suoi seguaci. Era come se lui stesso avesse chiuso col Falun Gong. 

Il signor Li in quanto uomo non ci interessa. Ci interessa in quanto maestro mi rispose, per niente 
offesa. Quanto ai libri sono un punto di partenza. Quel che conta  la pratica: regolare, quotidiana. Il 
fine  ripulirsi di ogni negativit e cos dicendo, fece il gesto di qualcosa di sporco che le usciva dalla 
pelle e saliva verso il cielo. Il fine  alzare lo standard morale dellumanit. 

Cera qualcosa di patetico, ma anche di commovente in quella donna. La signora Hui rifletteva 
uninquietudine che ormai conoscevo, linquietudine di tutti quelli che, come lanestesista di New York 
diventato sufi del Kashmir, vogliono aggiungere qualcosa di grande alle loro piccole vite, qualcosa che 
non si pu comprare, ma solo conquistare, qualcosa che non  del mondo della materia, ma dello 
spirito. 

Per giunta, nelle moderne societ di oggi, in cui ognuno vive sempre pi separato e diviso dal 
proprio vicino, diventa attraente appartenere, essere coinvolto assieme ad altri in un progetto di 
dimensioni globali. Nel fenomeno del Falun Gong c poi da considerare quella che a mio parere  una 
delle pi grandi tragedie del nostro tempo: la fine della civilt cinese, prima ferita a morte dal 
materialismo marxista, poi azzerata da quello ancor pi devastante dellattuale capitalismo di rapina. 

La vecchia Cina era una complessa societ tenuta assieme da valori confuciani di ordine e gerarchia 
dai quali per un uomo poteva sempre fuggire battendo i sentieri mistici del taoismo e del buddhismo. 
La nuova Cina di ora non conosce valori, tranne quelli del danaro e dellegoismo. Persino quei pochi 
valori socialisti che il maoismo aveva cercato di seminare si sono seccati. Il Falun Gong  anche la 
reazione a questo e non fu un caso che la signora Hui, per farmi un esempio di come lei stessa era 
migliorata praticandolo, mi parl di qualcosa a cui la Cina non aveva rinunciato per millenni: lamor 
filiale. 

Nella societ cinese, disse, i vecchi hanno sempre vissuto coi giovani, ma io, essendomi 
occidentalizzata, volevo la mia libert e non volevo che mia madre, rimasta vedova, venisse a vivere 
con me. Pensavo che la mia vita privata fosse un tesoro da difendere. Ma un giorno, dopo aver 
cominciato a praticare il Falun Gong, mi sono resa conto che quel tesoro non valeva nulla, che non 
dovevo rimanerci attaccata e ho deciso di prendere mia madre con me. Questo mi costringe ogni 
giorno a rianalizzare me stessa. 

Fra le tante cose del Falun Gong mi interessava il rapporto dei praticanti col loro corpo e con la 
malattia, perch era da l che anche loro erano originariamente partiti. 

Li Hongzhi era diventato il Maestro cominciando a tenere corsi di qi gong per mantenersi in salute e 
durante le sue prime lezioni nel 1992 aveva toccato e guarito varie persone di diverse malattie. Poi 
per aveva annunciato che non lavrebbe pi fatto. Voler guarire, aveva detto, era il modo sbagliato di 
avvicinarsi al Falun Gong. Era una forma di attaccamento e come tale da superare. 

S. Il Maestro ci insegna a non dare importanza alle malattie, mi spieg la signora Hui. Anche se 
abbiamo dei sintomi ci insegna a trascurarli. In tutti i malati i sintomi sono gli stessi, ma il nostro 
atteggiamento nei confronti di quei sintomi  diverso. E questo  ci che conta. 

Sette mistiche come il Falun Gong hanno da sempre fatto parte della vita cinese, specie in tempi di 
mutamenti e di disorientamento. Queste sette, solitamente esoteriche e segrete, hanno avuto spesso un 
importante ruolo politico, sono state allorigine di grandi ribellioni, come quella dei Taiping 


nellOttocento, e proprio per questa loro forza che non conosce ragione sono sempre state temute dalle 
autorit al potere. La setta del Fiore dOro, ad esempio, era diventata cos influente che il governo 
imperiale di Pechino nel 1891 fece massacrare 15.000 adepti come monito agli altri di non immischiarsi 
negli affari di Stato. 

Il testo sacro di quella setta, che interess moltissimo lo psicologo Carl Jung e a cui certamente il 
Maestro Li si  ispirato per certe sue teorie, sarebbe stato portato originariamente in Cina dai primi 
cristiani nestoriani e si sarebbe arricchito in seguito di elementi confuciani, buddhisti e soprattutto 
taoisti. Tutto  transitorio veniva insegnato agli adepti, tranne il Fiore dOro che cresce nel terreno 
interiore del distacco dalle cose del mondo. 

In ogni periodo di grande crisi i cinesi hanno fatto fiorire in mezzo a loro qualcosa che ravvivasse la 
speranza nel valore dello spirito. Il Falun Gong mi pareva avere lo stesso senso nellattuale, confusa 
situazione del paese. 

Li guardavo, i praticanti del parco di Kowloon, ripiegare i loro teli di plastica e metterli 
ordinatamente nei loro zainetti; li osservavo riaccendere i loro telefonini e ripartire per unaltra, normale 
giornata di vita nella Hong Kong di oggi. Erano semplici, forse un po persi, ma erano determinati, 
disposti persino al martirio e per questo erano temuti dai comunisti che credono solo nella forza della 
materia. 

Alla fine della visita a Hong Kong quel che pi mi rimase sotto la pelle era quel che non avevo 
cercato: la gente del Falun Gong. Mi aveva commosso la loro determinazione, al limite la loro follia. Sul 
fungo avevo indagato troppo, avevo posto troppe domande e avuto troppe risposte, avevo troppo 
socializzato col miliardario e la sua gente e, visto da vicino, lestratto miracoloso mi parve una delle 
tante, a volte ottime, cose cinesi che possono fare bene a tutto o a nulla. 

Ma non avevo perso il mio tempo. Anche lestratto del Fungo delle Nuvole era tuttaltro che inutile 
e, tornato a casa, detti la provvista di tre mesi, che avevo comprato con lo sconto di membro a vita 
dellAssociazione della Salute, a un amico che proprio in quel momento aveva bisogno di speranza. 

Gli raccontai la storia come lavevo sentita da lontano, pi la leggenda della donna serpente e del suo 
amore, e sono sicuro che quelle capsule rosse, in tante boccettine ben sigillate, coperte di scritte cinesi, 
a lui fecero un gran bene. 

Quanto a me ora ne avevo davvero abbastanza di cercare nuove medicine ed ero contento di dover 
stare per tre mesi fermo in un posto lontano da tutto. Lappuntamento che avevo ora era col Swami nel suo ashram a Coimbatore.
...
.
...
INDIA.
...
.
...
IL SENZANOME.
...
.
...
Sapevo che quando fosse toccato a me parlare, quella era loccasione per scrollarmi di dosso un 
grande peso. Non avevo nulla di terribile da confessare. Dovevo solo presentarmi, ma avevo deciso di farlo senza riferirmi in alcun modo allio che ero stato e questo mi sembr una liberazione. Il mio nome, il mio lavoro, la mia nazionalit, tutto quello a cui un tempo sarei ricorso per definirmi, non mi parevano pi miei. Non mi riconoscevo pi in quei pezzi didentit. Mi ci sentivo intrappolato. Certo: erano parte della vita che avevo fatto, la vita di cui avevo goduto, ma erano anche i pezzi della vita che mi aveva portato prima alla depressione, poi al resto, e il lasciarmi tutto alle spalle per avviarmi verso qualcosa di completamente nuovo era un vero sollievo. 

Il nuovo era gi cominciato e accidenti se era diverso da tutto quello che era stato mio fino ad allora! 

Ero shisha (uno che merita di studiare) in un ashram (eremo) nel Sud dellIndia; vivevo in una 
cameretta spartanissima con una branda, un tavolino e uno sgabello di ferro; mangiavo con le mani, 
seduto per terra in un grande refettorio, da un piatto di acciaio inossidabile in cui, da grandi calderoni, 
mi venivano messe un paio di ramaiolate di una qualche pappa strettamente vegetariana; studiavo i testi 
sacri indiani; prendevo lezioni di sanscrito, la lingua originaria in cui da qualche millennio quei testi 
venivano tramandati, e, stonato come sono, cercavo di imparare a cantare gli antichi inni vedici e i mantra, le formule magiche con cui si invoca laiuto divino per superare gli ostacoli sulla via della Conoscenza. 

Ora si trattava di spiegare ai miei compagni shisha come ero arrivato l. Davanti a me ne avevo un 
centinaio: uomini e donne di tutte le et, i pi vestiti completamente di bianco, immobili nella posizione 
del loto, a guardarmi, ognuno sul proprio tappetino, in tante file parallele. Accanto avevo un vecchio 
magrissimo, completamente avvolto in una tunica arancione che gli copriva anche la testa, 
incorniciandogli il viso scuro e la lunga barba bianca: il Swami, il maestro, che avevo incontrato mesi 
prima al corso di Yoga e Suono in Pennsylvania. Stava raggomitolato su una poltrona e, rivolto verso la 
platea, sorrideva carezzandosi i piedi. Dalle finestre e dalle porte spalancate di quello stanzone 
auditorio in cui noi shisha passavamo gran parte delle giornate, soffiava il solito bel vento caldo della 
sera e, per evitare che il fruscio quasi metallico delle palme coprisse le parole di quelli che il Swami 
chiamava a presentarsi, cera un microfono. 

Avevo riflettuto su cosa dire ed ero consapevole del fatto che  impossibile identificare con 
esattezza le cause di ci che ci succede -e di quel che facciamo -perch mille e mille sono le 
indispensabili, irrintracciabili coincidenze di ogni singolo avvenimento. Certo, fra le ragioni immediate 
del mio esser finito in quellashram cerano il mio malanno, la voglia di capire meglio lIndia e quella di 
mettermi alla prova; ma soprattutto cera la convinzione che la nostra vita  una continua costrizione, 
che ci muoviamo costantemente entro i limiti stretti di ci che  scontato, lecito, decente; e che in 
fondo sul palcoscenico della societ recitiamo solo delle parti, finendo per giunta col credere di essere i 
personaggi della commedia e non gli attori. Volevo provare qualcosa di diverso. 

Anchio, pur con unesistenza pi insolita e avventurosa del normale, ero vissuto, come tutti, entro i 
limiti autoimposti del previsto. Per trentanni avevo fatto, da bravo, il figlio, il marito, il padre, lamico, 
il giornalista, il viaggiatore e altro. Quelli erano stati i ruoli, le maschere con le quali mi ero anche 
divertito. Ma io? E poi, quale io? Quello giovane, timido, che arrossiva e combatteva le lacrime e le 
emozioni? O quello poi maturo, giornalista internazionale, sempre un po stupito di essere preso sul serio dal mondo dei grandi a cui non mi  mai parso di appartenere davvero? Tanti io. Tutti per giunta mutevolissimi, impermanenti. E nessun io. Certo non pi uno col quale mi sentissi a mio agio. 

Ora volevo uscire da tutti quei ruoli, volevo saltare fuori dal cerchio stregato del conosciuto, 
scendere dal piedistallo delle certezze convenzionali. Volevo respirare senza maschera. Quel che un 
tempo mera parso importante non mi pareva pi tale e l'esserci corso dietro con tanta determinazione 
ora mi faceva semplicemente sorridere. 

Come attore avevo avuto successo, ma per istinto sentivo di non potermi fermare a questo. 
Dovevo andare avanti, continuare a cercare, come si dice, anche se non si sa esattamente cosa. Ma 
forse  proprio questo il punto, perch se si sapesse cosa cercare si rimarrebbe sempre nel conosciuto e 
non si scoprirebbe mai niente di nuovo. 

Allepoca ne ero solo vagamente cosciente, ma la ragione profonda che mi aveva portato allashram 
era laspirazione a fare un nuovo tipo di viaggio: un viaggio dentro e non fuori; un viaggio la cui meta 
non era un luogo fisico ma un posto della mente, uno stato danimo, una condizione di pace con me 
stesso e col mondo a cui agognavo ormai pi che a qualsiasi altra cosa. E l, in quella pace -lo sentivo 
istintivamente - stava anche la vera medicina per il malanno che mi affliggeva e forse anche per i diversi 
mali, fisici o meno, che affliggono oggigiorno tanti altri. 

Presi il microfono in mano e in un paio di minuti riuscii a spiegarmi. Dissi che se il fiume in cui si 
entra con un piede non  gi pi quello in cui si mette laltro -perch lacqua scorre via -, anche luomo 
che avevano dinanzi non poteva pi essere quello che solo qualche giorno prima era arrivato allashram, 
n tanto meno luomo di qualche mese, di qualche anno prima. Quelluomo non esisteva pi. Inutile 
allora cercare di parlarne. 

Dissi che non volevo pi ricorrere a chi ero stato come a una moneta di scambio, a quello che avevo 
fatto o non fatto come a una misura di grandezza o di semplice rispettabilit. Non volevo pi parlare di 
me al passato, ma solo al presente. Avevo speso la vita a cercare di farmi un nome. Ora volevo viverne 
una senza. Cercavo di non ripetermi, di diventare un altro. Mi rendevo conto che questa non era una 
impresa da poco e che avrei dovuto lavorare duro su me stesso. Per cominciare mi impegnavo a 
mantenere il silenzio: per una settimana non avrei parlato. Contavo sul loro aiuto. Che mi chiamassero Anam, il Senzanome. 

Restituendo il microfono al Swami, mi venne da ridere. Rise anche lui. Dalla platea degli shisha 
sentii venirmi addosso unondata di simpatia e questa non fece che aumentare il senso di leggerezza con 
cui lasciai la scena. Ebbi limpressione dessermi scaricato di dosso un sacco che per anni avevo portato 
sulle spalle e che solo ora scoprivo essere stato pieno di sassi e non di pietre preziose. LIo, che inutile 
peso! Mi ero davvero stancato del mio, di quella figura che dovevo sempre portarmi dietro e 
ripresentare al pubblico. Quante volte in aereo, in treno, a una cena in casa di un diplomatico o al 
ricevimento di un qualche ministro avevo dovuto, con una obbligatoriet a cui non sapevo sottrarmi, 
raccontare per lennesima volta i soliti, divertenti aneddoti della mia vita, spiegare perch da italiano 
scrivevo per un settimanale tedesco come Der Spiegel, perch ero stato arrestato in Cina o che cosa 
pensavo del paese in cui al momento vivevo! Il tutto per intrattenere qualcuno, per essere simpatico. 

Avevo tanto riso dei giapponesi con il loro io legato a ci che sta scritto sulle loro meshi, i biglietti 
da visita, in cui sotto al nome, e pi importante di quello, sono indicati il titolo e la posizione che 
occupano nella loro azienda. Io mi ero comportato esattamente allo stesso modo: per essere preso in 
considerazione, per non essere messo da parte presentavo anchio, recitato invece che stampato, il mio biglietto da visita: quella identit di me da cui sembravo cos tanto dipendere. 

Lidentit poi, come fosse un congegno delicato, richiedeva manutenzione, doveva essere lucidata, 
bisognava cambiarle lolio. Dellidentit andava curato ogni aspetto: la pettinatura, il vestito, il modo di 
presentarsi, di telefonare, di mantenere i contatti, di rispondere agli inviti. Nel mio caso anche il 
modo di cominciare un articolo! Vali quel che valeva il tuo ultimo pezzo, mi aveva detto ancora ai 
tempi del Vietnam lamico Martin Woollacott, collega del Guardian, e quel dover essere almeno 
allaltezza dellio dellarticolo precedente era diventata sempre pi una ossessione. Il tutto per 


mantenere un nome. Il nome, sempre il nome. Quante cose dipendono nella vita dal nome! Il nome 
nella lista degli ammessi, dei promossi, dei vincitori, dei passeggeri; il nome in prima pagina. Sempre quel nome, quella identit. Che fatica! 

Via. Tutto questo, via! Un altro po di inutile zavorra buttata a mare per affrontare meglio lultima 
traversata. A New York, per mano dei chirurghi avevo perso alcuni pezzi di me-corpo senza che io 
fossi scomparso. Ora io stesso mi toglievo altri pezzi: meno fisici questa volta. E che restava? Che restava di me senza il mio nome, la mia storia, senza quello a cui per una vita avevo cos assiduamente lavorato? 

Quella era la domanda di fondo per la quale eravamo tutti l. E il Swami fin dalla prima lezione 
aveva detto che la risposta cera e che lavremmo trovata nel Vedanta, la parte finale dei Veda, dedicata al S che non nasce e non muore, il S che resta immutabile quando tutto cambia, il S la cui esistenza non dipende dallesistenza di nientaltro. 

Quando tornai al mio posto, luomo che stava seduto alla mia sinistra si alz, spalanc le braccia e mi strinse a s con grande forza, chiamandomi: Anam-ji. Anam-ji.
.
In hindi, laggiunta di un ji al nome  un segno di rispetto. Quando in India ci si riferisce al Mahatma, ad esempio, si dice solitamente Gandhi-ji e nellashram ci si rivolgeva al Swami, o si parlava di lui, sempre chiamandolo Swami-ji.
.
Era un tipo carinissimo. Sui cinquantanni, piccolo, grasso, aveva una grande testa completamente 
pelata, occhi nerissimi e una lunga barba grigia, a punta, che gli arrivava sul petto. Come tanti altri 
brahmacharya, quelli che avevano preso i primi voti, era vestito tutto di bianco con un camicione e un 
dothi. Come me, sulle spalle portava un lenzuolo, anche quello bianco, da usare come scialle, cuscino, 
asciugamano o altro. Alla prima lezione, quando ognuno aveva dovuto scegliersi il tavolinetto di legno 
con le gambe pieghevoli di cui sarebbe stato responsabile, e il posto che poi sarebbe rimasto suo per i 
tre mesi del corso, io evitai le file al centro dellauditorio dove non avrei avuto appoggio per la schiena e 
andai a sedermi contro il muro. Lui maveva seguito e sera sistemato accanto a me. Ma non era 
tranquillo per, e dopo un po, gentilmente, mi aveva chiesto se potevo spostarmi di un metro. 

Vedi disse con lo sguardo rivolto in alto, verso una delle travi di cemento che reggevano il soffitto dellaula e che gli passava proprio sopra la testa, le energie cosmiche negative battono tutte l e mi cascano addosso. Qui non posso concentrarmi, non posso meditare. 

Matto? Non mi parve. Per spiegarmi meglio il problema mi fece notare che il Swami entrava 
nellaula sempre dalla porta nord (dalla parte delle energie positive!); che noi shisha usavamo la porta 
ovest (la parte delle energie neutre) e che non cerano aperture sulla parete contro la quale noi due ceravamo messi a sedere, quella est. 

Naturalmente mi spostai e grazie a quella storia di energie, Sundarajan divenne il mio compagno 
di banco. Ci si aiutava con le traduzioni dal sanscrito e a volte, saltando qualche attivit di gruppo, si 
andava assieme in cima al ripido poggio che stava al centro dellashram a goderci la vista. 

La storia di Sundarajan era piuttosto insolita. Nato in Malesia da una famiglia di indiani del Sud, 
emigrati alla fine dellOttocento per costruire le ferrovie coloniali inglesi, Sundarajan, ancora 
giovanissimo, a Kuala Lumpur si era innamorato di una statua: la statua di una dea nel tempio indiano 
del suo quartiere. Quello era stato il suo primo e ultimo amore e a quello era rimasto sempre fedele. Fin 
da ragazzo aveva fatto voto di castit. Avrebbe voluto diventare monaco, ma i doveri verso la famiglia 
glielo avevano impedito. Aveva dovuto studiare ingegneria e poi, per pi di ventanni, lavorare in una 
azienda specializzata nella installazione di impianti elettrici. Si era occupato persino di quelli nelledificio 
pi alto del mondo, le Torri Petronas, ma adesso aveva deciso di dedicarsi a un altro tipo di luce, 
come diceva. Dopo aver passato un anno in un centro di yoga nello Stato del Bihar, ora aspirava a 
prendere sanyasa, i voti di totale rinuncia al mondo, dal Swami. 

LIndia nella quale era venuto non era quella dei suoi antenati, ma quella della sua dea. Non voleva 
rintracciare le proprie radici, ma unirsi spiritualmente a lei e studiare il Vedanta, per tornare poi in Malesia e insegnarlo ad altri. 

Anchio, entrando nellashram, ero arrivato in unIndia particolare: non quella che i turisti vanno a 
fotografare, o quella che i giornalisti descrivono, ma lIndia di chi cerca, lIndia dei grandi miti, lIndia 
che ha dato allumanit lidea di dio e dello zero e tanto di quel che sta fra questi due estremi. Ero 
vissuto per anni a Delhi, ma, muovendomi nel giro della politica o al massimo della cultura, avevo 
sempre avuto la sensazione che mi mancasse qualcosa. E questo perch non mi ero mai seriamente 
interessato al fondo di tutto ci che  indiano: la spiritualit. Ero come un marziano che fosse arrivato 
nella Firenze di Dante e avesse preteso di capirla visitando ogni tanto qualche chiesa e ignorando i 
Vangeli. Ora invece mi avvicinavo al nocciolo dellIndia. Non studiandolo da solo, sui libri; non 
leggendone le definizioni di accademici occidentali ma nella maniera tipicamente indiana: andando a 
vivere con un guru. 

Guru20  una bella parola, purtroppo avvilita dalluso che se ne  fatto a sproposito in Occidente, 
dove ormai si parla dei guru della moda, della salute o del sesso. Gu in sanscrito significa tenebra, ru 
vuol dire cacciare, disperdere. Per cui il guru  colui che scaccia la tenebra, colui che porta la luce nel 
buio dellignoranza. Larancione del suo vestito ricorda appunto il colore della fiamma che risplende 
nelloscurit, la forza del fuoco che consuma la materia. 

LIndia? Ora cero dentro. Il mio guru si chiamava Dayananda21 Saraswati e io ero membro 
dellArsha Vidya Gurukulam, letteralmente la famiglia del guru della vera conoscenza, la conoscenza 
che discende dai rishi, coloro che vedono. 

Il posto era bello, a una trentina di chilometri da Coimbatore, la capitale dellindustria tessile nello 
Stato del Tamil Nadu. Ci ero arrivato con un taxi preso allaeroporto. La giornata era splendida e tutto 
era stato di buon auspicio. Sulla via dellashram ero passato dal centro di Coimbatore per procurarmi 
penne, quaderni e un paio di kurta pijama di khadi bianco, il cotone tessuto ancora oggi a mano dagli 
ultimi seguaci di Gandhi. Sul marciapiede avevo visto un uomo accucciato davanti a due gabbie di 
bamb con dentro dei passerotti. Aspettava che qualcuno glieli comprasse per liberarli e guadagnarsi 
cos del buon karma. Mi feci dare tutti quelli che gli restavano e detti loro il via, godendo del loro 
cinguettio e dei commenti della gente attorno. 

Il tragitto verso lashram, conversando con lautista, un laureato in matematica, fu il solito misto 
indiano di gioia e disperazione, bellezza e squallore. Per alcuni chilometri la strada travers una pianura 
punteggiata da asfissianti discariche di spazzatura e fabbriche di mattoni attorno alle quali erano 
cresciute luride baraccopoli dove si aggirava una massa di gente magra e sporca. La terra era riarsa e 
cosparsa di cumuli di sacchetti di plastica. Persino le erbacce non riuscivano a sopravviverci. 

In lontananza si stagliavano, nitide, azzurre, meravigliose, le Anaikatti Hills, le colline di Anaikatti. 
Un tempo tutta quella zona era coperta da una densa foresta. Nel poco che ne resta, mi raccont il 
tassista, abita ancora un popolo primitivo che si veste solo di foglie e ha per capo un re. La trib 
sopravvive raccogliendo le erbe selvatiche della foresta per conto di alcuni farmacisti ayurvedici. Il re  
lunico ad avere il diritto di parlare con la gente di fuori e se qualcuno entra nelle loro terre senza il suo 
permesso, viene cacciato via. Quelle zone, diceva il tassista, sono ancora piene di bestie selvagge e di 
tanti elefanti. Gi, gli animali domestici erano imponenti: lungo la strada, che ormai saliva e scendeva di 
collina in collina, incontrammo branchi di bellissimi buoi dalle alte coma. 

In una valle il tassista mi indic una grande tenuta completamente brulla. Fino a poco tempo prima 
era stata una bella foresta e la fondazione intitolata al grande ornitologo indiano, Salim Ali, laveva 
comprata per fame un santuario degli uccelli. Ma il proprietario, appena riscossi i soldi, laveva rapata a 
zero, tagliando e vendendo ogni singolo albero che ci cresceva. Ah, lIndia! 

Passammo davanti a un collegio di medicina ayurvedica e a un istituto di ingegneria. Poi, isolato in 
mezzo a una bella valle verde circondata da montagne sassose e alcuni picchi, venne lashram: un 
complesso di casette bianche fra alberi di eucalipto, un auditorio, una mensa e un tempio ai margini di 

20 Guru non  un titolo o una qualifica. Guru indica un rapporto. Per cui una persona  guru per i suoi discepoli, non  guru per tutti. Solo i 
discepoli si rivolgono a lui chiamandolo guru-ji, cos come solo il marito chiama moglie sua moglie e non quella di un altro. 

21 Il nome di tutti i sanyasin finisce in ananda per indicare che non hanno ormai altra meta che ananda, la completezza. 


un grande prato. Il tutto era dominato da un poggio in cima al quale si stagliava la sagoma di un altro 
piccolo tempio. 

La liberazione dei passerotti mi venne subito ricompensata. La camera che mi era stata assegnata era 
singola e la pi lontana dal centro dellashram. Era al margine di un boschetto, con la vista sulle 
montagne e su una fornace di mattoni. Proprio davanti, fra due alberi, era teso un filo su cui potevo 
mettere i miei panni ad asciugare. 

Mi abituai alla vita dellashram -e ad essere Anam -senza alcuno sforzo. Limpegno al silenzio mi 
aiut moltissimo. Non avevo occasione di cadere nella trappola delle conversazioni casuali, non dovevo 
dire niente tanto per dire. Potevo concentrarmi ad ascoltare e osservare tutto e tutti lasciando che i 
pensieri restassero tali, senza la necessit di tradurli in suoni, in parole. Mi bastavano, alla sera, prima di 
addormentarmi, alcune frasi da scrivere nel mio diario. 

La settimana senza parlare pass in un soffio, con i giorni tutti uguali, scanditi da un preciso ritmo 
che, con la sua regolarit, non lasciava spazio allansia delle scelte. Tutto era previsto, organizzato. 

La sveglia era alle quattro e un quarto. Il tintinnare di un batacchio contro un triangolo di ferro 
appeso a un albero rompeva il silenzio della notte ancora fonda. Mezzora dopo, nel patio davanti alla 
mensa venivano sistemati due bidoni pieni di t e latte bollente. 

Alle cinque nel tempio cominciava la grande puja, la cerimonia del lavaggio rituale delle statue al 
canto dei mantra. Alle sei e mezzo, nellauditorio al centro dellashram il Swami guidava mezzora di 
meditazione. Alle sette e un quarto cera la colazione, di solito a base di ceci lessi. Alle otto 
cominciavano le lezioni di Vedanta, sanscrito, canti vedici e Bhagavad Gita. Sola interruzione lora del 
pranzo -di nuovo ceci lessi e riso -e due pause per il t. Alle sei e mezzo di sera, quando il sole calava, 
glorioso, dietro le montagne, al tempio cera arati, la cerimonia del fuoco.22 Alle sette e un quarto la 
cena, coi soliti ceci lessi e riso, o semolino, a volte con laggiunta di yogurt. 

Alle otto, sempre nello stanzone-aula, si svolgeva satsang, letteralmente lo stare con la verit, la 
riunione in cui ognuno era libero di proporre il tema su cui discutere. Quella era lunica occasione in cui 
il Swami non stava in cattedra, cio seduto sui suoi talloni su un piccolo podio, ma si sedeva, sempre 
sui talloni, su una poltrona messa in mezzo agli studenti. 

Alle dieci il triangolo di ferro risuonava di nuovo. Tutte le luci si spegnevano e lintero ashram 
piombava nel buio, nel silenzio e per lo pi nel sonno. Era lora in cui, disteso fra le due finestre 
spalancate della mia cella, godevo dei fruscii e dei profumi che la brezza tiepida della notte indiana mi 
regalava. 

Le presentazioni dei vari shisha -eravamo in tutto centodieci -durarono una decina di giorni e 
occuparono gran parte delle riunioni del dopo cena. Fu un modo per farmi unidea di chi erano i miei 
compagni e delle ragioni che li avevano portati in quel posto isolato in mezzo alle colline di Anaikatti. 

Cerano giovani fra i trenta e i quarant'anni, di buona famiglia e buona formazione accademica; 
cerano ingegneri, un fisico nucleare e un pilota delle linee aeree indiane; cerano assistenti universitari 
che essendo gi brahmacharya, avendo cio fatto voto di celibato e con ci essendosi gi liberati di ogni 
possedimento e desiderio materiale, aspiravano ora a indossare labito arancione dei sanyasin, i 
rinunciatari, i mendicanti spirituali. Dopo altri anni di vita e di studio nel Gurukulam, avrebbero potuto 
diventare loro stessi swami, insegnanti. 

Cerano poi i vecchi, con alle spalle normali vite professionali, venuti allashram per familiarizzarsi 
con lidea della morte, convinti comerano che dopo questa vita sarebbero tornati a viverne unaltra non 
necessariamente umana, ognuno col proprio carico di meriti e demeriti - il karma - con cui fare i conti. 

Altri, specie le donne, erano l per dare un maggior senso alla propria esistenza spesa, in India ancor 
pi che altrove, in una rete di riti e doveri familiari e sociali, o in professioni come quella del medico, 

22 Nel corso della cerimonia vengono simbolicamente offerti agli dei i cinque elementi di cui  fatto tutto luniverso: il fuoco, lacqua, la terra, 
laria e letere. 


che lasciavano loro poco spazio per altro, specie per la ricerca spirituale. I medici, mi accorsi, erano 
fortemente rappresentati come se lessersi occupati dei fatti del corpo avesse reso ancora pi forte il 
loro desiderio di andare a guardare al di l di quel velo. Un po come era successo a me giornalista coi 
fatti del mondo. 

Alcuni shisha erano l invece di essere sul lettino di uno psicanalista (in India questi sono rari); altri 
cerano perch il ritirarsi dalla vita  parte della tradizione e speravano, con laiuto del Swami, di fare il 
salto che avrebbe permesso loro di liberarsi dalleterna ruota del nascere e del morire. 

Questo lo spiegarono bene, presentandosi, vari shisha: uno che era stato direttore delle poste, un 
cardiochirurgo e un elegante, piccolo, compunto signore che era venuto nellashram con la moglie e che 
parl anche a nome di lei. Lui era stato il primario pediatra di una citt nello Stato dellAndhra Pradesh, 
lei la direttrice della Scuola per Infermiere. Avevano tutti e due superato i sessantanni e, dopo una vita 
dedicata al lavoro e alla famiglia, avevano deciso di rivolgere lo sguardo su se stessi e di andare nella 
foresta assieme, come sta scritto nei testi sacri. 

Sempre la foresta! La foresta come cassaforte delle erbe, medicine del corpo; la foresta come luogo 
per la cura dellanima. Andare nella foresta: unidea vecchia come lIndia e che ancora fa dellIndia un 
paese a s finch anche qui non le avranno tutte tagliate, le foreste. 

Secondo la visione tradizionale indiana, la vita di un uomo  divisa in quattro stagioni precise e 
distinte, ognuna coi suoi frutti, i suoi diritti e i suoi doveri. 

La prima stagione  quella dellinfanzia e delladolescenza, il tempo dello studio in cui uno impara 
tutto quello che gli servir poi. La seconda stagione  quella della maturit in cui luomo diventa marito, 
padre, assume il proprio ruolo nella famiglia e con questo contribuisce al mantenimento e alla 
continuazione della societ. Questo  il periodo in cui  giusto e lecito perseguire desideri come la 
ricchezza, il piacere, la fama e la conoscenza del mondo. Dopo di questo, quando i figli diventano a 
loro volta mariti e padri, viene la stagione del distacco, dellandare nella foresta. Con questo ritirarsi 
luomo si lascia dietro gioie, preoccupazioni, successi, delusioni -tutto ci che  passeggero, che  
illusorio nella vita - per dedicarsi a qualcosa di pi reale, qualcosa di pi permanente. 

Ultima, se cos sceglie, viene la stagione in cui, ormai slegato da tutto, diventato un semplice 
mendicante, luomo si fa sanyasin e, vestito del colore del fuoco nel quale ha simbolicamente bruciato 
tutto quello che era dellio temporale, compresi i desideri, cerca ormai solo moksha, la liberazione 
definitiva dal samsara, il mondo dei mutamenti, loceano della vita e della morte. 

Moksha  la destinazione finale del viaggio di un sanyasin. Niente pi lo distrae da quella meta. 
Certo niente del suo passato, che viene simbolicamente dato alle fiamme in un funerale di cui lui 
stesso accende la pira per saltarci sopra e uscirne nuovo. Ora non  pi legato a niente, assolutamente a 
niente: non alla sua casta, non alla sua famiglia, non al suo nome. Neppure alla religione e ai suoi riti. La 
tunica arancione con cui si copre dopo quel funerale, non a caso,  fatta di un unico pezzo di stoffa, 
senza cuciture e senza nodi. Quando morir, il suo corpo verr buttato in un fiume anzich essere 
cremato come tutti gli altri, perch lui, il sanyasin,  gi passato attraverso le fiamme. 

Ogni passaggio dalluna allaltra stagione della vita  marcato formalmente da un rito nel corso del 
quale, come in ogni iniziazione, da una morte simbolica nasce la vita, dal vecchio nasce il nuovo. 

A suo modo, anche la societ occidentale moderna, perseguendo le sue mete -ormai tutte 
esclusivamente materiali -ha istituzionalizzato questo passaggio allultima stagione della vita: con la 
pensione. Dopo i sessanta o i sessantacinque anni uno smette di lavorare e viene pagato per andare a 
pescare, a dipingere o, molto pi spesso, per annoiarsi nel rimpianto di non essere pi quello che  
stato: il direttore, il capo reparto, lavvocato, il cassiere. A tanti capita cos di essere vittime di un infarto 
e di smettere definitivamente di essere qualsiasi cosa. 

Anchio avevo smesso di lavorare -il giornalismo non mi diceva pi nulla -, ma invece di godermi 
la pensione mi ero messo a cercare qualcosa che non era molto diverso da quel che cercavano i miei 
compagni: una qualche pace. Interiore. Il cancro mi aveva aiutato. Era stato la buona occasione. 


Finalmente potevo essere me senza il biglietto da visita. Potevo abbandonarmi senza ritegno alla mia 
vera indole e goderne. Perch non c dubbio: pi ci avviciniamo a quel che veramente siamo, pi 
siamo felici. A ogni et. Tutto sta nel sapere chi siamo. 

Purtroppo la nostra cultura -o meglio lindustria che ormai determina la cultura -ha mitizzato la 
giovent, ha trasformato let avanzata in una sorta di malattia e spinge i vecchi, poveretti, a essere 
diversi da quel che sono e a fare i finti giovani. Ma la vecchiaia non  necessariamente un male, n tanto 
meno il tempo dei rimpianti. Anzi. 

Per molti lassopirsi dello stimolo sessuale  una dolorosissima perdita, vissuta come unumiliazione. 
Per me era parte del mio diventare pi leggero. Quanto tempo ho perso a dibattere, a illudermi, a 
distinguere, a fantasticare, a dominare il dominabile, e alla fine a sublimare il tutto in fondo non per 
moralit, ma per paura della banalit del dopo. Tutto questo  ora superato, non  pi un problema. 
Meravigliosa, la vecchiaia! Unoccasione per riflettere, per fare quello che non si  potuto fare prima, 
compreso il pensare alla vita. Il decadimento fisico, il rallentare del nostro corpo, i malanni, la morte 
stessa possono essere visti con occhi diversi, possono essere usati per capire nuove cose, per aprire altre 
porte, per scoprire, sperimentare. 

Il mondo ci spinge continuamente a comportamenti standardizzati. Non dormi? Prendi il sonnifero! 
Ma perch? Forse  bello, forse  persino necessario, ogni tanto, stare svegli la notte e avere esperienze 
che chi dorme non ha. La notte  il momento degli incubi, ma anche delle visioni. La notte  misteriosa, 
ma proprio per questo  da conoscere, come volle fare persino il Sole in una vecchia storia indiana. 

Un uomo della Terra va a trovare il Sole. 

Come vanno le cose laggi? gli chiede il grande astro. 

Bene, mio Signore, tutti ti adorano. 

Tutti? Davvero? 

Be, Signore c una donna, solo una bellissima donna che non si rivolge mai a te con 
devozione. 

E chi ? 

Si chiama Notte. 

Il Sole  incuriosito. 

E dove sta questa donna? 

In India, mio Signore, dice luomo. 

Il Sole allora corre in India. Ma la donna, sapendo che lui sta per arrivare, scappa via, nellaltra parte 
del mondo. Il Sole la rincorre, ma lei  gi tornata in India. Il Sole va in India, ma lei Ed  cos che il 
Sole continua ancor oggi a inseguire quella bella donna senza raggiungerla mai. 

Ero matto, io? No. Ero solo vecchio, senza pi obblighi, e volevo essere quel che ho sempre voluto 
essere: esploratore. Non pi del mondo esterno -pi o meno quello lho conosciuto -, ma del mondo 
che da sempre i saggi di tutte le culture dicono essere dentro ognuno di noi. 

Luomo moderno pensa sempre meno a quel mondo. Non ne ha il tempo. Spesso non ne ha 
loccasione. La vita che facciamo, specie nelle citt, non ci fa pi pensare in grande, presi come siamo a 
correre in continuazione dietro a un qualche dettaglio, a una qualche piccolezza che ci fa perdere il 
senso del tutto. Me ne ero accorto, alla fine, nel mio stesso mestiere. Dovevo raccontare le guerre, ma 
non chiedermi perch, con tutto il progresso di cui luomo si vanta, le guerre sono ancora cos parte 
della sua esistenza e perch, quanto pi civili e progrediti sono i paesi, tanto pi investono enormi 
capitali per studiare nuove armi capaci di uccidere sempre meglio e di pi. 

E poi, fino ad alcuni anni fa, raccontare una guerra poteva servire, la gente si ribellava; un massacro 
commuoveva ancora. Oggi anche raccontare non serve pi. Ogni giorno ci sono nuove storie di 
massacri, ingiustizie, torture, ma ci si fa appena caso. Siamo sopraffatti. Pensiamo di non poterci fare 
nulla e cos tutti diventiamo sempre pi complici del pi semplice dei crimini: lindifferenza. 

Nessuno ha pi risposte che contano, perch nessuno pone pi le domande giuste. Tanto meno la 


scienza, che in Occidente  stata asservita ai grandi interessi economici e messa sullaltare al posto della 
religione. Cos  lei stessa diventata loppio dei popoli, con quella sua falsa pretesa di saper prima o 
poi risolvere tutti i problemi. La scienza  arrivata a clonare la vita, ma non a dirci che cos la vita. La 
medicina  riuscita a rimandare la morte, ma non a dirci che cosa succede dopo la morte. O sappiamo 
forse davvero che cosa permette ai nostri occhi di vedere e alla nostra mente di pensare? 

Eppure, grazie alla grande fiducia che abbiamo nella scienza, diamo ormai tutto per scontato. Si 
crede di sapere e non si sa. Ci si accontenta dunque di non sapere, convinti che presto si sapr. 
Qualcuno se ne sta certo occupando! La popolazione aumenta, esaurendo le risorse della Terra, lacqua 
innanzitutto? Sicuramente la scienza risolver anche questo problema. Milioni di esseri umani patiscono 
la fame in gran parte del mondo? Rimettiamoci alla modificazione genetica di certi semi che presto 
produrranno raccolti miracolosi e magari anche nuovi tipi di cancro. 

Viviamo come se questo fosse il solo dei mondi possibili, un mondo che promette sempre una 
qualche felicit. Una felicit a cui ci avvicineremo con un progresso fatto sostanzialmente di pi 
istruzione (che istruzione!), pi benessere, e ovviamente pi scienza. Alla fine dei conti tutto sembra 
ridursi a un problema di organizzazione, di efficienza. Che illusione! Ma  cos che ci siamo tarpati le ali 
della fantasia, che abbiamo messo il bavaglio al cuore, che abbiamo ridotto tutto il mondo al solo 
mondo dei sensi, con questo negandoci laltra met. 

Per i saggi, specie quelli indiani, il mondo visibile non  mai stato lintera realt, ma solo una parte. E 
nemmeno la parte pi importante, dal momento che  mutevole e sempre in balia del distruttivo 
scorrere del tempo. 

Eppure, a volte basta poco per rendersi conto anche del resto. Tagore, il grande poeta bengalese, lo 
dice con una semplice similitudine. Una sera  a bordo di una casa galleggiante sul Gange e al lume di 
candela legge un saggio di Benedetto Croce. Il vento fa spegnere la fiamma e improvvisamente la 
stanza  invasa dalla luce della luna. E Tagore scrive: 

La bellezza era tutta attorno a me, 
Ma il lume di una candela ci separava. 
Quella piccola luce impediva 
Alla bella, grande luce della luna di raggiungermi. 


La nostra vita quotidiana  piena di piccole luci che ci impediscono di vederne una pi grande. Il 
campo della nostra mente si  ristretto in maniera impressionante. Cos come si  ristretta la nostra 
libert. Quello che facciamo  soprattutto reagire. Reagiamo a quello che ci capita, reagiamo a quello 
che leggiamo, che vediamo alla TV, a quello che ci viene detto. Reagiamo secondo modelli culturali e 
sociali prestabiliti. E sempre di pi reagiamo automaticamente. Non abbiamo il tempo di fare altro. C 
una strada gi tracciata. Procediamo per quella. 

Nellashram non era cos. Si aveva il tempo di vivere con attenzione ogni momento. Ci si esercitava 
ad agire, non a reagire; a tenere allerta la mente, a essere consapevoli di ogni gesto. Delle zanzare mi 
ronzavano attorno agli orecchi? Facile reagire distrattamente, sovrappensiero, con una manata. Mi 
costringevo invece a non ucciderle. E mi piaceva. 

S, lashram era, per tanti versi, uno strano posto. Strano certo per me che, abituato da una vita a 
stare in mezzo alla gente e a scorrazzare per il mondo per raccontarne le storie e i mille problemi, 
improvvisamente mi ritrovavo l, isolato da tutto, senza radio, senza televisione, senza giornali, con un 
unico problema su cui riflettere, ora dopo ora, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana: Io, chi 
sono? 

I sassi non se lo chiedono. Non se lo chiedono le piante. E neppure gli animali, che per tanti versi 
sono gli esseri pi vicini a noi nel creato, sembrano domandarsi: Io, chi sono? Una mucca non cerca 


di avere unopinione di s, un corvo non si arrovella a capire che cosa lo distingue da una rana. Ma 
luomo? Luomo - disse il Swami per presentare il Vedanta -, luomo si  sempre interrogato sulla natura 
del suo essere. E da sempre  angosciato dallincertezza della risposta. 

La domanda nasce dallesperienza. Luomo si guarda attorno, vede il mondo e fa alcune 
considerazioni. La prima  che tutto ci che vede  fuori da lui. Il mondo gli appare come distinto da 
s, come qualcosa da cui si sente separato. Siccome tutto ci che vede  infinitamente pi grande di lui, 
luomo si sente misero, isolato, vulnerabile come una piccola onda che, intimorita dalla vastit 
delloceano, sogna solo di essere unonda pi grossa, pi possente per non venire schiacciata dalle altre 
onde. In questa percezione di due entit distinte -colui che vede e ci che viene visto, colui che 
conosce e ci che viene conosciuto - radicata la perpetua insoddisfazione delluomo. E la sua 
tristezza. 

La seconda considerazione che luomo fa  che il mondo esiste gi quando lui lo vede. Quel mondo 
poi  messo assieme in maniera cos intelligente che lui non pu esserne stato lartefice. Non pu 
esserlo stato suo padre, o suo nonno. Chi dunque? Luomo si mette allora in cerca del Creatore, in 
cerca di un dio, anche quello necessariamente fuori da s, capace daver fatto lintero universo, 
compreso luomo stesso. 

 cos che nascono le religioni, disse il Swami. 

Essendo un sanyasin da oltre mezzo secolo, il Swami era fuori dal mondo e con ci anche dalla 
religione. Lo stesso induismo -termine, disse, inventato arbitrariamente dagli inglesi -non era, secondo 
lui, una vera religione, ma piuttosto una filosofia di vita, per giunta non fondata da nessuno, senza un 
particolare libro sacro; una saggezza sedimentata attraverso i millenni. Tanto meno considerava il 
Vedanta una religione, ma uno strumento di conoscenza: la conoscenza della Realt. 

Nelle religioni, secondo il Swami, luomo finisce sempre per restare con una limitata visione di s, 
appunto perch tutto ci che lio percepisce  fuori dallio, e perch luomo prende per realt 
indiscutibile quella distinzione fra s e ci che percepisce e conosce. Esattamente come fa londa, che 
vede loceano come una cosa diversa da s. Eppure, appena londa si rende conto che  fatta dacqua, 
che le altre onde sono fatte dacqua e che loceano intero  solo acqua, il suo senso di inadeguatezza, di 
separazione svanisce. 

Cos  anche per luomo, diceva il Swami. Non appena luomo scopre che lui stesso  la totalit, che 
non c dualit -fra creatore e creato, fra chi vede e ci che  visto, fra se stesso e dio -, luomo si 
accorge anche che ci che gli appare come una esistenza separata, in realt non  tale, perch niente 
esiste indipendentemente dalla totalit. 

Il problema sono io, e io sono la soluzione. Capire questo  la vera liberazione: la liberazione 
dallillusione di essere una esistenza individuale, a s stante, per prendere coscienza della propria 
perfetta unit col tutto. Individualit significa solo limitazione. 

Il punto importante -diceva il Swami - che londa non ha bisogno di diventare loceano, deve solo 
rendersi conto di essere loceano. Si  quello che si . Non c da cambiare, c semplicemente da capire 
chi si . 

Ma come pu luomo fare questo salto di coscienza? Come pu lessenza delluomo, il S, 
riconoscersi nella Totalit? Ha bisogno di qualcuno che lo aiuti, che gli indichi la strada. Il S non pu 
conoscersi da solo. Da qui la necessit di un guru, di uno che rompe loscurit dellignoranza. La 
classica storia con cui da secoli in India si  fatta capire questa necessit  la seguente. 

In un Gurukulam ci sono dieci studenti. Un giorno decidono di andare in pellegrinaggio e uno di 
loro viene incaricato di essere il responsabile del gruppo. I dieci partono. A un certo punto devono 
attraversare un fiume. Il capo chiede se sanno nuotare. S, tutti. Arrivati sullaltra sponda, il capo li 
conta e con terribile sorpresa scopre che sono solo nove. Li conta di nuovo e la somma  sempre nove. 
Disperati, gli studenti si mettono a chiamare, a scrutare lacqua. Dov il decimo? Di lui non ci sono 
tracce, non il cadavere, non i vestiti, non un urlo, niente. Piangono, non sanno pi cosa fare, quando un 


vecchio che da lontano ha seguito la scena si avvicina al gruppo e dice: 

Non c ragione di essere tristi. Il decimo uomo non  andato perso. Il decimo c. 

Dove? Come? chiedono gli shisha. 

Il decimo  qui, ora, fra di voi. 

Gli studenti sono increduli. 

 qui e potete trovarlo senza fare un passo, insiste il vecchio. 

Il capo riprova. Puntando il dito al petto di ognuno dei suoi compagni, lentamente conta: Uno, due, 
tre otto, nove. Il vecchio punta il dito al petto del capo:  e dieci! Il decimo sei tu! dice. 

I ragazzi capiscono e proseguono nel loro pellegrinaggio. 

Il vecchio non ha fatto che indicare lovvio: colui che cerca  il cercato. Lui  il problema e lui  la 
soluzione. E la soluzione sta semplicemente nella scoperta di se stessi. Come nel caso dellonda, il capo 
non deve diventare il decimo studente, deve solo riconoscere di essere il decimo. 

Quando si nasce, si  ignoranti del S. Nel corso della vita accumuliamo tanta conoscenza, ma quella 
non ci aiuta a capire chi siamo perch  conoscenza che ci viene dai sensi, dalle deduzioni fatte in base 
alla percezione dei sensi. Tutta la conoscenza scientifica  cos, derivata dai sensi. Quale scienza si  mai 
chiesta chi  luomo? Quale microscopio, quale telescopio ha mai guardato nei recessi della mente? Non 
potendo venirci dai sensi, e non potendo perci essere loggetto di alcuna scienza, la conoscenza del S 
ci sfugge. Il vecchio della storia  il guru che indica come il S pu riconoscersi. 

Ma il guru non basta. 

Fin dalla prima lezione il Swami chiar che la questione al centro di tutto il Vedanta non  una 
questione religiosa. Non si tratta di trovare la soluzione con la fede, n tanto meno con lintelletto. 

Si tratta di capire che, come gli occhi non riescono a vedere se stessi e per vedersi hanno bisogno di 
uno specchio, cos il S non pu conoscersi senza un adeguato strumento di conoscenza. Questo 
strumento non pu essere uno dei nostri sensi, perch quelli sono solo capaci di vedere, sentire, 
toccare, annusare il mondo della materia, il mondo dei sensi appunto, non il S. 

Lo strumento di conoscenza, lo specchio con cui il S ha modo di vedersi sono i Veda,23 o meglio la 
loro parte finale, il Vedanta, costituito dalle Upanishad24 e dalla Bhagavad Gita, Il Canto di Dio, che 
riassume, in forma di dialogo, tutta la sostanza della questione. 

Con una serie di ragionamenti che nascono dallesperienza di se stessi e del mondo, gli shastra, le 
scritture, letti con laiuto di un guru dimostrano - cos come gli occhi vedono e gli orecchi sentono - che 
non c dualit fra conoscitore e conosciuto, che non esistono varie entit -lio, il mondo, Dio. Tutto  
una sola, unica esistenza e questa Totalit altro non  che coscienza: coscienza senza limiti, fuori dal 
tempo e dallo spazio, coscienza che pervade tutto, che sostiene tutto e che si manifesta in ogni forma. 
Questa Coscienza pura, testimone di tutto,  la Realt che sta dietro alla coscienza ordinaria.  Atman, 
 Brahman,  Ishwara,  Bhagawan,  Dio,  Totalit,  Satchitananda,  quel che si vuol chiamarla, 
perch, come uno dei pi citati antichi versi vedici dice: Una  la Verit, anche se i saggi la chiamano 
con mille nomi. 

Allora la risposta alla domanda Io, chi sono?  quella magica frase che pervade le Upanishad: tat 
tuom asi, tu sei tutto questo. Tu sei Dio, tu sei il Creatore dellintero universo, dove il tuom, il tu, non  
ovviamente da intendere come la personalit, lio a cui siamo tanto attaccati, lio nato un certo giorno, 
cresciuto in un certo posto, quellio che ha fatto tante cose, che ha avuto tante esperienze, ma come 
quellimmutabile S che il Vedanta rende auto-evidente: il S, coscienza pura, il S che, non essendo 

23 I Veda sono quattro: Rig il pi antico, Sama, Yajur e Atharva. Sostanzialmente sono collezioni di inni e formule magiche, mantra. La 
tradizione attribuisce i Veda ai rishi, coloro che vedono. La datazione  incerta, ma risalgono almeno al secondo millennio avanti Cristo. Per pi di 
mille anni vennero tramandati oralmente; in seguito scritti. Secondo alcuni il Rig Veda sarebbe il primo libro della storia arrivatoci in forma 
completa. Certo  il libro pi antico di tutte le lingue indoeuropee. 

24 Upanishad. La parola in s significa star seduti vicino e si riferisce agli shisha che sedevano in ascolto ai piedi del guru. Le Upanishad 
sono un centinaio. Le principali sono dieci. La maggior parte sono in versi, altre in prosa. Molte sono in forma di dialogo: ad esempio fra un saggio 
e sua moglie, un re e un asceta o, nel caso di una delle pi famose, Katha Upanishad, fra il giovane Naciketas e la Morte che lui si  scelta come 
guru. 


mai nato, non pu morire. 

Da qui lidea, tutta vedantica e per questo ormai parte del comune sentire indiano, che dio  in ogni 
forma, in ogni essere vivente, in ogni cosa, anche la pi infima. Perch non ci sono vari dei, perch non 
c neppure un solo dio, ma perch tutto  dio. 

In quel tutto il S, che ognuno di noi , tende a confondersi perch luomo aspira a liberarsi dalle sue 
limitazioni, da quel suo senso di essere separato, distinto dal mondo. Come il fiume, che pure ha una 
sorgente, un alveo e un nome, tende inesorabilmente verso loceano per confondersi ed essere Uno con 
quello, perdendo con ci la sua identit, la sua forma, il suo nome di fiume, cos il S aspira a 
confondersi con la Totalit. Questa  la sua natura. Riconoscere quel S e la sua natura divina: questo 
 il vero fine della vita umana. 

Il Swami sapeva che non sempre era facile seguirlo in questi suoi ragionamenti (Stretto, dicono le 
Upanishad, come il filo di un rasoio, e difficile da percorrere  il sentiero che conduce alla Realt). E, 
come volesse alleggerirne il tono, renderli pi familiari e fornirci un ponte dasino con cui ricordarceli, 
raccontava le classiche storie della tradizione. 

Sullimportanza del conoscere il S, una era questa. 

Su una barca che attraversa un fiume c un pandit, un bramino, dotto in scritture sacre. Il pandit 
chiede al vecchio barcaiolo: 

Sai il sanscrito? 

No, risponde quello. 

Senza il sanscrito un quarto della tua vita  perso, dice il pandit. Conosci almeno la letteratura 
classica? 

No. 

Un altro quarto della tua vita  perso, perch ci sono libri bellissimi e il leggerli d una grande gioia. 
Sai almeno leggere e scrivere? 

No, dice il barcaiolo. 

Un altro quarto della tua vita  andato perso. 

In quel momento il pandit si accorge che la barca fa acqua e che le sue gambe sono gi a mollo. Il 
barcaiolo cerca di tappare la falla, ma non c niente da fare. Lacqua continua a crescere e la barca sta 
per andare a fondo. 

Sai nuotare? chiede il barcaiolo al pandit. 

No, risponde quello impaurito. 

Tutta la tua vita allora  persa, conclude il barcaiolo. 

Morale:  inutile saper leggere e scrivere, conoscere il sanscrito e lintera letteratura, se non si 
conosce se stessi. 

Le lezioni cominciavano puntuali, dieci minuti dopo lo scoccare dellora, ma noi shisha prendevamo 
per tempo i nostri posti nel grande auditorio. 

Aspettando il Swami, intonavamo innanzitutto linno al guru: Om Oh Signore, porgo i miei saluti 
reverenziali al mio guru e a tutti i suoi predecessori. Invoco la sua grazia affinch rimuova il velo della 
mia ignoranza e offro a lui le mie prostrazioni. Oh Signore, proteggici, dacci nutrimento, aiutaci a 
studiare e a capire le scritture. Fa che non si disputi sui dettagli. Om Pace, pace, pace.25 A dirigerci 
erano due donne anziane, vestite completamente di bianco, forse vedove, che erano anche le maestre di 
canto e che io avevo ribattezzato le sagrestane, perch vegliavano su ogni dettaglio della liturgia 
dellashram. 

Poi, con la stessa intonazione, la stessa pronuncia, lo stesso ritmo usato da millenni, recitavamo 
alcuni dei mantra pi belli e pi famosi delle Upanishad. Uno che mi piaceva tanto cantare a 

25 Tutte le Upanishad cominciano con Om, il suono dei suoni, e tutte finiscono con Om shanti -shanti  la pace -come un invito a quello 
stato di serenit che la conoscenza del S induce nelluomo: uno stato di pace che supera ogni comprensione. Allo stesso modo cominciano e 
finiscono quasi tutti gli inni vedici. 


squarciagola, attirandomi con le mie stecche gli sguardi severi delle sagrestane e i sorrisi divertiti del 
mio compagno di banco, Sundarajan, era il mantra della Brihadaranyaka Upanishad: 

Asato ma sadgamaya, dallirreale conducimi al Reale 
Tamaso ma jyotirgamaya, dalloscurit conducimi alla Luce 
Mrityorma amritam gamaya, dalla morte conducimi all'Immortalit. 


E pronunciando quella parola immortalit, fatta di una a privativa e di mrityo, la morte, sentivo la 
bellezza del sanscrito, che - mi rendevo conto - ci ha dato cos la parola a-more: ci che non muore. 

Il Swami entrava dalla sua porta a nord, con un giovane brahmacharya che gli camminava accanto 
tenendogli un ombrello aperto sulla testa per proteggerlo dal sole. Si toglieva le ciabatte, montava sulla 
pedana di legno, saliva i tre scalini del suo piccolo podio, si accomodava il lembo della tunica arancione 
sulla testa e si sedeva a gambe incrociate dietro un tavolinetto coperto da una stoffa colorata, di solito 
azzurra. Da sotto quella coperta, nel corso delle lezioni, il Swami tirava fuori ogni bendiddio con cui, 
come hanno fatto per secoli tutti i guru nellinsegnare il Vedanta, faceva il punto dei suoi ragionamenti. 
Con una ciotola di creta spiegava come lesistenza di quella ciotola dipende dallesistenza della creta: 
senza creta non esisterebbe la ciotola (cos come non ci sarebbe il creato senza la Coscienza); con una 
palla di cristallo e una rosa dimostrava lapparenza illusoria del colore della rosa allinterno del cristallo 
(la stessa confusione prodotta dallio che distingue fra s e ci che percepisce); con una corda faceva il 
classico paragone vedantico fra quella e il serpente: prendere una corda per un serpente  esattamente 
come prendere per vero il mondo dei sensi. La confusione fra corda e serpente  una nostra 
invenzione. E poi, potrebbe una corda essere presa per un serpente se non esistessero i serpenti? 

Quello di cui il Swami non aveva bisogno era una copia delle Upanishad o della Gita. Le conosceva a 
memoria e gi anni prima aveva regalato tutta la sua voluminosissima biblioteca. Diceva di non averne 
pi bisogno, di non dipendere pi da niente di scritto. Cos vuole da sempre la tradizione indiana, 
specie quando i testi erano ancora considerati un mistero che poteva solo essere tramandato dalla 
bocca di un guru allorecchio di un discepolo. 

Anche se con let (e aveva gi pi di settantanni) avesse perso la memoria, il Swami diceva che 
avrebbe potuto continuare a insegnare ricordandosi solo un paio di versi. 

E raccont unaltra storia. 

Alla fine dellOttocento un professore inglese arriv a Calcutta, allora la capitale indiana dell'Impero 
Britannico. Si disse interessato a capire lIndia e la sua filosofia e chiese di incontrare un famoso pandit, 
grande esperto di sanscrito. Voleva da lui, che parlava perfettamente anche linglese, alcune lezioni di 
Vedanta. 

Il pandit cominci intonando le prime righe della prima Upanishad, l'Ishavasya:26 

Om purnamadah purnamidam purnat purnamudacyate 
Purnasya purnamadaya purnamevavasishiate 
Om shanti, shanti, shanti-hiii 


E tradusse: 

Quello  Totalit, questo  Totalit 
Da quella Totalit  venuta questa Totalit 
Togli questa Totalit da quella Totalit 
Ci che resta  la Totalit 
Om shanti, shanti, shanti-hiii 


26 Allo stesso modo comincia anche la Brihadaranyaka Upanishad. 


Linglese chiuse il libro, si alz e le lezioni finirono l. Nel suo diario scrisse: Le Upanishad sono i 
balbettii di una mente infantile. Secondo il Swami, invece, quei due versi riassumono lintera visione 
del Vedanta e se anche tutte le Upanishad andassero in fiamme o fossero dimenticate, quellunico 
mantra basterebbe a tener viva la tradizione e a far ragionare chi vuol capire. 

Noi ci dovemmo ragionare sopra per settimane. 

In quei due versi c soggetto, oggetto, causa, effetto, esperienza e totalit. C, insomma, la verit 
di noi stessi, spiegava il Swami. Io sono purnam, la completezza, un oceano gonfio che niente pu 
turbare. Niente mi limita. Onde e cavalloni danzano sulla mia superficie, ma non sono che forme di me, 
brevemente manifeste. Onde e cavalloni sembrano molteplici e diversi, ma li conosco solo in quanto 
apparenze. Non mi mettono limiti; la loro agitazione non  che la mia pienezza che si manifesta come 
agitazione. Le onde sono la mia gloria che si risolve in me. In me, oceano gonfio, tutto si risolve. Non 
resto che io, purnam, completezza. 

Non sempre era possibile stargli dietro e a volte, pur avendo limpressione daver capito, mi rendevo 
poi conto daver solo capito le parole con la testa, ma di non averle vissute. La questione, il Swami lo 
ripeteva, non era n intellettuale, n di fede. 

Non si trattava di arrivare a delle conclusioni logiche, ma di fare, passo, passo, come lo descrivono 
le Upanishad, un percorso di realizzazione. Si trattava di sottoporre la propria coscienza a una sorta di 
trasformazione alchemica attraverso le parole dei testi sacri. Ma anche quei testi, una volta che avessero 
fatto da specchio al S, potevano essere lasciati da parte, come si lascia, perch ormai inutile, la barca 
con cui si  attraversato il fiume. 

Il Swami era nato in una tradizionale famiglia di contadini bramini del Tamil Nadu. Era stato uno 
studente brillante, aveva cominciato a lavorare come giornalista a Madras, ma aveva presto capito che 
quella non era la sua vocazione. Si era ritirato dal mondo, aveva preso sanyasa ed era stato discepolo di 
vari guru. Finalmente uno di questi, che viveva nella foresta vestito solo di ceneri, gli aveva fatto fare 
quel salto di conoscenza con cui si era sentito sicuro di affrontare un grande compito: quello di 
ristabilire la tradizione classica, orale, dellinsegnamento del Vedanta e rimettere quella visione della vita 
alla portata di tutti, non solo in India. 

La tradizione era stata stabilita nellVIII secolo dopo Cristo dal grande commentatore dei Veda, 
Shankaracharia, ma si era presto indebolita. Secoli di dominazione musulmana, con la conversione 
allislam di intere popolazioni, avevano spinto linsegnamento dei Veda sempre pi nella clandestinit. 
La successiva colonizzazione inglese, durata due secoli, era stata ancor pi distruttiva con 
lintroduzione, specie fra le classi alte, di nuovi valori sociali e soprattutto di un sistema scolastico inteso 
a sfornare piccoli funzionari a uso dellimpero e a diffondere la conoscenza dellutile e non certo 
quella del S. 

La fortuna degli indiani fu che la loro visione del mondo, radicata nei Veda, non era stata affidata a 
una chiesa. La sua trasmissione non era centralizzata - come lo era stata invece quella del buddhismo - e 
questo le permise di sopravvivere. Linduismo non aveva monasteri che potevano essere rasi al suolo, 
come quello di Nalanda; non aveva una capitale religiosa da espugnare. Un guru in un qualche eremo 
nella foresta passava, a voce, il suo sapere a cinque o sei shisha. E di questi guru ce nerano tanti, sparsi 
per tutta lIndia. La tradizione per voleva che solo i giovani della casta pi alta, i bramini, venissero 
educati. 

Il compito che il Swami si era dato era di rompere quel monopolio e di insegnare il Vedanta a 
chiunque fosse interessato, bramino o meno, indiano o meno. Il desiderio di essere completi  comune 
a tutti gli esseri umani di tutti i continenti, di tutti i tempi. Il problema  universale. La soluzione  
anchessa universale, diceva. 

Alla fine dellOttocento, specie sotto la spinta di Vivekananda, molti anche in Occidente pensarono 
che il Vedanta potesse diventare il Vangelo Universale, come lo defin Romain Rolland. Cera, nella 


visione pur antica del Vedanta, qualcosa di profondamente moderno che sembrava rispondere al vuoto 
spirituale creato dalla nuova corsa delluomo verso lindividualismo e il materialismo. 

Al contrario delle religioni che propongono obbiettivi metafisici, di solito rimandati a una prossima 
vita, magari una vita in paradiso, il Vedanta ha solo un obbiettivo spirituale: riconoscere la propria 
completezza. In questa vita. Ora. 

Il Swami pensava che oggi pi che mai questo dovrebbe essere lobbiettivo principale dellumanit 
intera e faceva quel che poteva perch la conoscenza vedantica circolasse. Aveva gi istruito un 
centinaio di swami che a loro volta ne stavano istruendo altri, sia in India sia fuori. Un compito 
immenso perch, secondo la tradizione, il guru deve occuparsi personalmente di ogni suo studente. 
Non c liberazione di massa, come non c educazione di massa, diceva. E lui non si stancava di 
rifare ogni giorno, passo, passo, il cammino prescritto dalla tradizione. 

Il mio karma  di insegnarvi; il vostro karma  dessere i miei shisha. Abbiamo bisogno luno 
dellaltro, disse una volta per alleggerire, come era solito fare con una battuta o una storiella, una lunga 
tirata filosofica. 

Allinizio del corso, ad esempio, spieg che il suo ashram non era uno di quelli che garantiscono 
lilluminazione. Poi aggiunse:  n tanto meno un Rolex doro, facendo ridere tutti con 
quellallusione a Sai Baba capace -si racconta -di far materializzare dal nulla orologi e bicchieri pieni 
dacqua o di far piovere dalle sue dita vibhuti,27 la cenere sacra, sulle mani tese dei suoi adepti. 

Anchio ovviamente so fare miracoli e se proprio insistete, una volta finir per fame uno, concluse, 
lasciandoci tutti col fiato sospeso. Ovviamente scherzava, ma i miracoli piacciono e ogni tanto 
qualcuno gli ricord la sua promessa. 

Il Swami era un grande raccontatore e usava ogni trucco retorico, ogni stratagemma per far ridere la 
platea e mantenerla attenta. Una volta sal sul suo piccolo podio con una lettera in mano. Laveva 
appena ricevuta da un giovane che gli chiedeva di diventare suo discepolo. Solo che linglese di quel tale 
non era perfetto e la lettera si chiudeva con lui che, invece delle sue prostrazioni, offriva al Swami la 
sua prostata. 

Unaltra volta arriv alla prima lezione del mattino pi lentamente del solito e, salendo a fatica gli 
scalini verso il suo podio, disse: Qualcuno di voi deve avermi fatto uno scherzo. Sono pieno di dolori 
alle ossa, e raccont una vecchia storia. 

Un guru d istruzioni a un suo discepolo: Stasera medita pensando di avermi seduto sulla tua testa. 

Il discepolo se ne va. Il giorno dopo trova il guru tutto indolenzito che riesce a malapena a reggersi 
in piedi. 

Allora, come  andata? chiede il guru al discepolo. 

Bene, guru-ji. Ho meditato come mi hai suggerito, pensando che mi stavi seduto sulla testa. Ma 
dopo un po mi sono stancato e ho meditato pensando che ero io a stare seduto sulla tua. 

Una sera, allora di satsang, il pilota delle linee aeree indiane che aveva preso tre mesi di aspettativa 
dal suo lavoro per decidere se voleva davvero diventare un sanyasin, ebbe da ridire su questa abitudine 
del Swami di raccontare storielle e gli chiese perch lo faceva. 

Non avete notato? rispose. Quando ridete, aprite la bocca. E quello  il momento in cui io posso 
buttarci dentro qualcosa di importante. Poi, ridendo lui stesso a bocca aperta, aggiunse: Quando una 
persona ride, manifesta una completezza che non viene fuori altrimenti E questo succede anche se 
chi ride  un ritardato mentale, un ignorante o un swami. 

Lora di satsang, la sera dopo cena, era una delle pi interessanti perch ognuno poteva porre le 
domande che voleva. Le domande dei giovani brahmacharya erano di carattere teologico, di esegesi dei 
testi, di finezze filosofiche; quelle della brigata pensionati, come io chiamavo il gruppo di anziani 
guidati da un ex direttore di banca del Gujarat, erano relative alla morte, a come vederla, a come 

27 Vibhuti  sia la cenere che ci si mette sulla fronte (cenere del fuoco fatto con pagnotte di sterco di vacca), sia la gloria perch tutte le glorie 
finiscono in cenere. Il vibhuti viene usato nelle puja e viene usato per farsi il segno di Shiva sulla fronte da chi non ha o non vuole usare la cenere 
della pira su cui  stato bruciato un cadavere. 


prepararcisi. Il modo di rispondere del Swami variava. Una volta cit semplicemente i versi di una 
Upanishad: 

Come un bruco arrivato in cima a un filo d erba 
Si raccoglie su se stesso per passare al prossimo, 
Cos il S, arrivato alla fine di una vita 
Si raccoglie e passa dal corpo vecchio al nuovo. 


Unaltra volta disse: Quando uno muore a Madras, la gente dice:  partito. Quando uno nasce a 
Coimbatore, la gente dice:  arrivato. Il viaggiatore  sempre lo stesso.  Atman, il S, la coscienza 
senza limiti, non soggetta al divenire, che senza mai partire o arrivare  sempre presente. 

A chi gli chiese se era possibile arrivare a una vita senza problemi, rispose che non c vita senza 
problemi: il gioco  cos. Chi vuole una vita senza problemi  come quel contadino che va per la prima 
volta a una partita di calcio e si arrabbia con larbitro perch ha dato ai ventidue giocatori un solo 
pallone e quelli sono costretti a corrergli sempre dietro. Ma questa  la regola del gioco. E cos  la vita. 
Senza problemi non ci sarebbe gioia. I problemi sono la molla della ricerca spirituale, aggiunse. Se 
uno non si sentisse misero e limitato, non si chiederebbe cosa fare. Luomo diventa adulto e matura nel 
conflitto. Una vacca no: la vacca diventa adulta, ma non matura. 

Lo osservavo, il Swami: era paziente, infaticabile, imperturbabile. Non giudicava mai nessuno. 
Faceva il suo dovere di insegnare senza aspettarsi nulla, neppure che capissimo completamente. Era 
convinto di appartenere a una grande tradizione, di avere una grande Verit da comunicare e che quella 
Verit sarebbe stata, prima o poi, evidente a tutti. 

La verit non  lopinione della maggioranza. La maggioranza pu votare un governo, ma non pu 
decidere che cosa  la Verit. 

Era bravo a spiegare concetti complicati come jiva (lindividuo che  in ogni essere vivente, quello 
che passa di vita in vita, a volte umana a volte no); jagat (il mondo, manifestazione di Brahman, ma non 
separato da Brahman, cos come la tela non  separata dal ragno che la produce); samsara (il mondo del 
divenire, dei desideri). Del dharma disse che era un concetto comprensibile a tutti: chi di noi vuole 
essere ferito, derubato, offeso, tradito da un altro? Allora: quello che io mi aspetto dagli altri  quello 
che io debbo agli altri. Questo  dharma, la giusta via. 

La prima volta che ci spieg il karma lo fece cos: ogni azione ha i suoi effetti, alcuni sono visibili, 
altri no. Gli effetti invisibili delle nostre azioni coscienti costituiscono il nostro karma. Gli effetti di 
unazione positiva, come laiutare disinteressatamente qualcuno, il salvare un animale o anche 
lannaffiare una pianta - i meriti -, producono punya, un credito; quelli delle azioni negative - i demeriti creano 
papa, un debito. Quando il jiva resta nel dharma, colleziona punya; quando ne sta fuori 
colleziona papa, con cui deve poi fare i conti nella sua vita successiva. 

Anche luomo primitivo, disse il Swami, sapeva dellesistenza del karma. Usciva dalla sua caverna 
per andare a caccia e la sera tornava dopo aver acchiappato solo un misero scoiattolo. Ahhafst 
annllsghahsnna?, gli urlava la moglie (traduzione: Cretino,  tutto qui quel che sei riuscito ad 
acchiappare?) E lui per giustificarsi rispondeva: Nggafsrggg snnsgshh (traduzione: Non ho avuto 
fortuna). Un altro giorno invece tornava con una grossa bestia che avrebbe sfamato la famiglia. 
Naggafsargg sgrggrisas, sono stato fortunato, diceva. E che cosa sono fortuna e sfortuna se non 
karma? Tutti capiamo che c qualcosa che determina, in un senso o in un altro, la nostra vita. Solo che 
alcuni, come luomo primitivo, credono che quel qualcosa sia legato al caso o, peggio, a un qualche 
spirito maligno; altri invece sono convinti che noi, solo noi, siamo responsabili di quel che ci succede, 
perch fortuna e sfortuna sono il frutto delle nostre azioni in questa o nelle nostre vite precedenti. 
Questo  il karma. 

Certe religioni, continu il Swami, attribuiscono ogni cosa a Dio. Un figlio muore e la gente dice 


alla madre: Dio te lo ha dato. Dio te lo ha tolto. Ma Dio non centra. Dio non ha niente a che fare con 
tutto questo.  semplicemente una questione di karma. E il karma  una immensa rete in cui siamo tutti 
impigliati, ognuno con la propria libert di scelta e quindi con la propria responsabilit. 

Sullio era particolarmente ironico. Diceva che io  la parola che usiamo in continuazione, una 
parola in base alla quale giudichiamo lintero universo, eppure  una parola che la nostra mente non  in 
grado di oggettivizzare;  una parola che non suscita in noi alcuna immagine precisa. Se diciamo, ad 
esempio, ciotola nella nostra mente si forma unimmagine. Pi o meno come questa, e da sotto il 
suo tavolino tirava fuori quella di creta. Ma io? Diciamo io sono alto e pensiamo al corpo; io sono 
depresso e pensiamo magari alla mente. Diciamo io sono padre, sono cugino, sono marito, sono 
moglie, ma anche con questo non diciamo granch, perch chi  padre  anche figlio. Allora, chi  
questo io presente in tanti ruoli? Il comune denominatore di quei diversi io  lio-consapevolezza di 
tutti quegli altri io. Da quella consapevolezza dipende tutto, ma quella consapevolezza non dipende da 
nulla. 

Ritirava fuori la ciotola da sotto il tavolino e diceva: Ora abbiamo tutti la consapevolezza di questa 
ciotola. Rimetteva la ciotola sotto il tavolo e mostrava la mano vuota. E ora cosa abbiamo? La 
consapevolezza dellassenza della ciotola! Bene: la ciotola c o non c, ma la consapevolezza c 
sempre. 

E cos, avanti per ore. Quello era il cammino e lidea era che a un certo punto tutto sarebbe 
diventato chiaro, ovvio come nella bella storia che anche il grande Ramakrishna amava raccontare. 

Una leonessa, partorendo, muore e il leoncino, rimasto orfano, viene adottato da un branco di 
pecore. Cresce con loro, con loro mangia lerba, con loro impara a belare e a essere socievole come una 
pecora. Finch un giorno un vecchio leone, che lo ha osservato da lontano, attacca il branco con un 
gran ruggito. Il leoncino, impaurito come le altre pecore, scappa via, ma il vecchio leone lo raggiunge, 
lo prende per la collottola, lo porta a uno stagno e lo costringe a guardarsi nello specchio dellacqua. 

Allora, chi sei? Una pecora? chiede il leone. 

E per la prima volta al leoncino viene da ruggire. 

Quel piccolo leone siamo noi che non sappiamo chi siamo. Il vecchio leone  il guru. Lo specchio 
dacqua  il Vedanta. 

Senza il guru non c conoscenza. Da qui la sua enorme importanza. Perch vai di citt in citt, di 
tempio in tempio alla ricerca di dio? Dio risiede dentro di te, tu sei dio. Allora non cercare dio. Cerca 
invece un guru che ti guidi alla scoperta di te stesso, scrisse Shankaracharia dodici secoli fa. Da qui il 
rapporto -per noi occidentali quasi incomprensibile -di assoluta dipendenza del discepolo dal suo 
guru. 

Nellashram ero sconcertato dalle espressioni di adulazione nei confronti del Swami. 

Ogni rapporto umano ha i suoi limiti, disse una donna durante un satsang su questo tema. Tra 
fratelli manca il rapporto col padre; tra figlio e padre manca il rapporto con la madre. Solo nel rapporto 
col guru non manca niente: lui  il padre, la madre, il fratello, il maestro, il vicino di casa, il medico. 
Non c problema dello shisha che il guru non faccia suo perch lui, il guru,  senza problemi. Questa  
la ragione della mia devozione per lui. 

Unaltra disse: Quando lo incontrai, per me fu come rinascere. I miei genitori mi hanno dato il 
corpo, ma Swami-ji mi ha dato lanima. 

Ero esterrefatto. Capivo si dicesse che il guru non  un essere umano, e che ci che si rispetta in 
lui  la conoscenza, non la persona; ma quella cieca devozione, quellostentato buttarsi letteralmente ai 
suoi piedi a ogni occasione mi ripugnava. 

Dopo ogni lezione, gli studenti pi devoti -ed erano alcune decine -si precipitavano a seguire il 
Swami nella sua kutia, la sua residenza, dove si piazzava in una bella poltrona e quelli gli sfilavano 
davanti per toccargli gli alluci e restare poi semplicemente a guardarlo. 

Fin dallinizio avevo deciso di non fare niente di tutto questo, e invece di seguire il Swami, tornavo 


nella mia stanza. Un giorno per Sundarajan mi fece notare che quelli che andavano a casa del Swami 
tornavano tutti con un regalo: il pi delle volte una banana. Era un po che il convento non passava 
frutta e fui tentato. Ma varcata la soglia mi resi conto che se mi fossi buttato ai suoi piedi avrei 
imbarazzato me, mentre se non lo avessi fatto avrei imbarazzato gli altri. Cos feci marcia indietro 
dinanzi alla signora costernata che, in fila dopo di me, aspettava il suo turno. 

Per il resto, la vita da monaco era piacevolissima: estrema pace, nessuna responsabilit, ogni giornata 
regolata da riti e scadenze, e la mente impegnata in temi insoliti. A volte straordinari. Che gioia alzarsi e 
pensare a Bhagawan, senza doversi perdere nei dettagli del quotidiano! Lashram era unisola fuori dal 
mondo, protetta dai suoi rumori, dalle onde dei suoi desideri. E questo era parte del suo fascino. 

Capivo le grandi tradizioni, anche le nostre, degli ordini monastici. E capivo ugualmente come i 
comunisti cinesi a Lhasa avessero costruito un museo per illustrare ai visitatori come me gli orrori del 
lamaismo tibetano. I monaci venivano descritti come fannulloni che sfuggivano alle fatiche della vita, 
alle responsabilit di una famiglia, al duro lavoro nei campi, per stare invece a salmodiare nei monasteri, 
mantenuti dal sudore di chi stava fuori. 

A volte avevo io stesso limpressione di essere come loro, avendo lasciato gli altri a gestire i miei 
problemi. Pensavo ad Angela, agli amici che, lavorando, mandavano avanti il mondo anche per me. Me 
li vedevo andare in ufficio, fare telefonate, guardare nello schermo del loro computer, rispondere alle email, 
firmare assegni E io, niente di tutto questo. Io, dalla mattina alla sera pensavo a Bhagawan. 

Lasciate fuori tutto quello che  esterno: la gente, le cose. Le circostanze sono quelle che sono. 
Quello che vi preoccupa  fuori dallIo e lIo non deve desiderare niente, non deve giudicare. LIo non 
deve essere altro che un obbiettivo meditatore e lasciare a ognuno la libert del suo destino, diceva il 
Swami nella meditazione dellalba. Ritiratevi dai vostri sensi, siate come la tartaruga che ritira le zampe 
e la testa nella sua corazza Guardate il vostro corpo dal di fuori, guardatevi come una statua che 
respira. Restate in ascolto, notate quello che succede e prendetene coscienza 

Seduto in alto, sul suo piccolo podio, nellauditorio completamente al buio, il Swami dirigeva la 
meditazione con voce bassa e poche frasi. Uno dei temi ricorrenti era quello dellobbiettivit. 

Meditare allalba era come fare il piano per la giornata. Il fatto che tante persone fossero impegnate 
assieme, in silenzio, ad acquietare la loro mente creava intensit, concentrazione, quasi un senso di 
forza. 

Meditare in fondo significa prendere coscienza di s. Non  facile, perch la mente  per sua natura 
inquieta, a volte turbolenta, si distrae, e il cercare di non farla pensare  come voler prendere il vento 
con le mani per farlo andare l dove si vuole, dicono le Upanishad. 

Eppure la capacit di concentrarsi, di riportare la mente a se stessa mi pareva una questione di 
volont, di forza di carattere, qualcosa in cui meritava investire ogni sforzo, perch controllare la 
propria mente significa in ultima analisi controllare la propria vita. 

La mente  allorigine di tutti i problemi delluomo, ma  anche la sede delle sue soluzioni. La mente 
 un tesoro nascosto sul quale camminiamo ogni giorno senza renderci conto di quanto valga. Si tratta 
solo di entrarne in possesso, di dominarla esercitandoci a fare tutto quel che facciamo con 
consapevolezza, invece di farlo sempre pi distrattamente. 

Lo disse bene il Swami, una sera allora del satsang. Uno dei pensionati aveva chiesto: Che cosa  la 
vita? e lui rispose semplicemente: La vita?  una serie di piccoli passi. Solo facendone uno alla volta, 
coscientemente, si pu sperare di mantenerne il controllo. 

Ero daccordo: tanti piccoli passi -a volte anche uno pi lungo della gamba! -, ma da fare non a 
caso. 

Lashram era unottima occasione per ripensare tutto, per passare in rassegna i giudizi del passato, 
per apprezzare il valore di vecchie cose e per aggiungerne di nuove a una visione del mondo che l ogni 
giorno mi pareva sempre pi senza limiti e senza tab. 


Da bambino mia madre mi costrinse -perch cos si faceva -a diventare chierichetto e a servire 
messa nella chiesa vicino a casa nostra. Non ero molto dotato per quel ruolo e rifiutarlo dopo un po fu 
la mia prima ribellione. Da allora credo di non aver mai pi preso parte a una cerimonia religiosa. 
Nellashram ci riprovai: un po per curiosit, poi anche con un certo piacere. 

Poco prima delle cinque lasciavo la mia stanza e, respirando a pieni polmoni, sorridendo al mio 
stomaco dove immaginavo laria dellalba arrivare fresca e pulita, mi mettevo in cammino. La natura 
attorno era quieta e serena. Il fumo della fornace di mattoni si mischiava alla nebbia mettendo un velo 
di mistero fra me e le montagne ancora umide della notte. Il silenzio era rotto prima dai canti di galli 
lontani, dal gridare persistente di uno strano uccello che pareva urlare Aiuto aiuto, dal gracchiare 
petulante delle cornacchie, e poi dallintermittente latrare dei cani forzatamente vegetariani dellashram 
che, assieme agli shisha, cominciavano a dirigersi verso il refettorio. Cera un gran sentimento di pace in 
quella lenta processione dei miei compagni che nella luce ancora incerta del giorno sfilavano, sagome 
bianche, solitarie e silenziose ai piedi delle palme, dei banani, dei grandi alberi della pioggia e di quelli 
dalle chiome arancioni, le fiamme della foresta. 

Un bicchiere di t senza parlare, poi al tempio. La costruzione era semplice, rialzata da terra e aperta 
a tutte le intemperie: una scalinata, una piattaforma di cemento e un tetto sorretto da una decina di 
colonne. Il centro di tutta lattenzione -e della devozione -era un grande tabernacolo in pietra 
intarsiata, nel quale stava la statua della dea Dakshinamurti, incarnazione di Shiva, protettrice dei Veda. 
In un tabernacolo pi piccolo, laterale, cera invece Ganesh, il dio dalla testa di elefante che aiuta a 
superare gli ostacoli. 

I primi arrivati si sedevano nelle file davanti al tabernacolo, gli altri, via via, in quelle dietro. La 
cerimonia del mattino consisteva nel fare le abluzioni alla statua e prepararla per la giornata. Tre 
sacerdoti, i pujari, si affaccendavano attorno e dentro al sancta sanctorum. Il pi anziano cominciava 
col togliere alla dea i vestiti e i fiori del giorno prima; gli altri andavano e venivano con ciotole e secchi. 
Le due vedove-sagrestane intonavano gli inni che accompagnavano tutta la cerimonia e con occhiate 
imperiose facevano in modo che lincenso, i fiori, i lumini a olio fossero al loro posto e che la campana, 
a volte affidata anche a me, fosse suonata nel momento giusto. 

La statua, tutta in pietra nera, di grandezza naturale, veniva prima lavata con acqua, poi con olio di 
cocco, poi di nuovo con acqua, poi con latte, yogurt, una composta di banane, poi ancora con acqua e 
alla fine, dopo essere stata asciugata e lucidata, veniva cosparsa di una cipria profumata fatta di legno di 
sandalo. Era un incanto seguire quella precisa sequenza di gesti e di suoni, ritmata dalle invocazioni 
delle sagrestane e dei pujari a cui rispondeva il coro dei fedeli. Dopo una mezzora di formichesco 
lavorio, il capo pujari tirava la tenda della porta del tabernacolo e per alcuni minuti restava solo con la 
statua. Il coro continuava a cantare, la tenda si riapriva -l cera da scampanellare -e la statua, ora 
vestita di stoffe coloratissime e decorata di fiori, appariva in tutto il suo splendore. 

Cominciava allora la seconda parte della cerimonia. Un grande cesto di vimini, colmo di petali di 
fiori, veniva portato davanti al tabernacolo, e il capo pujari, via via pronunciando i 108 nomi della dea, 28 
ne gettava garbatamente una manciata ai suoi piedi: 108 nomi tutti ripetuti dal coro, 108 manciate di 
petali. La tenda si chiudeva di nuovo, ancora delle scampanellate e la cerimonia raggiungeva il suo 
apice. Al riaprirsi della tenda, col tempio completamente al buio, la statua, nella tremula luce di un 
unico lumino a olio che pendeva dal soffitto a rischiararle la faccia, sembrava ora avere una vita sua. 

Era il momento del darshan, parola sanscrita che vuol dire guardare, ma anche essere guardato. 
Ognuno si alzava dal suo posto, lentamente si avvicinava alla soglia del sancta sanctorum, si affacciava 
rispettosamente alla porta e, soffermandosi un attimo con le mani giunte sul petto, guardava la divinit 
e si sentiva da lei guardato. 

28 108  un numero sacro in India: 108 sarebbero le Upanishad classiche, 108 sono le principali preghiere devozionali, 108 sono i chicchi di 
una mala, il rosario indiano. 


Vedevo negli occhi di molti miei compagni una gioia che non conoscevo, e che invidiavo loro. Mi 
colpiva lemozione con cui quelle persone di tutte le et e di tutte le condizioni sociali si avvicinavano, 
raccolte e desiderose, alla visione di una pietra in cui loro sentivano la presenza divina. I loro volti 
avevano la stessa espressione persa, estatica del piccolo toro in pietra inginocchiato davanti al 
tabernacolo, anche lui in adorazione della divinit. Un pujari, con un lezioso gesto della mano, andava a 
offrirgli cucchiaiate di latte che finivano sul pavimento. 

Un piatto dottone, nel quale bruciava ancora la canfora che aveva illuminato la statua durante la 
vestizione, veniva fatto circolare fra i fedeli e ognuno, a due mani, si prendeva laria che aleggiava 
attorno a quel fuoco per portarsela sul volto e sulla testa. Alluscita dal tempio, un pujari ci benediceva 
tirandoci addosso con una conchiglia grandi spruzzate dacqua (lidea dellacqua benedetta certo viene 
da qui), mentre un altro metteva nel palmo della mano destra di chi gli passava davanti una cucchiaiata 
della composta di banane che era passata sul corpo della dea e che era stata raccolta in un vassoio ai 
suoi piedi. Questo era il prasad, il cibo offerto agli dei e che, ora benedetto, potevamo mangiare. Per 
non offendere nessuno, io me lo mettevo in bocca come gli altri per poi, non visto, risputarlo. 

Forse proprio perch mia madre mi ci aveva costretto da bambino, ho sempre provato una istintiva 
repulsione per gli inginocchiamenti, i segni della croce, le prostrazioni dinanzi alle immagini o, ancor 
peggio, ad altri esseri umani. Eppure sentivo che in quellora di inutile andirivieni per spogliare e 
rivestire una pietra, in quellavvicinarcisi poi con una riverenza che avevo dimenticato, non cera 
debolezza. Al contrario. Da quel rito i miei compagni sembravano attingere una forza di cui si 
caricavano. Io stesso ne sentivo il fascino. Mi accorgevo che cera in quella incredibile sequenza di gesti 
qualcosa di profondamente riacquietante. 

I riti. Quanti orrori, quanta desolazione e quanto vuoto hanno lasciato tutti i tentativi fatti per negare 
il loro potere. La Cina ha perso gran parte della sua bella anima antica nel tentativo comunista di 
reprimere e cancellare i vecchi riti. La Russia, dopo settant'anni di regime sovietico che aveva azzerato 
quellaspetto della sua vita,  ora diventata un facile mercato di anime per tutte le sette protestanti 
americane e i loro riti. 

E lOccidente, il mio mondo? Nella spinta laica e iconoclasta verso unidea tutta materiale di libert 
individuale, abbiamo combattuto una lunga tradizione, abbiamo ridicolizzato ogni credo, eliminato ogni 
rituale, togliendo con questo il mistero, cio la poesia, dalla nostra esistenza. 

Si nasce, si vive e si muore ormai senza che una cerimonia, senza che un rito marchi pi le tappe del 
nostro essere al mondo. Larrivo di un figlio non comporta alcun atto di riflessione, solo la denuncia 
allanagrafe. Le giovani coppie ormai convivono, non si sposano pi e il solo rito a cui partecipano  
quello del trasloco. Non marcano quellinizio di una nuova vita neppure cambiandosi la camicia. E 
mancando la cerimonia-iniziazione, manca la presa di coscienza del passaggio; mancando il contatto 
simbolico col sacro, manca limpegno. Spesso la comunione che ne nasce  solo quella del sesso e della 
bolletta del telefono. La morte stessa  vissuta ormai senza la consapevolezza e le consolazioni del rito. 
Il cadavere non viene pi vegliato e il commiato, quando c, non  pi gestito da sacerdoti o stregoni, 
ma da esperti in pubbliche relazioni. 

La fine dei riti lho vista realizzarsi nel corso della mia vita e, ora che guardo indietro, mi pesa aver 
dato, allora entusiasticamente, il mio contributo a questa grande perdita. Quandero ragazzo, i neonati anche 
quelli dei comunisti come me -venivano ancora battezzati, ai morti si faceva ancora la veglia e 
un vero funerale, e i matrimoni erano una festa corale officiata non solo dinanzi al divino, ma anche 
dinanzi a decine di parenti e amici che diventavano cos implicitamente garanti di quellunione. 

Ma io ero ribelle. Non volli sposarmi e quando lo feci, soprattutto per ragioni di assicurazione 
malattia, fu in fretta, quasi di nascosto, alla sola presenza dei testimoni indispensabili e davanti a un 
sindaco che, non volendolo democristiano, dovetti andare a cercare lontano da Firenze, nel comune di 
Vinci, dove di buono cera che vi era nato Leonardo. I figli, poi, non li feci battezzare e non fui 
presente n alla morte di mio padre, n a quella di mia madre. 


Eppure, da piccolo i riti mi piacevano e ancora oggi ricordo come una delle grandi gioie della vita la 
vera e propria cerimonia con cui a quattordici anni, per marcare il mio diventare uomo, i miei genitori 
mi consegnarono il primo paio di pantaloni lunghi che, poveri comerano, avevano dovuto comprare a 
rate. Ma il vento dei tempi tirava in unaltra direzione e io semplicemente volai con quello, dando una 
mano a distruggere qualcosa che non  stato sostituito con nulla, lasciando un miserabile vuoto. 

In India quel vento di mutamento  appena cominciato a soffiare e, specie nelle campagne dove vive 
la maggioranza della gente, i riti sono ancora una parte importantissima della vita. Un contadino non 
esce di casa al mattino senza piegarsi a toccare la soglia della porta, una donna non comincia la sua 
giornata senza offrire al sole qualche goccia dacqua. 

Per un indiano tutta la vita  un rito. Il primo viene celebrato ancor prima che lui venga concepito. 
Gli altri, a ogni passaggio. C un rito per quando smette di poppare, uno per quando viene portato 
fuori di notte a vedere per la prima volta le stelle, uno per il primo taglio dei capelli, uno per quando 
diventa brahmacharya: mangia con la madre, poi esce di casa e torna indietro a chiederle la prima 
biksha,29 la sua prima elemosina. E avanti cos fino alla morte, quando il suo cadavere viene dato alle 
fiamme sulla pira accesa dal primo figlio maschio con lo stesso fuoco con cui il defunto  stato iniziato 
ai Veda, e con cui  stata fatta la puja per il suo matrimonio. Neppure la morte lo libera dai riti. Dodici 
giorni dopo la sua scomparsa c ancora un rito in cui si chiede al defunto di non aggirarsi pi nella 
casa, di tagliare tutti i legami e di andare a prendere il suo posto, accanto al padre e al nonno,30 fra gli 
antenati che debbono essere ricordati e rispettati. Il mantra recitato in quella occasione  molto bello e 
non pi triste. Chi voleva piangere ha gi pianto nei dodici giorni precedenti. 

Riti, riti, riti. I riti sono il grande soggetto dei Veda. I Veda prescrivono i gesti, i tempi, le parole dei 
riti ed elencano i risultati che ci si possono aspettare se i riti vengono eseguiti esattamente secondo le 
regole. Ogni minimo dettaglio  previsto: dalla durata di un mantra allofferta da fare al pujari che lo ha 
recitato, dai giorni da impiegare in un determinato pellegrinaggio al modo di pulire la casa. Il rito  
unazione da cui si intende ottenere un effetto. I Veda appartengono per questo al samsara, al mondo 
dei desideri, e sono intesi appunto per chi in quel mondo cerca dei risultati. Una donna desidera un 
figlio maschio? I Veda le dicono cosa fare e come. Un uomo vuole essere ricco o andare in paradiso? I 
Veda gli dicono esattamente come procedere. Causa ed effetto sono la logica dei Veda. La loro cio  
ancora la logica del divenire e del mutamento, la logica legata al tempo e allo spazio, la logica dellio. 

Ma per chi cerca altro? Per chi vuol uscire dal divenire e liberarsi da tutto questo? 

Qui  la grande trovata del pensiero indiano. Alla fine dei Veda, i Veda rivelano che il loro vero fine 
 il superamento dei Veda stessi. Questo superamento  il Vedanta, la parte finale dei Veda appunto. 
Col Vedanta luomo esce dai riti, dalle loro regole, dalla schiavit imposta dai Veda. 

I Veda sono la religione, il Vedanta  la liberazione da tutto, anche dalla religione. Il Vedanta non 
 pi nella sfera del divenire, ma in quella dellessere. Il Vedanta non ha a che fare con lavere figli o una 
moglie fedele, col diventare ricchi o landare in paradiso. Il Vedanta  tutto sul S, sulla coscienza 
illimitata, fuori dal tempo e dallo spazio. 

Volete perseguire i normali desideri del mondo? Niente di male. Restate nei Veda. Ma sappiate, 
spiega il Vedanta, che anche il paradiso dei Veda, per meraviglioso che sia,  solo un altro posto e 
come tale  nello spazio e nel tempo; come tale non pu durare in eterno. Ci si pu arrivare in base al 
proprio punya, i propri meriti, ma quando quel capitale  esaurito bisogna tornare indietro e 
ricominciare tutto da capo. 

Non si pu ottenere un permesso di soggiorno a tempo indefinito per il paradiso, diceva il Swami. 
Lui ormai poteva assistere ai riti, ma dei riti non era pi n soggetto n oggetto. Osservavo come lui 

29 Biksha  lofferta di cibo fatta con rispetto a chi si sta dedicando a moksha, la liberazione. Non  paragonabile a quella che noi chiamiamo 
elemosina e che di solito  fatta senza alcun rispetto per la persona a cui la si fa. Una volta il Swami raccont di come ancora di recente una famiglia 
di ortodossi suoi conoscenti aveva rifiutato di far sposare la figlia a uno del villaggio che era diventato ricco ed era proprietario di un albergo in 
citt. Il suo crimine era che vendeva cibo e il cibo  sacro: si offre e non si vende. 

30 Col suo arrivo  il bisnonno a perdere il posto. 


lasciava che la gente si inchinasse ai suoi piedi, ma non faceva alcun gesto di devozione davanti alle 

statue delle varie divinit. Non aveva pi niente da chiedere loro: era uscito dal mondo dei desideri. 

Cera - mi pareva - una accattivante grandezza in questo pensiero. 

Diventavo religioso? Certo non nel senso dei Veda! 

Per un paio di settimane non mancai a una sola puja del mattino. Poi, quando tutto fin per ripetersi 
e mi parve di aver capito quel che volevo capire, preferii andare in cima al poggio che chiamavo mio a 
godermi il sorgere del sole invece che la vestizione della dea. 

Anche il semplice mangiare nellashram era una cerimonia. A mezzogiorno e mezzo lintera 
comunit, compresi alcuni gatti miagoloni e la solita banda di cani vegetariani, convergeva verso il 
refettorio formando una lunga fila che dal grande prato serpeggiava fino allingresso. La fila si muoveva 
lentamente. Arrivati ai piedi della scalinata, si lasciavano le ciabatte, si prendevano piatto e bicchiere 
dalle pile messe su due tavoli esterni e si entrava nella grande sala dove, da una batteria di calderoni 
fumanti, i cinque o sei shisha di turno ci servivano cantando. E ognuno, porgendo a due mani il 
piatto e ringraziando, si univa al coro che aveva intonato il passo della Gita in cui Krishna dice di s: 

Io sono il fuoco nel corpo di chi vive 
Regolo i respiri e digerisco il cibo 
Risiedo nel cuore di tutte le creature 
Tutto viene da me: la memoria, la conoscenza e l'errore31 
Io sono quello da conoscere nei Veda 
Io sono quello che li conosce 
Io sono la fonte del Vedanta. 


Sempre cantando, si cercava un posto libero su una delle lunghe stuoie di paglia distese per terra nel 
refettorio, e quei versi dal capitolo 15 continuavano a risuonare per la stanza finch tutti non erano 
serviti. Era bello il suono del sanscrito. Bella la cadenza dellinno in cui Krishna, Incarnazione della 
Totalit, presenta ad Arjuna alcune delle sue forme. Ognuno metteva allora tre dita della mano destra 
nel bicchiere colmo dacqua e con un gesto circolare spruzzava alcune gocce sul mangiare che aveva 
davanti. Cos il cibo diventava unofferta ad agni, il fuoco, la divinit nello stomaco, un atto di 
devozione, di ringraziamento. 

Mi piaceva. A casa mia ci si faceva il segno della croce quandero ragazzo, ma anche quella come 
tante altre abitudini  andata persa nella fretta di vivere. Diamo tutto per scontato. Ci pare di avere chiss 
da dove ci viene e perch -una sorta di diritto a tutto. Tutto ci pare dovuto e non ci 
meravigliamo pi di trovarci davanti qualcosa di piacevole, di necessario come il cibo: spesso senza che 
neppure ce lo siamo guadagnato. 

Avere da mangiare in tavola  diventata una cosa ovvia, almeno in Occidente. Non  una sorpresa di 
cui ringraziare qualcuno. E cos si mangia, si mangia, ci si rimpinza come degli automi, magari 
guardando la televisione o leggendo il giornale appoggiato al bicchiere. 

Nellashram a noi shisha tutto era regalato. Il Swami insegnava non pagato da nessuno, perch 
quello era il suo karma, mentre il nostro vitto e alloggio era frutto delle offerte, biksha, di qualche ricco 
indiano che con questa opera di bene si guadagnava meriti per il proprio karma. 

A volte un industriale di Coimbatore o di Madras per celebrare un avvenimento o una ricorrenza 
offriva qualcosa di speciale, della frutta o un dolce e allora il suo nome veniva scritto col gessetto fra 
quelli da ringraziare alla fine dellinno. Una volta sulla lavagna comparve lannuncio di una biksha fatta 
da Anam per celebrare il compleanno di sua moglie e cos, prima di affondare le dita nella pappa di ceci 
e riso, lintero refettorio rispose con alcuni versi vedici allinvito di un brahmacharya di augurare ad 
Angela ogni bene in questa e in tutte le altre vite. 

31 Stupendo questo riferimento all'errore come parte della divinit, parte del tutto. 


Dio mio, se li meritava quegli auguri! Mi lasciava stare l senza rimproverarmi nulla, senza darmi 
alcun peso, senza farmi sentire in colpa. Lei era certo una delle mie migliori medicine! E non solo da 
quando mi era capitato quel malanno. Fin dallinizio la nostra  stata una comunione di vita, un istintivo 
accordo sul come guardare al mondo e sul dove andare. E ora, quale miglior cosa che invecchiare 
assieme? Ognuno a suo modo, anche distanti, ma sempre non-due. 

Quegli auguri per non bastavano a sdebitarmi. Un giorno il Swami spieg che secondo i Veda il 
marito che lascia la moglie sola per molto tempo accumula papa, demeriti, sul conto del proprio karma. 
Saggi, gli antichi indiani! Il matrimonio era visto come un mezzo di crescita spirituale e non se ne 
poteva uscire, neppure per un po e con buoni intenti, senza pagare un prezzo. 

Allinizio ebbi una qualche riluttanza a mangiare con le dita -che erano poi da leccare -, ma anche a 
questo feci presto labitudine. Mi aiut ricordarmi la battuta di una signora della buona societ indiana: 
Mangiare con le posate  come fare la doccia con limpermeabile. 

Il cibo che passava lashram non era un particolare piacere. Senza uova -perch sono vita -, senza 
aglio e cipolle - perch la tradizione vuole che stimolino i desideri sessuali -, e senza tante spezie - anche 
quelle imputate di favorire inutili distrazioni -le pappe di ceci, fagioli, cavolfiore e riso erano parecchio 
blande, ma per alcuni dei miei compagni erano gi uneccessiva concessione. 

Un giorno notai che un brahmacharya, seduto accanto a me, non usava il piatto. Si faceva buttare le 
tre o quattro diverse pietanze che ci toccavano in un secchiello dove con la mano le mescolava cos da 
non distinguerne pi i sapori. Era un modo, mi spieg, per controllare i suoi desideri. Mangiare era 
necessario, ma non bisognava fame un piacere di cui poi essere schiavi. 

Quando tutti i desideri che dimorano nel cuore sono abbandonati il mortale diventa immortale e 
raggiunge Brahman, qui, ora, proclam citando una Upanishad. Secondo lui era importantissimo 
vincere il nostro continuo distinguere fra ci che ci piace e ci che non ci piace. 

A me di tutto questo piaceva soprattutto lidea di mettersi alla prova anche nelle piccole cose. 
Decisi di farlo con una attivit che proprio non mi piaceva: lavare i piatti. 

In casa, quando era necessario, ho sempre fatto quel che mi toccava, ma il rigovernare lho sempre 
evitato. Lo odiavo. L, nellashram, dove, subito dopo mangiato, bisognava lavare quel che si era usato, 
mi imposi di farlo con amore. Mi forzai cio a rigovernare coscientemente, a rigovernare per 
rigovernare anzich rigovernare pensando ad altro, come suggerisce di fare Thich Nhat Hanh, il 
monaco vietnamita zen, a chi vuole imparare a concentrarsi. 

Funzion. Anche lodiato rigovernare dopo un po mi parve un rito piacevole. In fila con tutti gli 
altri, davanti a una sorta di abbeveratoio con tante fontane, lavavo accuratamente con cenere e sapone 
il thali, il piatto di metallo dal bordo alto e il bicchiere di cui mi ero servito, poi li sciacquavo e 
risciacquavo accuratamente nella speranza che ognuno facesse lo stesso visto che al pasto successivo 
quel che avevo rigovernato io sarebbe toccato a un altro e a me la roba lavata da chiss chi. 

So che il mio cantare non piaceva agli altri, ma a me piaceva moltissimo. E da cantare ce nera. Si 
cantava alla puja del mattino, si cantava allinizio di ogni lezione, si cantava prima di mangiare, si 
cantava per una intera ora durante il corso di inni vedici, e si cantava la sera alla fine del satsang, prima 
di andare a letto. 

Cantare era parte dei nostri giorni e mi resi conto che quel cantare influenzava il mio stato danimo; 
forse alzava il mio livello di coscienza. Succedeva particolarmente a cantare i mantra. Possibile? Per il 
Swami era ovvio: Il sanscrito degli inni vedici e dei mantra agisce sulla mente, diceva. E io non avevo 
ragione di contraddirlo. Anzi. 

Sar stato il loro ritmo, sar stata la respirazione regolare che imponevano, ma il ripetere i mantra, 
intonati dalle due vedovesagrestane, mi dava un senso di leggerezza che rasentava la gioia. Cantando 
mi pareva che il mio Io diventasse una cosa sempre pi piccola e lontana; il suo destino sempre pi 
irrilevante. 


La guarigione viene 
Da una persona retta e santa 
E dai mantra che uno canta. 


Era il Swami la persona retta e santa che mi avrebbe guarito? Erano i mantra che cantavo quelli di 
cui parlava Zarathushtra nel frammento che, per caso, avevo tenuto per anni con me, quando ancora 
non avevo unidea di cosa la parola mantra volesse dire? 

Uno che credeva ciecamente nel potere dei mandddrram, come li chiamava col suo accento tamilmalese, 
era Sundarajan. Lui ne aveva alcuni segreti che gli erano stati dati da un vecchio sadhu quando 
era ragazzo e da cui, diceva, dipendeva la sua sopravvivenza. Li recitava ad alta voce appena si 
svegliava, li recitava in silenzio camminando, e su quei mantra concentrava la sua attenzione meditando. 
Secondo Sundarajan i mantra erano formule magiche che, come degli abracadabra, avevano il potere 
di influenzare lo spirito e la materia. Le parole stesse creavano, secondo lui, una vibrazione che, 
entrando in sintonia con la vibrazione caratteristica di ogni oggetto e corpo, agiva in maniera curativa o 
distruttiva sulloggetto o sul corpo in questione. Un po come la musica agirebbe sulle cellule, insomma. 

Lui su tutto questo ci giurava, dimenticandosi, come gli ricordavo, i suoi studi di ingegneria! 

Io, per cominciare, mi accontentavo della spiegazione relativa al respiro. Fra il modo in cui 
respiriamo e la nostra mente c ovviamente un rapporto stretto: luno influenza laltra.  facile 
accorgersene. Quando il nostro respiro  irregolare, la nostra mente  inquieta. Quando ci arrabbiamo, 
ci viene laffanno. Se la nostra mente  assorta in bei pensieri, il nostro respiro diventa sempre pi 
regolare e profondo. Succede cos persino nel sonno. 

Recitando sempre lo stesso mantra, legando lultima sillaba alla prima e cos via (in sanscrito questo 
ossessivo salmodiare si chiama japa), il respiro acquista un ritmo particolare e determina il cambiamento 
della mente (o della coscienza) di cui parlava il Swami. Ovviamente un altro aspetto del mantra  che, 
dovendo pensare alla sequenza di quelle parole, la mente non pu distrarsi. Il prossimo pensiero non  
incerto e questo crea una distanza fra il S e la mente che permette al S di osservarla, di tenerla sotto 
controllo. Almeno cos si diceva. 

Senza dubbio cera qualcosa di particolare in quei suoni tramandati per millenni, di generazione in 
generazione, con identica pronuncia, identico ritmo, identiche cesure. Fossero stati inutili, i mantra 
sarebbero stati dimenticati, messi da parte. Invece la tradizione continua. Il guru che ha completa 
fiducia nel suo discepolo gli d, come fosse un prezioso regalo, un mantra che legher i due per sempre. 
E fra i riti c ancora quello in cui al bambino di otto anni viene dato un mantra di cui potr servirsi per 
il resto della vita. 

Secondo me, quel che rendeva particolari quei suoni era la stessa cosa che pensavo rendesse 
particolari le medicine: il potere della mente. Lidea che quelle formule fossero magiche, che 
provocassero un qualcosa, una guarigione o altro, induceva la mente a contribuire a quel qualcosa. Io 
ero convinto che il liquido rosso della chemioterapia fosse potente e quindi quello finiva per esserlo, 
cos come Sundarajan era convinto che era il suo mandddrram a tenerlo in vita. 

Il potere non sta nella cosa in s, ma nel potere della mente che crede nel potere della cosa. I tibetani 
lo spiegano con questa storia. 

Un monaco, dopo anni di assenza, decide di andare a trovare la madre che sa poverissima e che 
immagina sul punto di morire di fame. Ma al villaggio lo aspetta una sorpresa: la madre sta benissimo. 
Un vecchio sadhu le ha dato un mantra grazie al quale lei mette dei sassi in una pentola e quelli, al 
suono del mantra, diventano patate. Quando la madre con quel suo sistema si mette a preparare la cena, 
il monaco, ormai espertissimo in cose sacre, si accorge che lei pronuncia male le parole sanscrite del 
mantra e la corregge. La madre, orgogliosa del sapere del figlio, intona subito la nuova versione, ma il 
risultato  deludente. I sassi nella pentola restano sassi e i due non hanno nulla da mangiare. Il monaco 


capisce, prega la madre di tornare alla sua versione del mantra e, miracolosamente, nella pentola 
compaiono delle fumanti patate. 

N mia madre n mia nonna, che viveva con noi quandero ragazzo, conoscevano i mantra, ma 
anche loro recitavano preghiere e cantavano inni che, se anche non trasformavano i sassi in patate -e 
ce ne sarebbe stato bisogno! -contribuivano per al ritmo delle loro giornate. Cos era quandero 
ragazzo: i contadini cantavano nei campi, gli artigiani lavorando nelle loro botteghe e noi cantavamo a 
scuola. Se penso ai suoni che hanno accompagnato la mia infanzia -le campane ad esempio - e quelli di 
cui deve invece alimentarsi oggi mio nipote, mi viene da disperarmi. 

Abbiamo smesso di cantare per ascoltare tuttal pi, con un sistema hi-fi, altri che cantano.  questo 
non  sano. Se ne accorsero negli anni Sessanta i benedettini di un monastero francese quando vennero 
tutti colpiti da una strana malattia. Improvvisamente cominciarono a sentirsi stanchi, depressi e distratti. 
Si riunirono e decisero di dormire di pi. Ma questo peggior la situazione: erano pi stanchi e pi 
depressi che mai. Consultarono allora dei medici. Uno sugger loro di mangiare della carne, cosa che 
non facevano da duecento anni. Nessun miglioramento. Infine un bravo medico di Parigi scopr che in 
seguito alle nuove regole introdotte dal Concilio Vaticano Secondo, un intraprendente abate aveva 
ridotto notevolmente le ore di canto per aumentare quelle dedicate alle attivit produttive. Questo 
aveva cambiato la routine del convento, disse il medico e come terapia sugger semplicemente di 
ritornare alle abitudini di prima. 

Dopo qualche mese i monaci erano di nuovo in ottima salute e di buon umore. Il canto sintonizzava 
la loro respirazione e quella sintonia induceva in loro un aumento di energia e di vitalit. Le alte frequenze prodotte dal cantare ricaricavano la corteccia cervicale, creando uno stato di euforia che permetteva ai monaci di sentirsi beati di giorno e di notte. Qualcosa di simile succedeva a noi nellashram. Persino a me che ero stonato. 

Una sera il Swami mi invit a cena. Come tantissimi indiani della sua et, soffriva di diabete per cui 
la sua dieta era ancora pi semplice e basilare di quella del refettorio. Mangiammo in cucina, accuditi dalle due sagrestane. Non aveva dimenticato la sua promessa di farmi incontrare un medico ayurvedico di cui lui si fidava e che avrebbe potuto aiutarmi col mio malanno. Gli aveva appena parlato al telefono e aveva fissato che fossi ricoverato nel suo ospedale. Mi aspettavano. 
...
.
...
IL TEATRO FA GUARIRE.
...
.
...
La cosa che pi mi colp arrivando allospedale fu lelefante. Da lontano pensai fosse semplicemente dipinto sul muro bianco di cinta. Poi, lo vidi sbattere le orecchie, tentennare lentamente la sua enorme, patetica testa e mi resi conto che non solo era vivo e vegeto, ma che lui, in quel cortile su cui si affacciavano le camere dei malati, era di casa molto pi di me. A lui nessuno faceva caso. A me erano rivolti tanti sguardi curiosi: ero straniero, venivo da lontano, non ero un turista di passaggio, ma anchio un paziente. 

La meta di un viaggio che si fa per la prima volta  sempre una sorpresa e per me quella fu grande. 
Ero arrivato a Kottakal, una piccola cittadina nello Stato del Kerala, diretto allArya Vaidya Sala listituto 
di Medicina Ariana -, il pi vecchio e il pi rinomato centro ayurvedico dellIndia. Ma invece 
che in un tranquillo luogo di cura dove, annunciato da una telefonata del Swami, contavo di passare 
alcuni giorni in pace, mi ritrovai in una sorta di rumorosissimo circo equestre in via di allestimento. 
Attorno allelefante, decine di uomini lavoravano a montare un grande tendone di paglia intrecciata; 
gruppi di musicanti a torso nudo accordavano i loro strani, striduli strumenti, ballerini dai coloratissimi 
costumi e attori, con le teste coperte da grandi diademi e le facce dipinte in maschere grottesche, si aggiravano attorno a un palcoscenico di legno che altri finivano di mettere assieme con pali di bamb e grosse corde. Dovunque cera un grande viavai di gente e di cose. Lelefante -lo vidi avvicinandomi aveva la gamba destra incatenata a un paletto piantato in terra e tutto un bellarabesco di fiori pitturato sulla fronte. 

Lospedale? Uno degli uomini che mi guardava come fossi io unapparizione mi indic la porta delle 
accettazioni. Mi aspettavano. Non mi chiesero documenti, non controllarono che davvero fossi io 
lAnam raccomandato dal Swami, n mi chiesero, come invece avveniva con sorridente freddezza 
allMSKCC, di pagare un anticipo sugli esami e le cure che avrei fatto. I soldi non sembravano la 
principale ragione dessere dellArya Vaidya Sala. Dietro al banco delle accettazioni un cartello 
annunciava che ogni giorno dalle nove a mezzogiorno si svolgevano consultazioni gratis per chiunque 
si presentasse. Altri cartelli invitavano cortesemente, per il bene di tutti, a non fumare. Su un pannello 
di legno cera la lista dei medici incaricati delle varie sezioni. Il cognome era quasi sempre lo stesso: Varrier. 

La camera che mi era stata riservata era la 502 al piano pi alto della nuova ala dellospedale, con 
vista sul cortile e il suo circo. Dietro svettavano le esuberanti chiome delle palme di cocco come fuochi 
dartificio sopra la distesa dei tetti in lamiera ondulata. Tutto era modesto, ma ben fatto e razionale. 
Nonostante il clima tropicale non cerano condizionatori daria, ma solo ventilatori che pendevano dai 
soffitti. Per i malati che non potevano prendere le scale, un corridoio esterno, leggermente in pendio, univa i vari piani. 

La mia camera era pulita e spartana: un letto e un comodino di legno, un materasso sottile di kapok, 
un cuscino e due lenzuoli bianchi di cotone. Alla parete, la foto del fondatore: un signore dallaria 
serissima con occhiali cerchiati di ferro, giacca nera, cravatta, una toga sulle spalle e un berretto giallo in 
testa. Unimmagine allantica, come erano un tempo in Europa quelle degli inventori delle pomate 
contro i calli, o in Asia, ancora oggi, quelle sui barattolini del Balsamo di Tigre. La scritta diceva: 
Vaidyaratnam P.S. Varrier 1869-1944. Feci un rapido calcolo: era morto a settantacinque anni. Non 
male come rclame per le sue medicine! Sotto quella foto ce nera unaltra, pi piccola, del suo 
successore, anche lui un Varrier. LIstituto di Medicina Ariana di Kottakal, fondato nel 1902, era 
evidentemente nato come unimpresa familiare e tale era rimasto. 

Un giovane sikh, vedendomi arrivare, si present alla porta per indicarmi la camera dirimpetto dove 
stava suo padre. Lavevano portato fin l dal Nord dellIndia con la speranza di una cura. Il tavolino del 
vecchio era pieno di boccette e boccettine. Il giovane si raccomand: di qualunque cosa avessi bisogno, mi rivolgessi a lui. 

Feci appena in tempo a depositare il mio sacco e ad affacciarmi alla finestra che un signore anziano, alto e distinto, entr nella stanza. Era il direttore amministrativo dellospedale venuto a darmi il benvenuto. 

Lei  fortunato, disse. Proprio oggi comincia la settimana dei festeggiamenti del dio 
Viswambhara. Pens che capissi e continu: Offriamo al nostro Signore musica, danze e 
rappresentazioni alla presenza dellelefante. Lei lo sa, lelefante ha un ruolo importante nella nostra mitologia,  il dio Ganesh che ci aiuta a superare tutti gli ostacoli. Vedr anche il suo cancro. 

Non volevo imbarazzarlo mostrandomi sorpreso dallinsolita combinazione medico-elefantinoteatrale. 
Farfugliai che anchio a casa avevo un Ganesh: una copia in cemento di quello famoso di Angkor. 

Lei approfitter molto dei giorni che vengono, aggiunse il direttore. Il festival  per noi tutti, 
medici e pazienti, un modo di avvicinarci alla realt profonda, alla Realt Ultima, a Brahman. 

Non era esattamente lospedale che mi ero immaginato, ma era certo un posto interessante. 

Il viaggio era stato lungo. Dallashram il taxi aveva impiegato pi di cinque ore, prima attraverso le 
colline dello Stato del Tamil Nadu, sporco e malridotto, poi gi verso la costa dello Stato del Kerala, 
anche quello povero, ma di una povert dignitosa. Il giovane alla guida mi era stato presentato come 
uno che parlava inglese, ma la sola cosa che seppe dire poco dopo essersi messo al volante fu: Urine 
coming? e le nostre comunicazioni non andarono molto pi in l del decidere quando fermarsi a far 
pip. 

Passai cos il tempo in silenzio a rimuginare sulle cose che vedevo, sui soliti paesini di case basse che 
si succedevano lungo la strada, col solito raspare rasoterra di uomini e animali. Povere le case, povera la 
gente, ricca la natura. Ogni mercatino sfoggiava montagne di frutta, banchetti carichi di verdure ed 
enormi caschi di banane che pendevano dai ghirigori dei loro fusti, belli come le lettere dellalfabeto 
sanscrito che cercavo di imparare. 

Il Tamil Nadu  una terra antica con una vecchia cultura, una grande letteratura e una popolarissima 
tradizione teatrale. Di questo ha fatto le spese la politica: dallindipendenza in poi il Tamil Nadu  stato 
governato soprattutto da famosi attori. Questo  un fenomeno molto indiano. La gente qui non 
distingue fra lattore e il suo ruolo e una volta che qualcuno recita sulla scena la parte di un re, di un 
eroe, o di un saggio, il pubblico lo prende per tale anche nella vita quotidiana, lo tratta come se davvero 
fosse Krishna, Shiva o Rama, e se poi alle elezioni quello si candida al posto di primo ministro dello 
Stato, tutti votano per lui. Dopo tutto chi, specie oggigiorno, non vorrebbe essere governato da un dio, 
un eroe o un saggio? 

Tutto ci non faceva che aumentare la mia crescente diffidenza nei confronti di questa cosiddetta 
democrazia che ormai riduce la partecipazione dei cittadini allandare alle urne ogni quattro o cinque 
anni, e che, dovunque nel mondo, porta al potere soprattutto mediocri, corrotti o incapaci. La 
democrazia ormai  un sistema che premia soprattutto la banalit e le bugie pubblicitarie, non la 
saggezza e limpegno morale.  lassurdit di questo sistema che, ad esempio, fa oggi di Sonia Gandhi, 
una brava signora piemontese, il possibile prossimo primo Ministro della pi grande democrazia del 
mondo, come lIndia si definisce. Un paese di oltre un miliardo di persone ha bisogno per essere 
governato di unitaliana che non parla neppure bene la lingua nazionale? S, perch sul libero mercato 
dei voti la sua vendibilit sta nellessere la vedova di Rajiv Gandhi, diventato primo Ministro (e come 
tale assassinato) perch figlio di Indira Gandhi, che a sua volta era diventata primo Ministro (e come 
tale assassinata) perch figlia di Nehru. Lui almeno era diventato primo Ministro perch designato da 
Gandhi, il Mahatma. Sonia Gandhi parente di Gandhi? Niente affatto, ma nella memoria mitica della 


gente lo  perch hanno lo stesso cognome. Ma ce lhanno perch Indira, nata Nehru, fece astutamente 
cambiare in Gandhi il cognome delluomo che aveva sposato e che, essendo un parsi, si chiamava 
Gandy. 

Povero Gandhi, ormai completamente dimenticato! Si vestiva come un contadino, viveva di nulla e 
sognava un paese libero e indipendente, n capitalista n comunista, un paese che fosse lespressione 
dei milioni di villaggi che per lui rappresentavano la vera, eterna anima dellIndia. Era per il piccolo, 
non per il grande. Era per luomo, non per la macchina, per ci che  naturale e non artificiale. 

Quando il trattore potr essere munto, quando il suo sterco potr essere usato come concime e 
come combustibile, lo preferir alla vacca, diceva. Aveva viaggiato in lungo e in largo; conosceva bene 
il suo paese e la sua gente. Solo in India un buco in un muro pu essere una fabbrica di sigarette; un 
cubicolo di legno su quattro gambe pu essere di giorno la bottega di uno stiratore e la sera la sua 
camera da letto. Solo in India il gamcha. lo straccio colorato con cui un barcaiolo e un tiratore di risci 
si asciugano il sudore,  anche una coperta quando fa freddo e un turbante quando il sole scotta. 

Gandhi era convinto che Piccolo  bello e leconomista Fritz Schumacher, suo grande ammiratore, 
svilupp quellidea in una teoria economica che sembrava adattissima allIndia. Schumacher sosteneva 
la necessit di proteggere le piccole imprese locali contro le grandi aziende e le multinazionali che 
altrimenti se le sarebbero mangiate come i pescecani mangiano i pesciolini. Schumacher diceva, come 
Gandhi, che leconomia si deve fondare su ci che conta per luomo, e non sul principio amorale del 
profitto. Gandhi e Schumacher: tutti e due finiti nel dimenticatoio. 

La de-gandhizzazione dellIndia cominci con Nehru che lo stesso Gandhi, commettendo forse uno 
dei pi grandi errori della sua vita, aveva scelto come suo successore. Nehru era il contrario di Gandhi. 
Era raffinato. Era elegante. Era contro il piccolo e per il grande: grandi industrie, grandi dighe, 
grandi fabbriche. Persino un grande amore: per Edwina, la moglie inglese dellinglesissimo vicer 
dellIndia, Lord Mountbatten, non per una semplice indiana. 

Questa del grande  rimasta laspirazione politica di quasi tutti i governi di Delhi dopo 
lindipendenza. E pi passa il tempo, pi lIndia diventa, per molti versi, un paese come tutti gli altri: 
con un grande esercito, grandi armi (comprese quelle atomiche) e il sogno di essere una grande 
potenza. Sempre meno radicata nei villaggi la cui purezza era lideale di Gandhi, lIndia sta 
coinvolgendosi sempre di pi col villaggio globale che di puro ha solo lingordigia. 

La diversit fra lo Stato del Tamil Nadu e il Kerala era evidente. Mi accorsi di aver varcato il confine 
quando, lungo la strada, tutto si fece un po pi curato, un po pi pulito. Il Kerala non  dominato da 
attori diventati politicanti, ma da due forze, i comunisti e i cristiani, che ne han fatto lo stato col pi alto 
livello di scolarit dellIndia. 

Guardavo dal finestrino le risaie verdissime, le case di fango dipinte di rosso, le mucche con le 
collane di fiori fra le coma, gli uomini magri, ognuno col suo dothi, e continuava a venirmi in mente 
una parola: contento. Contento  meno di felice, ma sta per soddisfatto, per chi non agogna a niente di 
pi. Ecco come sono gli indiani: contenti. Contento  chi si accontenta. In tedesco la parola  zufrieden
 e significa darsi pace. E per darsi pace bisogna limitare i propri desideri, come suggeriscono le 
Upanishad e la Gita. 

LIndia  un paese povero, ma  anche un paese in cui la gente ha meno bisogni, meno desideri; per 
questo  in fondo un paese molto pi contento di altri. Non per molto: la globalizzazione sta 
portando anche in India i desideri del resto del mondo e con questo ne erode la contentezza, il suo 
darsi pace. 

La macchina, una vecchia Ambassador, aveva le sospensioni malandate e ogni tanto, sulle buche, 
faceva dei salti che mi sballottavano terribilmente. Mi fosse preso un colpo, o scoppiata lernia, 
immaginavo il giovane tassista depositarmi in uno dei tanti ospedali e case di cura che vedevo ai 
bordi della strada. Avevano tutti laria poco raccomandabile: persino le lettere dei loro nomi, Shakti 
Nursing Home, Lord Krishna Hospital, erano cadenti. E poi, le cure che vantavano erano 


soprattutto per emorroidi e fistole! 

Non mi successe nulla e lesperienza di essere davvero un Anam, un Senzanome, in un luogo 
qualsiasi, senza la protezione della mia vecchia identit, mi fu risparmiata e arrivammo senza incidenti a 
Kottakal. LArya Vaidya Sala era notissimo. Tutti ce lo seppero indicare: era il solo ospedale con un 
elefante parcheggiato nel cortile. 

Non riuscii a rimanere in camera. Ogni volta che arrivo in un posto nuovo ho bisogno di vedere 
dove mi trovo, di considerare che cosa ho attorno e di prenderne le misure. Forse  listinto, listinto di 
un animale che non entra da nessuna parte senza prima assicurarsi di poterne uscire. 

Non era ancora buio, il circo era in via di allestimento e decisi di andare a piedi a fare un giro della 
cittadina che avevo visto solo dalla macchina. Niente di particolare: camion colmi di noci di cocco 
scaricavano la loro mercanzia sulla piazza centrale accanto alla stazione degli autobus e al bazar con i 
soliti negozietti di scarpe di plastica e vestitucci, piccole oreficerie foderate di velluto rosso, botteghe di 
tegami e ciotole e tante, tante farmacie, tanti ospedalini e case di cura. Kottakal viveva evidentemente 
dellindustria della salute. 

In alto, al terzo o quarto piano di un edificio, vidi sporgere la scritta: ICT computer e pensai che l 
avrebbero potuto indicarmi un posto con linternet. Per arrivarci dovetti fare una sorta di percorso a 
ostacoli, passare su cumuli di calcinacci, salire per una scala buia e polverosa e poi camminare lungo un 
ballatoio di cemento sul quale si affacciavano varie piccole stanze. Allinterno di una vidi il profilo di un 
uomo con una lunga barba nera e quello di una donna, tutti e due seduti per terra attorno a una candela 
accesa. ICT computer era l accanto: un ufficio dipinto di bianco con aria condizionata, luci al neon e, 
dietro a una vera scrivania, su una poltrona manageriale, un giovane ingegnere elettronico. 

Qui lei vede i due estremi dell'India, disse e mi spieg che il suo vicino con la barba era un 
dottore locale: uno che curava soprattutto donne venute dalla provincia a cui propinava rimedi legati 
alla magia. 

Dissi che anchio ero venuto a Kottakal per curarmi. 

Dai tangali? chiese il giovane ingegnere. 

No, allArya Vaidya Sala. 

La gente di qui non ci si avvicina nemmeno.  troppo elegante e costa caro. Pi che altro ci vanno 
pazienti che vengono da fuori. Qui si va dai maghi, dai tangali. 

I tangali? Mai sentiti nominare. 

Il giovane, un musulmano sveglio e cortesissimo -mi fece usare il suo computer per mandare un 
paio di messaggi e-mail -, si divert a stupirmi. I tangali, mi spieg, sono guaritori musulmani che 
operano fra il Kerala e il Tamil Nadu. Esorcizzano le malattie, i dolori e le disgrazie entrando in trance 
e prendendo su di s tutto ci che affligge gli altri. Di solito lavorano in gruppo: alcuni suonano, 
cantano e invocano Allah, mentre uno fa gli esorcismi, infilandosi aghi nelle guance, nelle braccia, 
ferendosi con dei coltelli e finendo coi vestiti imbrattati di sangue. Secondo lui, nel Kerala tutti 
ricorrono ai tangali, musulmani, cristiani e ind. 

Non c niente di strano, disse. Anche Ges Cristo si  fatto inchiodare sulla croce per prendere 
su di s le pene del mondo, no? 

I tangali, certo, si facevano pagare, ma anche loro dovevano pur vivere! 

Lui credeva nella magia? No davvero. Era ingegnere, era moderno, usava i computer. Ma non si 
meravigliava che molti ci credessero. 

Sera fatto buio e gi scendere le scale di quelledificio con i suoi due estremi non fu facile. Ancora 
peggio fu ritrovare la via dellospedale. Allimprovviso, come capita in continuazione in questo paese, 
era saltata la luce e lintera cittadina di Kottakal era piombata nelloscurit. Qua e l si accesero delle 
lampade a petrolio e dei lumini, ma la stradina che portava allArya Vaidya Sala, con le fogne aperte da 
cui uscivano zaffate del solito odore dellIndia, era davvero buia e preoccupante. Lungo un muro vidi 


gente accucciata al lume di minuscole fiammelle. Erano chiromanti in attesa di clienti. Ebbi un attimo 
di sconforto. Mi parve desser finito in una medioevale corte dei miracoli. E io cero con la speranza 
dessere miracolato! 

Mi consol la vista dellospedale. L erano entrati in funzione dei generatori, lintero complesso era 
felicemente illuminato e lArya Vaidya Sala mi apparve come unoasi moderna e rassicurante. 

Il cortile si era riempito di gente. I medici con le loro famiglie erano gli ultimi a prendere i loro posti, 
tenendo su con le due mani le cocche dei loro dothi, come fossero ali che non dovevano toccare terra. 
Lelefante era stato agghindato con una coperta ricamata, una sorta di maschera dorata gli scendeva 
dalla testa gi lungo tutta la proboscide. Sul palcoscenico si muovevano attori e ballerini mentre dei 
suonatori davano unultima accordata ai loro strumenti. Lo spettacolo stava per cominciare, ma io andai 
dritto a letto. 

Ero stanco. Non solo del viaggio, ma anche di questo ritrovarmi di nuovo in un posto di cui dovevo 
capire i rumori, la gente, le abitudini. Ero stanco di questo gettare le reti nel mare del nuovo per tornare 
a pescare qualcosa che in fondo conoscevo gi. Nel 1993 giravo il mondo in cerca di indovini, ora di 
medici e di medicine alternative. Mi ripetevo. Lesplorazione del mondo fuori non mi incuriosiva pi. 
Avevo forse sbagliato a lasciare lashram. 

Dalla finestra aperta mi entrava in camera un gran frastuono di cembali, trombe, barriti e grida. Non 
capivo nulla, ma sapevo che sarebbe durato senza interruzioni fino allalba. 

A svegliarmi fu il silenzio. Avevo dormito tutta la notte in un costante fracasso a cui lorecchio aveva 
fatto labitudine. Poi, improvvisamente, quella parte di noi che resta allerta anche quando laltra riposa 
si rese conto che stava succedendo qualcosa di nuovo e si allarm. Il rumoroso, insolito spettacolo 
messo in scena dagli uomini per gli dei era finito e stava cominciando quello, quieto e quotidiano, 
offerto dagli dei agli uomini. Un magnifico sole arancione si levava dietro la frastagliata lontananza delle 
palme, facendo lentamente uscire dalloscurit le case, le strade, i viottoli e la gente. Fumi bianchi si 
alzavano dai tetti della vicina fabbrica di medicine, portandomi il loro balsamico profumo. 

Gi nel cortile il palcoscenico si vuotava, i gruppi si sbrancavano, la gente portava via le seggiole, i 
musicanti riponevano gli strumenti. I pazienti, sorretti dai parenti, tornavano lentamente verso 
lospedale. Erano stati l tutta la notte! Ne vidi alcuni passare davanti allelefante e, a mani giunte, 
inchinarsi leggermente a salutarlo come si saluta il padrone di casa alla fine di una festa. Lelefante non 
aveva pi addosso i suoi paramenti dorati. Arrotolato nella proboscide teneva invece un grande fascio 
di frasche e derba: la sua colazione. 

Io andai a fare la mia alla mensa dellospedale. Un cartello avvisava che il cibo era strettamente 
vegetariano. Tutto era semplice e pulito, ma anche l qualcuno non aveva resistito alla tentazione della 
modernit e una perfida lampada fosforescente schioccava come una frusta ogni volta che una mosca 
ignara, attratta dalla sua luce azzurrina, ci si buttava dentro incenerendosi. 

Puntuale, alle nove, un giovane medico mandato dal direttore venne a prendermi per portarmi poco 
lontano, alla clinica delle consultazioni gratuite: una fila di edifici bassi coi tetti rossi, le pareti celesti, i 
pavimenti di cemento e divisori in compensato verniciato di bianco. Le soglie delle porte erano annerite 
dallo strusciare di anni di malati e parenti in attesa dei responsi. Un vento tropicale soffiava attraverso le 
stanze aperte, facendo svolazzare le tende gialle alle finestre. Sul piazzale di terra battuta cerano i soliti 
crocchi silenziosi di gente. Mi venne da pensare agli ospedali di provincia in Cambogia dove andavo a 
contare le vittime delle varie battaglie e dei bombardamenti americani: stesso caldo, stessa atmosfera, 
stesse facce scure, smunte e impaurite. Solo il mio ruolo era cambiato. Me ne accorsi quando il giovane 
medico per farmi una prima visita mi fece distendere a torso nudo su un lettino coperto da un pezzo di 
plastica nera, e il riquadro della finestra si riemp di occhi sgranati che mi guardavano. 

Mi auscult il torace, mi misur la pressione, poi mi fece varie domande sulle mie malattie passate, 
specie quelle dellinfanzia. 


Io rispondevo e lui prendeva appunti. Alla fine mi chiese: 

Come ha reagito quando le hanno detto che aveva il cancro? 

Senza disperarmi. 

E quali crede che siano le sue possibilit di guarire? 

Di cancro si guarisce male, dissi. Ma spero di trovare un modo che mi permetta di viverci assieme 
per qualche tempo. Per questo son qui. 

Sorrise, mi guard come avessi superato un esame e cit, prima in sanscrito poi in inglese, un detto 
dellayurveda che mentalmente tradussi in italiano: 

La durata della vita  dipendente 
Dalla forza interiore del paziente 
E da quanto ordinata 
 ogni sua giornata. 


Gli chiesi cosa layurveda poteva sapere del cancro. Quella era una scienza vecchia di millenni e 
questa una malattia moderna. 

Non era daccordo. 

Il tempo non fa alcuna differenza. Luomo  sempre luomo e i suoi mali son sempre gli stessi, 
disse. Non ci sono malattie antiche e malattie moderne. Noi distinguiamo solo fra malattie curabili e 
incurabili e il cancro non appartiene a nessuna delle due categorie. I testi sacri lo definiscono adbhuta 
roga, una malattia eccezionale. 

Ero curioso, ma non volle dire di pi. Non era un esperto di questo settore. Il solo responsabile era 
il Primario, disse. La sua specializzazione erano le morsicature di serpente. 

Anche questo mi interessava e lui fu felicissimo di portarmi a vedere il suo reparto, e di spiegarmi i 
nomi e le caratteristiche delle decine di cobra, vipere e altri rettili messi in formalina in tanti bei barattoli 
di vetro allineati su scaffalature di legno. Ognuno di quei serpenti, disse, poteva ammazzare un uomo in 
pochissimo tempo. 

Quanto tempo? chiesi. 

Mezzora. Se il paziente viene portato qui entro mezzora da quando  stato morso, noi lo salviamo. 
Abbiamo dei preparati ayurvedici a base di erbe da mettere sulla ferita e da ingerire, capaci di 
neutralizzare il veleno di qualsiasi serpente. Ogni anno trattavano una media di 1500 casi e di solito 
tutti sopravvivevano. 

Tutti arrivati entro mezzora? Tutti trattati solo con layurveda? chiesi. 

No. Ma dove layurveda non basta, c sempre la medicina allopatica, rispose con franchezza. 
Secondo lui le due medicine erano complementari. Layurveda era pi semplice, pi a buon mercato e 
pi in armonia con lambiente. Ma lui e i suoi colleghi mandavano spesso dai medici allopatici i pazienti 
per i quali non vedevano una soluzione ayurvedica. Ce li mandavano sempre nei casi in cui ritenevano 
necessario un intervento chirurgico. 

Originariamente, mi spieg il giovane medico, la chirurgia era stata parte dellayurveda. Ci sono testi 
antichissimi in cui sono descritti con grande precisione strumenti chirurgici molto simili a quelli usati 
ancora oggi. La pratica era per caduta in disuso, disse, probabilmente per la mancanza, nella 
farmacopea ayurvedica, di veri e propri anestetici. Per questo layurveda oggi non ha pi una sua 
chirurgia. 

Il giovane medico era attento e caloroso. Disse che fra italiani e indiani non cerano tante differenze: 
Krishna Cristo. Stessa idea, stesso nome. 

Finalmente venne il Primario, P.K. Varrier, ultrasettantenne, capelli bianchi, un grosso naso. Sordo. 
Era gentile, ma freddo. Guardando la mia cartella appena compilata dal giovane medico, disse che 
secondo lui il cancro era provocato da scompensi alimentari e dallambiente. Una dieta sbagliata 


preparava il terreno per tantissime malattie, comprese quelle come la mia. 

Per noi ayurvedici il cibo  una cosa importantissima, disse. Una cattiva digestione pu creare i 
problemi pi svariati. Per questo consigliamo a tutti una dieta molto spartana. Il cibo pi costa pi fa 
male. Chi si ammala deve cambiare vita e soprattutto deve imparare a mangiare poco e regolarmente, se 
vuole guarire. La cena, ad esempio, deve essere consumata presto la sera, molto prima di andare a 
letto. 

Lidea di cambiar vita per guarire era stata mia fin dallinizio e mi piacque che anche lui ci insistesse. 
Per il resto mi parve un po troppo semplicistico, ma non ero l per discutere. 

Non le promettiamo nulla. Faremo del nostro meglio. Certamente possiamo migliorare la qualit 
della sua vita concluse. 

Mi avrebbe prescritto una cura che era ancora in fase sperimentale. Veniva prodotta ad personam e 
lavrei dovuta seguire per tre mesi. Dopo, voleva rivedermi. 

Chiesi quali erano stati i primi risultati della sua cura sperimentale. Buoni, disse. Alcuni pazienti dati 
per spacciati erano vissuti ancora un paio di anni, quelli con dolori se li erano visti diminuire e in alcuni 
casi il cancro era scomparso. Al contrario delle medicine occidentali, queste non curavano questo o 
quel male; cercavano solo di ristabilire lequilibrio perduto. Ma dovevo saperlo: non cerano garanzie. 
Era un esperimento. 

Ormai ero abituato agli esperimenti e questo, a confronto con La Ragna, mi pareva abbastanza 
innocuo. Lo disse lui stesso: le loro medicine non avrebbero avuto effetti secondari perch non 
entrano nel sangue e vengono assorbite attraverso il sistema digestivo. 

Insistette molto sulla dieta. Nel mio caso era vitale: dovevo assolutamente essere vegetariano e non 
mangiare pesce. Secondo layurveda, disse, tutti gli animali che vivono nellacqua aumentano le 
infiammazioni. Dovevo evitare anche il caff, il t e tutti i cibi piccanti. Mi avrebbe fatto bene mangiare 
molta frutta e molta verdura, ma anche quella, attenzione, mai fritta. Ottimo il cavolo, sia quello bianco 
che la verza. 

Alla fine il vecchio Varrier si rivolse al giovane medico che, come un cameriere, blocchetto e penna 
alla mano, aspettava di prendere lordinazione. Si parlarono in tamil. Disse delle parole che mi parvero 
nomi di erbe. Poi, rivolto a me, spieg che la cura consisteva di due medicine: una gelatina, una sorta di 
marmellata intesa ad aumentare lumidit nello stomaco; e unaltra, pi specifica. La gelatina sarebbe 
stata sgradevole. Ne dovevo prendere un quarto di cucchiaino seguito da due cucchiaini da caff 
dellaltra medicina diluiti in otto cucchiai di acqua calda. 

Chiesi quali erano i componenti della cura che mi prescriveva. Erbe, erbe disse. Ma notai una certa 
reticenza nella sua risposta. 

Lincontro era durato una ventina di minuti. 

Dovetti aspettare due giorni perch le medicine fossero pronte. Ne approfittai per visitare i vari 
reparti dellospedale e per leggere alcune loro pubblicazioni. Fra queste cera una biografia del 
fondatore. Mi incurios che P.S. Varrier venisse descritto non solo come un bravo medico, ma 
soprattutto come un grande patriota. Mi interess perch questo aveva molto a che fare con la storia 
e lo stato attuale dellayurveda. 

Layurveda , assieme alla medicina cinese, uno dei pi antichi sistemi di sapienza medica che 
vengono ancora praticati e di cui ci sono rimaste importanti tracce documentali. Al contrario della 
medicina cinese, per, layurveda nel corso dei secoli ha avuto lunghi periodi di declino e varie volte  
stata addirittura sul punto di essere marginalizzata e di scomparire. La rinascita di cui oggi gode  frutto 
di una particolare operazione politico-chirurgica, di segno anticoloniale, che ha ricucito al corpo di 
questa antica conoscenza indiana uno dei bracci ormai quasi completamente reciso. 

Come tutte le cose indiane, anche l'ayurveda ha le sue origini in un mito. Brahma, il dio della 
creazione, stabil le regole con cui sarebbe stata conservata la vita. Questa sapienza, layurveda appunto, 


attraverso i suoi assistenti semidei fu portata sulla terra dove venne raccolta dai rishi. Finalmente, 
attorno al VII secolo avanti Cristo -e qui il mito comincia forse a diventare storia -un personaggio di 
nome Atreya si mise a praticarla e insegnarla in tutta lIndia. Un diretto allievo di Atreya sarebbe stato il 
primo a metterne per iscritto i principi fondamentali. 

Il grosso di quegli scritti risale al VI secolo avanti Cristo, con aggiunte e commenti che arrivano fino 
al IV secolo dopo Cristo. Secondo alcuni storici, gi con larrivo di Alessandro Magno, al cui seguito 
vennero in India alcuni medici greci, layurveda sub la prima crisi. Le invasioni musulmane certo 
contribuirono alla sua decadenza, ma il colpo di grazia le fu dato dalla colonizzazione inglese. 

Gli amministratori imperiali venuti da Londra, col loro complesso di superiorit e la loro 
convinzione dessere coinvolti in una grande missione civilizzatrice, non avevano alcun rispetto per le 
pratiche primitive degli indigeni, e presto gli indigeni stessi, specie quelli delle caste pi alte, 
progressivamente anglicizzate -gli indiani diventati inglesi di pelle scura -, finirono con labbandonare 
molti aspetti della loro tradizione, prima fra tutte quella medica. 

Il regime coloniale fu esplicito e costante nella sua politica di repressione. Nel 1805 gli inglesi 
proibirono in India ogni tipo di vaccinazione tradizionale contro il vaiolo. Nel 1835 chiusero tutte le 
scuole di ayurveda, misero al bando tutte le associazioni mediche che registravano i dottori indiani e 
vietarono ogni forma di aiuto governativo alle pratiche mediche e farmaceutiche tradizionali. Le 
medicine usate dagli indiani dovevano essere tutte importate dall'Inghilterra! 

Ancora un secolo fa in India la stessa parola ayurveda era pronunciata con disprezzo mentre 
sempre pi indiani erano affascinati dai miracoli della medicina occidentale. Nei villaggi, ovviamente, 
dove molte delle pratiche ayurvediche erano da secoli parte del buon senso della gente, e dove molte 
erbe e piante mediche erano entrate a far parte della dieta delle famiglie, layurveda rest a suo modo in 
vita. Ma il grosso della tradizione si perse. La catena di trasmissione scientifica era stata interrotta. 

La riscoperta dellayurveda avvenne alla fine dellOttocento nel quadro della rivolta indiana contro il 
potere coloniale. Il ritorno alluso curativo delle erbe locali e a buon mercato, invece che delle costose 
medicine inglesi, divenne un simbolo del swadeshi, il grande movimento antibritannico per 
lautosufficienza. 

P.S. Varrier, il fondatore dellArya Vaidya Sala, fu uno dei promotori di questa rinascita in chiave 
nazionalista dellayurveda. Voleva aiutare i poveri della sua regione, cap che poteva farlo solo con 
mezzi locali e nel 1902 fond il nucleo dellattuale Arya Vaidya Sala. 
Il fatto che la tradizione fosse stata interrotta e che il suo salvataggio sia avvenuto in extremis 
continua a pesare sulle sorti dellayurveda, specie in India dove, anche dopo lindipendenza, questa 
pratica non ha avuto lappoggio governativo che cera da aspettarsi: solo il 5 per cento del bilancio 
indiano per la sanit  andato alla medicina ayurvedica, poco o nulla  stato investito nella ricerca e 
ancora oggi non esiste alcun controllo governativo sulla qualit delle medicine ayurvediche prodotte nel 
paese. 

Ma il mondo  tondo e la vita  unaltalena. E cos, mentre la stragrande maggioranza degli indiani si 
cura con la medicina occidentale e quelli che possono permetterselo vanno nei migliori ospedali di 
Londra o New York, molti occidentali, insoddisfatti della medicina moderna di casa loro, si rivolgono 
allayurveda e si avventurano nelle budella dellIndia in cerca di una cura antica. 

Io ero uno di quelli. 

Le fabbriche emanano di solito brutti fumi e cattivi odori. Quella attaccata allospedale era una 
eccezione e ventiquattro ore su ventiquattro -perch il lavoro l non si fermava mai -riempiva laria 
dun piacevole profumo di erbe aromatiche. Quando ci arrivai, guidato da un altro giovane medico non 
era un Varrier, ma aveva sposato una delle figlie Varrier -, un gruppo di ragazze in bei sari gialli 
stava uscendo dal cancello principale alla fine di uno dei tre turni. 

La fabbrica era stata la grande trovata del fondatore. Lui aveva capito che la pessima reputazione 


dellayurveda era in gran parte dovuta alla cattiva qualit delle medicine, visto che i medici non le 
preparavano pi personalmente, come avveniva nellantichit. I pazienti dovevano farlo da soli o 
affidare il compito a qualche inesperto erborista. Succedeva cos che le medicine ayurvediche, messe 
assieme con molta approssimazione e in condizioni non igieniche, invece che guarire finivano per 
essere allorigine di altre malattie. 

Con la fabbrica accanto alla clinica, P.S. Varrier era in grado di controllare la qualit dei suoi 
preparati, di sperimentarne di nuovi e di garantire la continuit della produzione. 

Nata dallosservazione della natura da parte degli eremiti e dei rishi, la farmacopea ayurvedica era 
fatta quasi esclusivamente di erbe e di piante, soprattutto selvatiche. La foresta era il grande serbatoio 
dei rimedi e il giovane medico che mi accompagnava conosceva la storia indiana che si racconta in 
proposito. 

Un grande maestro disse ai suoi allevi: Andate nella foresta e riportatemi tutto quello che credete 
possa essere inutile. 

Ognuno di loro torn con qualcosa: unerba, una radice, una corteccia. Solo uno studente venne a 
mani vuote. Ma proprio lui fu elogiato dal maestro. Aveva capito che ogni cosa nella foresta era utile e 
che era impossibile riportare tutto. Quello studente divent il medico di corte e uno dei grandi rishi 
dellayurveda. 

Per garantirsi la buona qualit delle erbe di cui aveva bisogno, P.S. Varrier allinizio del Novecento 
aveva creato una sua rete di raccoglitori -alcuni nelle montagne dellHimalaya -responsabili di fornire 
alla fabbrica i quantitativi richiesti. Ogni famiglia si specializzava in certi prodotti della natura e il lavoro 
veniva trasmesso di padre in figlio. 

Oggi, a centanni di distanza, quel sistema  ancora in funzione e la fabbrica  in grado di produrre 
circa cinquecento tipi di medicine, alcune composte da pi di cinquanta diversi ingredienti. 

Di ogni sacco accanto al quale passavamo il giovane medico mi diceva da dove veniva (dal Punjab, 
dalla valle di Kulu, dal Kamataka) e quanto costavano le erbe che conteneva. La pi cara - 6000 rupie al 
chilo, pi di 100 euro - era una particolare noce di cocco che cresce solo nello Sri Lanka. 

Passammo da una stanza in cui una serie di grandi ruote, azionate elettricamente, trituravano erbe e 
altre rare cose che, diceva il medico, venivano dal mondo animale, fra cui coma di cervo e certe 
conchiglie marine. 

Il posto pi impressionante era lo stanzone dove le erbe venivano cotte in grandi calderoni. Davanti 
a ogni calderone -saranno stati una ventina -uomini a torso nudo, con i dothi tirati su fino ai ginocchi, 
rimescolavano con lunghi mestoli di legno la brodaglia nera da cui si alzavano vapori densi e odorosi. 
Ogni intruglio era adatto a un tipo di malattia. 

Le malattie che loro trattavano con maggior successo, disse il giovane medico, erano lartrite, 
losteoporosi, la psoriasi, la spondilite, i postumi da infarto, le paralisi da trombosi, i problemi delle 
giunture e della pelle. In molti casi le medicine venivano somministrate assieme a speciali massaggi fatti 
con particolari oli, anche quelli prodotti nella fabbrica. 

Camminando, il giovane medico mi spiegava che nellayurveda le medicine sono classificate in nove 
categorie, a seconda di come le erbe vengono trattate e di come si presentano alluso: come oli, in 
polvere, come pomate o infusioni. Non facevo molta attenzione, ma fu a questo punto che lo sentii 
dire:  perch alcune medicine sono diluite in acqua, altre in alcool, alcune in urina di vacca 

Anche la mia? chiesi, scherzando. 

Vidi un certo imbarazzo nel suo sguardo. Le sue sono erbe, erbe disse, come per tranquillizzarmi. 
Ma il sospetto mi rimase. 

In ogni reparto, in ogni ufficio in cui entrammo cera la foto del fondatore. Lui era leroe a cui tutti 
facevano riferimento. Le regole che lui aveva imposto a questistituzione cento anni prima valevano 
ancora. Se, ad esempio, uno dei 1600 impiegati sbagliava veniva immediatamente licenziato, ma al suo 
posto veniva assunta la moglie o un figlio perch la famiglia non avesse a soffrire. 


Passammo dalla farmacia dove una lunga fila di pazienti, ognuno con la sua ricetta in mano, 
aspettava la consegna. Poi mi fecero entrare in una stanza pi piccola dove venivano preparate le 
medicine speciali. 

Ecco, questa  parte della sua ricetta, disse il capo farmacista aggeggiando con una boccetta. 

Era la gelatina. Chiesi di assaggiarla. Ne presi un cucchiaino e, istintivamente, prima di mettermelo 
in bocca, lo portai al naso. Disgustoso. Il sospetto era diventato un odore: lodore di piscio. 

Insistetti, volli sapere, ma non cavai un ragno dal buco. Tutti ripeterono che la gelatina era fatta di 
erbe, che era stata preparata apposta per me su ordinazione speciale del Primario e che non si trovava 
in commercio. 

Lidea mi piaceva: una medicina fatta su misura, una medicina tutta naturale. Naturale come il piscio 
di vacca? 

Finita la visita in fabbrica tornai a piedi nel centro di Kottakal per mandare ancora un messaggio email 
ad Angela. Approfittai della gentilezza dellingegnere musulmano per scrivere due righe anche a 
Mangiafuoco e raccontargli quanta strada avevo fatto: questa volta per un rimedio a base di piscio di 
vacca! 

Il giovane ingegnere era contento di rivedermi e volle raccontarmi altre storie del Kerala a cui si 
diceva molto attaccato. Mi parl di una antichissima scuola di arti marziali che addestrava i guerrieri 
alluso di una lunga spada flessibile con la quale un solo uomo era in grado di tenere a bada vari nemici 
sul campo di battaglia. Unaltra particolarit di quella scuola era la lotta corpo a corpo. Erano capaci di 
paralizzare un avversario col solo tocco di una mano o la pressione di un dito. Secondo lui era in quella 
scuola che, grazie ad alcuni studenti giapponesi di secoli fa, erano nati il karat e il katana, la spada usata 
dai samurai. Purtroppo anche quella tradizione, un misto di arti marziali e magia, disse, era andata 
perduta con lintroduzione della polvere da sparo, i fucili e le pallottole. 

Era un po come me, il giovane ingegnere musulmano: moderno, ma con la nostalgia del passato. 
Parlammo per pi di unora e prima che lo lasciassi mi fece ricontrollare i messaggi nella mia e-mail. Ce 
nera uno di Mangiafuoco che, divertito, rispondeva ai miei dubbi. 

Non  bello? maveva scritto. Una semplice vacca una mattina piscia e ti fa stare meglio e il 
piscio di vacca non  nulla: noi omeopati usiamo lo sputo dei tubercolotici, le secrezioni della gonorrea, 
le scaglie cutanee degli psoriasici, le gomme luetiche dei sifilitici, la saliva dei cani rabbiosi!!! E tu 
credi ancora che siano pi velenosi degli antibiotici? Secondo lui dovevo fidarmi. 

Tornai allospedale rimuginando su quel Tu credi ancora che? 

Gi, il credere. Anchio lo ritenevo importante e non ero Niels Bohr. Il grande fisico, uno degli 
scienziati pi importanti del nostro tempo, teneva sulla porta di casa un ferro di cavallo. Una volta, un 
collega che era andato a fargli visita gli chiese: 

Non crederai mica a questa roba? 

Certamente no, rispose il grande fisico. Ma dicono che porti fortuna anche a chi non ci crede. 

E si sbagliava. Da bravo scienziato avrebbe dovuto sapere che non  il ferro in s a portare fortuna, 
ma il crederci. Questo, secondo me,  un fatto - diciamo - scientifico. 

Latteggiamento ha una incredibile importanza nel combattere la malattia, il cancro in particolare. 
Nessuno lo sa ben spiegare in termini scientifici, ma a me pareva possibile che la mente, una volta 
acquietata e serena, mandasse dei segnali al sistema immunitario perch quello facesse il suo dovere. A 
volte avevo avuto la sensazione che davvero funzionasse cos. A New York avevo sentito che il 
liquido rosso fosforescente della chemio mi faceva bene. Ma il piscio di vacca? 

Il giorno stava per finire e sulla spianata davanti allospedale ricominciavano i preparativi per le 
rappresentazioni della notte. Sotto al grande tendone di paglia una bella folla si addensava di nuovo 
attorno al palcoscenico: famiglie con bambini, vecchi che si tenevano a malapena in piedi, notabili cui 


qualcuno andava premurosamente a offrire una sedia. Alcuni commedianti provavano la loro parte; un 
uomo, immobile ai piedi di un muro, era perso in meditazione. 

Allingresso del piccolo tempio dedicato al dio Viswambhara erano stati messi, come stipiti, due bei 
tronchi di banano tagliati di fresco e ancora con tutti i loro caschi addosso. 

Alcuni vecchi andavano a giro ad accendere i lucignoli di centinaia di lumi a olio sparsi per il cortile: 
quelli piccoli, di pietra, inseriti nei muri, quelli grandi, dottone, a forma dalbero con tanti rami, tipici 
del Sud. Lodore dellolio di sesamo bruciato si mischiava alle zaffate dolciastre dei medicinali che 
continuavano a venire dalla fabbrica accanto. Sul rumoreggiare giocoso dei bambini si erano levati i 
gorgheggi di un piffero che un vecchio, lezioso e azzimato, suonava con maestria e perdizione, come 
fosse lui stesso incantato dalle proprie melodie in onore dellelefante. Poco lontano, una donna avvolta 
in uno scialle scuro, accucciata contro un muro, leggeva nella mano di una giovane il suo destino. 

Suoni, luci, odori, immagini: il mondo di un altro tempo. Cera, in tutto quello che avevo attorno, 
qualcosa di profondamente autentico, di vero; cera una qualche forza che sentivo poteva davvero 
essere daiuto a qualcuno. Ma daiuto a me? 

Lavere quel dubbio mi rattristava, come mi rattristava il non avere la fede e il rendermi conto che 
per me nel mondo fuori non cera pi molto da scoprire. Fare il cammino allindietro, in cerca di una 
saggezza perduta, era inutile perch non esiste un passato doro in cui trovare la soluzione per i 
problemi della nostra vita di oggi, o una medicina per i nostri malanni moderni. Non c scorciatoia per 
risalire alla saggezza. La sola soluzione - ha ragione il Swami -  in noi e la sola scoperta ancora da fare  
quella di essere il decimo uomo. 

LArya Vaidya Sala era giusta per gli indiani: senza pretese, a buon mercato, offriva speranza e 
sollievo dalla sofferenza. Venivano da lontano, si ritrovavano in un ambiente pulito, dinanzi a un bravo 
medico, e alla fine, in certi casi persino senza pagare, ricevevano una cura in cui avevano fiducia perch 
era parte della loro vita. E se anche era piscio di vacca, la vacca per loro era dopotutto un animale 
sacro! Quello era il loro mondo, con le loro erbe, con i loro dei. Avrei tanto voluto crederci anchio, 
eppure non riuscivo a convincermi che l avrei trovato la mia medicina. 

Il vecchio sikh, mio vicino di camera, pareva invece aver trovato la sua. La sera prima lavevo visto 
immobile nel letto, dietro una cortina di boccette e boccettine. Ora era seduto, felice, col figlio accanto, 
in mezzo alla folla, a seguire come in trance la rappresentazione nella quale forse -beato lui -vedeva la 
Realt Ultima. 

Tornando in camera trovai un biglietto del direttore: mi invitava a cenare con la famiglia. 

Venne a prendermi un nipote del Primario, anche lui un Varrier, anche lui medico. Per cominciare 
mi fece fare il giro della casa. Entrammo attraverso un portone dominato dai simboli delle varie 
religioni, fra cui la mezza luna dellislam e la croce cristiana. Pi che una casa, il complesso dei Varrier 
era una reggia medioevale con tante stanze, tanti cortili in cui abitavano, tutte assieme, tre generazioni. 
Il complesso era cresciuto nel tempo attorno a un corpo originario, in legno, costruito nel 1926 dal 
fondatore. Le sue ceneri erano in un tempietto al centro di unaiuola piena di fiori; la sua statua di 
marmo era nel cortile, la sua presenza ovunque. 

Il salotto comune della casa era pieno di bambini che giocavano attorno a due grandi tavoli. Le 
donne stavano sedute su un divano che correva lungo le pareti coperte di foto in bianco e nero del 
fondatore e dei suoi discendenti. 

La cucina era un androne grigio e fumoso. Dodici cuochi, venuti di rinforzo ai soliti tre della 
famiglia, erano affaccendati attorno a vecchi calderoni di ferro in cui cuoceva la nostra cena. Il fuoco 
era fatto con grossi tronchi dalbero che dei giovani aiutanti spingevano nelle braci ardenti, man mano 
che si consumavano. 

La stanza da pranzo si apriva sul cortile interno della casa in mezzo al quale, come su un altare, cera 
in un grande vaso di ceramica un arbusto di tulsi, la pianta che tutta lIndia considera sacra. Un tempo 


la veneravamo anche noi, ma ce ne siamo dimenticati! 

Il tulsi  un parente del basilico. Nei testi ayurvedici  descritto come la pianta che apre il cuore e la 
mente e sveglia lenergia dellamore e della devozione. La tradizione vuole che il tulsi contenga 
mercurio, lo sperma di Shiva, e questo ne farebbe la pianta capace di conferire a chi la mangia il potere 
della pura conoscenza. In India il tulsi  parte della vita quotidiana. Ogni famiglia ne ha una pianta. Si 
dice che purifichi la casa e che porti fortuna alla donna che regolarmente lannaffia. 

Anche in Occidente, specie in Italia e in Grecia, il basilico era in tempi passati una pianta venerata. 
La leggenda vuole che crescesse sulla tomba di Cristo e che avesse propriet occulte. Le donne lo 
mettevano negli armadi per tenere lontane le tarme e, come ancora fanno milioni di indiani, ogni giorno 
se ne mangiava una foglia per proteggersi contro le malattie. Anche nella tradizione della Chiesa greca 
ortodossa, il basilico era di buon auspicio. Una traccia della posizione speciale del basilico fra le altre 
piante sopravvive in alcune lingue europee: sia in francese che in tedesco il basilico  chiamato lerba 
reale. 

Da qualche parte si alz il tuonante rintocco di un gong. Era il segnale di sedersi. Gli uomini con gli 
uomini, le donne con le donne. Io venni messo accanto al Primario, al centro di un lungo tavolo in 
legno massiccio. I posti erano indicati non da piatti e posate, ma da foglie di banano e bicchieri di rame. 
Alcuni vecchi, vestiti solo di un dothi bianco, dignitosissimi e svelti, passarono con secchi lucidissimi in 
cui affondavano i loro romaioli per servire a ognuno una porzione di riso e lenticchie, di salsa di cocco 
e mango. Il cibo era vegetariano, da mangiarsi con le mani. Lacqua -mi rassicur il Primario -era stata 
filtrata e bollita. In pi cerano state aggiunte delle erbe. 

Attorno a me cerano il passato e il futuro dellArya Vaidya Sala: i vecchi medici, pronipoti del 
fondatore, e i nipoti e pronipoti loro, molti ancora ragazzini, ma che a loro volta sarebbero diventati 
medici, nella stessa casa, nello stesso ospedale. Una invidiabile continuit. 

Vicino alle cucine cerano due file di tavoli riservati ai commedianti e ai suonatori, anche loro 
accuditi dai soliti inservienti con i soliti secchi. 

Il Primario aveva sentito che ero stato molto insistente nel voler sapere la composizione delle mie 
medicine. Bene: tramite suo nipote mi avrebbe fatto avere i nomi latini di tutti gli ingredienti. Poi, come 
rispondesse a una domanda che gli avevo posto solo mentalmente, disse: S, la gelatina  la 
combinazione di unerba, la sahadevi, con i solidi disidratati di urina di vacca. Si ferm. Io potei solo 
sorridere e lui riprese spiegandomi che lurina di ogni animale ha una sua caratteristica e che quella di 
vacca faceva esattamente al caso mio. Quanto alla qualit del prodotto non dovevo preoccuparmi. 
LArya Vaidya Sala aveva un suo allevamento di vacche, proprio per la raccolta dello sterco e dellurina. 
Recentemente avevano avviato anche un loro erbario perch si erano resi conto che certe piante per 
loro importanti stavano per scomparire a causa dellinquinamento e del taglio indiscriminato delle 
foreste. 

P.K. Varrier era cortese, ma a suo modo burbero. Non lavevo mai visto sorridere e non mi parve il 
caso di continuare a parlare di piscio, per giunta a tavola. Gli chiesi allora come lui vedeva layurveda e 
con questo mi sembr daverlo messo a suo agio. 
Pi che una medicina, disse, layurveda  una filosofia di vita perch ha una dimensione etica e 
perch il suo fine non  tanto quello di aiutare luomo a mantenersi in salute, quanto di aiutarlo a 
raggiungere la sua meta spirituale. Per questo layurveda prescrive una disciplina che  allo stesso tempo 
fisica e morale. Secondo lui, la sola garanzia di una vita sana sta nella forza interiore del paziente. 

Tornando al mio caso, insistette sulla assoluta importanza di una giusta gestione del cibo, del sonno 
e del sesso. Dovevo fare tutto questo con grande disciplina e prestando attenzione alla qualit, al 
luogo, alla compagnia, allorario e alla condizione mentale con cui mi dedicavo appunto a mangiare, a 
dormire e al resto. 

Sapeva che venivo dal Gurukulam, che ero allievo del Swami -l considerato con grande rispetto -e 
pens di potermi parlare senza tema che lo fraintendessi. 


Qual  il fine della conoscenza, chiese, se non quello di capire la natura per poterne seguire le 
regole e vivere meglio? Bisogna capire qual  il posto di noi esseri umani nelluniverso, capire in che 
rapporto stiamo coi vari fenomeni cosmici, cos da poterci comportare disciplinatamente, evitare 
disastri e contribuire al benessere di tutte le creature. Se non conosciamo noi stessi,  inutile conoscere 
il mondo. 

Non dissi nulla. Volevo solo che continuasse. 

In Oriente questo  stato da sempre il senso della conoscenza. Era cos anche da voi, in Occidente. 
Ma solo fino a Michelangelo. Da allora la vostra scienza ha voluto capire il mondo solo per usarlo a fini 
esclusivamente materiali e l vi siete persi. S, oggi si fa molta ricerca, ma a che scopo? Per scoprire le 
ricchezze nascoste nella natura, impossessarsene e trasformarle in merci. Questa  la ragione del 
progresso assolutamente squilibrato dellOccidente e la causa del vostro decadimento spirituale. 

Era come non parlasse pi a me, ma pensasse ad alta voce.  stata la societ industriale, riprese, 
con lintroduzione della catena di montaggio per produrre, alla svelta, sempre pi cose, mettendone 
assieme le varie parti, a portare la medicina a considerare luomo come un agglomerato di pezzi e a non 
dare pi alcuna importanza a quella misteriosa, invisibile forza che sembra entrare nellorganismo al 
momento della nascita e abbandonarlo in quello della morte.  solo con la rivoluzione industriale che  
nata lassurda pretesa di spiegare luniverso in termini meccanicistici. 

Bravissimo, il mio vecchio P.K. Varrier! Ero daccordo con ogni sua parola. Ma potevo per questo 
bere il suo piscio di vacca? 

E questo ero io, sempre in mezzo al guado. Da un lato, curioso, affascinato da quel modo di pensare 
e di vedere le cose; dallaltro con in testa un dubbio che gi mi era venuto istintivo col medico di 
Kakinada: che in India le chiacchiere siano pi efficaci delle medicine? 

I vecchi inservienti continuavano a passare e ripassare, ossequiosi e precisi, a proporre altre 
romaiolate di cibo dai loro secchi lucidissimi. Il gran tremolare dei lumini a olio fuori dalle finestre, i 
suoni nel cortile e le zaffate di aromi che venivano dalla fabbrica creavano unatmosfera daltri tempi. 

Finita la cena, uscimmo tutti assieme nel cortile per assistere allo spettacolo. Volevano farmi sedere 
in uno dei posti lasciati liberi nella prima fila, ma io preferii ringraziarli, salutarli e, con la scusa di andare 
a letto, aggirarmi in mezzo alla folla di tutti quelli che stavano in piedi. 

Lo spettacolo era cominciato da un po. Dopo alcune esibizioni di ballerini e cantanti, sul 
palcoscenico arriv la troupe del Kathakali. Anche quella doveva la sua esistenza al patriottico 
fondatore. Dopo aver messo in piedi lospedale, P.S. Varrier si era preoccupato di come i suoi impiegati 
avrebbero passato il loro tempo libero. Per impedire che si dedicassero ad attivit viziose e di cattiva 
reputazione, come diceva la sua biografia, e con ci procurassero una cattiva fama allArya Vaidya 
Sala, pens di ridare vita al Kathakali, la vecchia forma teatrale del Kerala, combinazione di balletto, 
opera, pantomima e commedia magica, nata dalle antiche danze con cui nei templi si raccontavano alla 
gente le storie di dei e di eroi. 

Il Kathakali era stato nel Kerala uno dei classici veicoli di trasmissione della cultura popolare, ma era 
caduto in declino. P.S. Varrier contribu alla sua rinascita: allev giovani attori, finanzi scrittori perch 
ristabilissero i vecchi testi e ne scrivessero di nuovi, e mise assieme una troupe itinerante che coi propri 
spettacoli visitava ogni angolo della regione. Da quasi un secolo ormai, lappuntamento annuale pi 
importante della troupe era quello agli inizi di aprile nella spianata dellospedale per il festival in onore 
di Viswambhara, la divinit protettrice dellayurveda e della famiglia Varrier. 

Sulla sinistra del palcoscenico stavano i tamburisti, capaci con le mani o le bacchette di ricreare il 
frastuono di una battaglia, lo scorrere di un torrente o il quieto tic-tic di una goccia dacqua che cade su 
una foglia. Sulla destra stavano i cantanti. Con laiuto di cimbali, di un gong e di unorchestra duna 
ventina di uomini, tutti a torso nudo, allineati dietro, loro raccontavano la storia e pronunciavano le 
battute dei vari personaggi, perch nel Kathakali gli attori sono muti, al massimo emettono dei suoni 


gutturali. Gli attori parlano coi loro movimenti; comunicano pensieri ed esprimono stati danimo coi 
gesti delle mani; dicono con le smorfie e il roteare degli occhi che apparivano molto pi grandi del 
naturale nelle loro facce dipinte: di verde quelle dei personaggi delluniverso superiore, i deva, i divini 
(un altro esempio di quanto dobbiamo al sanscrito!); di colore naturale quelle delle donne e dei saggi; di 
rosso e di nero quelle dei personaggi venuti dal mondo degli inferi, gli asura. 

Ampie, coloratissime gonne, fatte ognuna con pi di cinquanta metri di stoffa, aggiungono peso e 
maest ai movimenti degli attori, che hanno braccialetti intarsiati di pietre alle braccia e alle gambe, 
collane dorate al collo e lunghi ditali alle dita delle mani per prolungare i loro gesti. 

Le storie messe in scena vengono tutte dal Mahabharata, dal Ramayana, dalla Gita e dai Purana. Capit 
che la storia rappresentata quella sera fosse una che conoscevo: Shiva sposa Sita, ma il padre di lei non 
 affatto contento di questo matrimonio. Il genero gli pare un tipo poco rispettabile: un capellone che si 
copre il corpo di cenere, che va a giro con un serpente al collo e una mezza luna in testa. Lui, da 
suocero, si vergogna davere un parente del genere e il giorno in cui organizza una grande festa-
sacrificio per gli dei, non lo invita. La prima a offendersene  Sita, sua figlia, e quando il padre rincara la 
dose con un discorso in cui davanti a tutti gli invitati parla malissimo di Shiva, lei, non potendo pi 
sopportare lonta, si uccide buttandosi nel fuoco sacrificale. 

Shiva lo viene a sapere e va su tutte le furie. Accorre sul luogo della festa, mozza la testa al suocero, 
prende il cadavere di Sita e con quello in spalla si mette a correre allimpazzata per il mondo, 
distruggendo tutto ci che trova sul suo cammino. Preoccupati, gli altri dei vanno da Vishnu, il cui 
compito  appunto quello di mantenere lordine nelluniverso, e lo pregano di intervenire. Vishnu 
convince Shiva a calmarsi suggerendogli cosa fare col cadavere della sua amata consorte: con larma di 
Vishnu, il chakra, il micidiale disco che vola e ritorna, Shiva taglia il corpo di Sita in cinquantuno pezzi. 
Dove questi cadono sulla terra, l viene costruito un grande tempio. 

 cos che oggi ci sono in India cinquantuno santuari, ognuno dedicato a una diversa parte del 
corpo della bella Sita. Qui uno dedicato alla sua lingua, l uno dedicato ai suoi piedi. Quello alla yoni, 
lorgano riproduttivo femminile, come lo chiamano le guide turistiche per stranieri, si trova a 
Guwahati, la capitale dellAssam. Straordinario: il tempio alla vagina su una roccia in riva allunico 
grande fiume maschio dellIndia, il Brahmaputra!32 Lo visitai assieme allultimo discendente dei 
maharajah a cui teoricamente apparteneva il tempio, il Kamakhya. Era il giorno di un festival e 
centinaia di fedeli erano venuti a fare le loro puja, portandosi dietro le capre da sacrificare, i bambini e 
le donne sterili da far benedire. La scena era dantesca: dallinterno del tempio -una bella struttura in 
pietra del X secolo -si scendeva, gi per una scala scivolosa e buia, fin nelle viscere della terra, verso di 
lei, la vagina, umida buca tenebrosa. Il suo monte di Venere era coperto da uno straccio rosso su cui la 
gente buttava acqua, soldi e fiori. Lodore era soffocante, la devozione quasi isterica, le litanie dei pujari 
dallaria lubrica, ossessive e potenti. 

La storia di Shiva e della sua consorte, che dopo essere stata fatta a pezzi torna a nuova vita come 
Parvati, figlia dellHimalaya, e di nuovo diventa sua moglie,  una delle pi conosciute in India e gioca 
un importante molo nella psiche collettiva del paese. Da questa storia se ne diramano decine di altre. 
Una riguarda il suocero decapitato: Vishnu, nel suo tentativo di rimettere un po dordine nel mondo, 
comanda che gli venga rimessa la testa sulle spalle. Lordine viene eseguito, ma allultimo momento 
qualcuno, distratto, si sbaglia e al povero padre di Sita riattacca invece che la sua testa quella di un 
caprone. 

Lepisodio in cui il suocero si accorge dellerrore era quello rappresentato in quel momento sul 
palcoscenico dellospedale. Una figura minuta duomo con la testa animale stava, tutta tremante, 
inginocchiata davanti a un dio dalla faccia verde e implorava di essere aiutata. La musica e i gesti 
comunicavano le emozioni, e il pubblico, rapito, pendeva dalle labbra dei due narratori. Seduti per terra, 
ai piedi del palcoscenico, cerano file di bambini a bocca aperta; dietro a loro cerano i notabili, poi 

32Gli altri fiumi come il Gange e lo Yamuna sono considerati femminili. 


tante donne e, gi fino al muro di cinta, la folla di quelli in piedi. Nei riquadri di tutte le finestre si 
affacciavano decine e decine di altre teste. Nessuno dormiva: medici e pazienti, suonatori e attori, servi 
e padroni, cuochi, infermieri, guardie, mamme e bambini, tutti assieme, tutti coinvolti nella stessa 
magica commedia di uomini e dei. 

Anchio ero preso dalla bellezza della rappresentazione e da quel mondo di favola col quale in 
Occidente abbiamo sempre meno rapporti. Nellimmediato dopoguerra, a Firenze, poco lontano da 
casa mia, in uno spiazzo che ora  diventato un parcheggio, la domenica si esibivano i saltimbanchi e i 
forzaioli. Ogni tanto ci piantava le sue tende un mago o un gruppo di teatro itinerante. Quegli spettacoli 
con le loro emozioni fecero per la prima volta vibrare le mie corde e lasciarono certo segni indelebili 
nei miei ricordi. 

Ma anchio, quanto ero cambiato strada facendo! Come ero diventato scettico, razionalista! Mi era 
piaciuto sentirmi vaccinato contro ogni credo, contro ogni superstizione! Ma ora non avevo pi nulla. 
Non la capacit di provare quel che provava quella gente. A loro quei suoni e quelle immagini dicevano 
tanto. A me, nulla. Quel che loro vedevano e sentivano con gli occhi e gli orecchi interiori, quelli 
dellanima, era molto pi vero di quel che vedevano e sentivano con gli occhi e gli orecchi della testa. 
Ma io? Non avevo che quelli. 

 una sensazione, questa, che si prova spesso in India. Mera capitato anni fa al Khumba Mela di 
Allahabad, dove la pi grande folla che abbia mai visto di indiani e santoni si era riunita per bagnarsi 
allincrocio sacro di tre fiumi: due veri, fatti dacqua, il Gange e lo Yamuna; il terzo invece immaginario, 
il Saraswati, il fiume invisibile della sapienza che scorrerebbe sotto terra. Eravamo centinaia di migliaia 
di persone, su una striscia assolata di sabbia. La differenza era nel come ci eravamo: io ero l, sotto il 
sole, e camminavo sulla terra cosparsa di escrementi; gli altri invece, invasati e disattenti a quel che 
succedeva attorno, erano altrove: aleggiavano in unanticamera del paradiso. 

Forse era cos perch ogni cosa, ogni luogo, ogni avvenimento ha un suo significato psichico al di l 
di quello apparente; perch a ogni immagine esteriore corrisponde unimmagine interiore che evoca in 
noi una realt molto pi vera e profonda di quella vissuta dai nostri sensi. Questo  certamente il senso 
dei simboli, dei miti e delle leggende: ci aiutano ad andare al di l, a guardare oltre il visibile. Questo  
anche il valore di quel capitale di favole e di racconti che uno mette da parte da bambino e a cui ricorre 
nei momenti duri della vita, quando cerca una bussola o una consolazione. 

Di questi miti eterni, capaci di far strada allanima, simboli di qualcosaltro, in Occidente ne abbiamo 
sempre di meno, rimpinzati artificialmente come siamo dei miti moderni dello spettacolo, della moda o 
dello sport che finiscono l dove cominciano e non hanno in s alcun segreto. 

Eppure,  solo guardando con quegli altri occhi che la realt della vita quotidiana, la realt della 
materia, recede per far posto a quella che non viene percepita dai sensi, ma che non  per questo meno 
vera: la realt psichica, la sola in cui avvengono i miracoli, in cui i chiodi riescono a entrare senza 
dolore nelle braccia della gente e le spade nelle loro lingue. 

Cos mi apparve lospedale di Kottakal quella notte. Era come se grazie alle storie sulla scena, alla 
musica, alla danza, alle luci, agli odori, allessere l tutti assieme, forse anche grazie alla stanchezza, 
quella gente fosse riuscita a sollevare dai propri occhi il velo che impedisce di vedere il resto, fosse 
riuscita a varcare la soglia di unaltra dimensione e a entrare nel mondo di una diversa realt. 

A me mancava di fare quellultimo passo, ma ero felice di essere l e non riuscivo a staccarmi. 

Fui attratto da una strana musica che veniva dal tempio. Due uomini, in piedi in un angolo, 
accompagnandosi uno con un tamburo, laltro con un grande piatto di bronzo, avevano intonato una 
struggente cantilena, e si dondolavano, scuotendo la testa, sollevandosi leggermente sui piedi, al lento 
ritmo della loro funebre ninna nanna. Erano tutti e due in trance, con gli occhi chiusi e le facce radiose 
a ogni ripresa del ritornello. Mi sedetti per terra, perso in quella melodia, e pensai a come sarebbe stato 
facile, lieve, lasciare il proprio corpo a quel ritmo, con quei meravigliosi accompagnatori che 
continuavano a suonare e a cantare senza interruzione, mantenendo intatto il filo a cui mi pareva di 


essere aggrappato. 

Le donne, entrando nel tempio, si facevano con la mano destra un segno alla testa e al petto come 
fosse quello della croce (certo: Krishna, Cristo stessi nomi, stessi gesti). Alcuni ragazzi si inchinavano 
posando la fronte per terra, davanti al sancta sanctorum nel quale un pujari, salmodiando i suoi mantra, 
continuava a gettare manciate di petali di rosa ai piedi della statua in marmo bianco di Viswambhara. 

Cercai di tornare in camera, ma ogni dettaglio mi tratteneva: un nano che venne a posare due belle 
lampade a olio di bronzo, pi grandi di lui, davanti al dio; lelefante che a un comando si inginocchi, a 
un altro porse la gamba e la coda perch, usandoli come scalini, sei uomini gli potessero montare sul 
dorso per andare a riportare nel tabernacolo, accompagnati dal tuonare di unorchestra con pi di cento 
fiati e decine di tamburi, una trapunta doro col ritratto del dio, che era stata tutta la notte sul piazzale. 

Restai fino a che i primi raggi del sole non fecero lentamente assopire e infine tacere tutto, tranne la 
ninna nanna funebre che continu, lontana e struggente, ad aleggiare sulla folla che si disperdeva e 
sullelefante cui venivano tolti i bardamenti. 

Mi sentivo sempre in mezzo al guado. Sempre un pendolare fra due mondi: uno vecchio, che non 
vorrei andasse perduto, e uno nuovo di cui mi pare assurdo fare a meno; uno magico, con le sue 
antiche pozioni, laltro razionale, con la sua moderna chemioterapia. 

Con altri pazienti andai a fare colazione nella mensa che era gi aperta. La mia testa era in un gran 
rimenare. Non mi accorsi nemmeno di mangiare. Poi gli occhi mi caddero su una mosca che 
insistentemente volava sul mio piatto. Pi furba delle altre, rifiutava di andare a incenerirsi contro la 
lampada azzurra e cercava la sua parte di un mio boccone di semolino con la salsa di cocco. Mi ricordai 
della Nur e del suo verduraio-coleottero. E se quella mosca fosse stata la mia dottoressa Portafortuna, 
venuta da New York a vedere come mi facevo curare col piscio di vacca invece che coi suoi liquidi 
fosforescenti? 

Pensavo spesso a lei: dritta, forte, precisa, calorosa. Tutti, tutti i giorni della settimana in 
quellospedale, con gli stessi malati, gli stessi problemi, in quei cubicoli di uffici con laria condizionata e la luce al neon, il telefono che squilla, il computer, le lettere, le riunioni: un giorno dopo laltro, un anno dopo laltro, come se il tempo fosse fermo, mentre io, con tutti i miei malanni, ero di nuovo -grazie a lei - sul cavallo bianco di una giostra. Chi di noi due era pi malato? 

Il nipote medico mi trov l che parlavo con la mosca. Era venuto a darmi i nomi latini delle erbe 
che componevano le mie due pozioni. La sahadevi della gelatina era la Vernonia cinerea. Nellaltra 
pozione, chiamata: nimbamri thadi pancha thikthan, cerano cinque erbe: Azadirachta indica, Tinospora cordifolia, Adathoda beddomei, Trichosanthes lobata, Solanum surattense. 

Le medicine erano pronte. Passai dalla fabbrica e pagai il conto: in totale 610 rupie, circa dodici 
euro. Partii da Kottakal a met mattina con un taxi. Sul sedile posteriore di unaltra vecchia Ambassador, accanto a me, troneggiava una grossa scatola di cartone con dentro, ben impacchettati e protetti luno dallaltro con dei giornali, nove bottiglioni di quella specialissima medicina fatta su misura per me. La mia testa si chiedeva se lavrei mai presa, ma dentro di me sapevo gi che non lavrei fatto. E non tanto a causa di quellodore di cui ora sapevo con certezza lorigine, ma perch sostanzialmente non ci credevo. Perch quellelefante, che ancora dondolava pateticamente la sua testa in un angolo del cortile, mi affascinava, mi attirava, ma per me -purtroppo, forse -sarebbe sempre stato un elefante e mai un dio. 
...
.
...
UN MIRACOLO TUTTO PER ME.
...
.
...
Il cancello dellashram si richiuse dietro il taxi che mi riportava a casa, e il mondo coi suoi rumori, 
problemi, desideri e gioie -tutta lesteriorit di cui parlava il Swami -rimase fuori. Misi la scatola di 
cartone al fresco sotto la brandina di ferro e tornai a quel regolato, sereno ritmo di vita che mi piaceva 
cos tanto: le lezioni, i pasti, le puja, gli inni del Gurukulam, e il gracidare, il frinire, il cinguettare, il 
pigolare della natura attorno. 

A volte mi chiedevo come avrei fatto a lasciare quella bolla di pace e a vivere di nuovo in una 
famiglia che non fosse quella del guru, ma il problema alla fine non si pose. In qualche modo, forse 
semplicemente perch sapevo che quel momento doveva venire, quando venne ero pi che preparato. 
Immagino che sia cos anche col morire: il corpo si indebolisce, la mente comincia a pensare 
diversamente e quando  lora tutto appare pi accettabile e meno drammatico di come era parso 
prima. 

Come un uomo butta via un vecchio abito 
Per indossarne uno tutto nuovo, 
Cos colui che sta in un corpo consumato 
Lo lascia per uno che non  mai stato usato 

dice Krishna, il dio, al giovane Arjuna nella Gita per spiegargli la morte. E a proposito di quel 
colui, il jiva, che abita nel corpo, ma non  da confondere col corpo, aggiunge: 

E quello, non c arma che lo tagli, 
Non c fuoco che lo bruci, 
Non acqua che lo bagni, 
Non vento che lo asciughi. 
.. Impensabile, immutabile, non manifesto 
 il S, e Tu, sapendoti tale, non hai 
Ragione di soffrire. 

Su un verso, a volte su una sola parola, il Swami parlava per ore. Dopo aver presentato il Vedanta 
attraverso le Upanishad, la seconda parte del corso fu soprattutto sulla Gita che, venendo anche 
cronologicamente dopo,  il compendio, appunto in forma di dialogo fra Krishna e Arjuna, dellintera visione vedantica. 

Il semplice suono del sanscrito in alcuni passaggi mi dava una gran gioia. A volte, recitandoli in coro prima della lezione, avevo quasi limpressione di levitare, come mera successo solo fumando oppio a Phnom Penh o respirando storia dalla cima di un tempio in posti come Angkor o Pagan. La visione delluniverso che quei versi comunicavano mi era congeniale. E gli uomini? I grandi e i piccoli, i vigliacchi e gli eroi, tutti indistintamente presi dallo stesso destino: 

Come miriadi di falene si buttano nel fuoco 
Solo per perire, 
Cos lumanit si getta nella bocca fiammeggiante 
Del tempo che lascia desolato il mondo 

E questo non perch gli uomini sono marcati da un peccato, non perch un dio che sta altrove li 
condanna, ma perch: 

Di tutto ci che nasce, certa  la morte, 
Di tutto ci che muore, certa  la nascita. 
Questo  inevitabile, e tu non hai ragione di soffrire. 


Il dio della Gita non ha un suo popolo eletto, non condanna nessuno per leternit, non riserva ad 
alcuni quello che nega ad altri. E un dio come quello mi piaceva: un dio che  tutto e ovunque, un dio 
che non ha bisogno di intermediari, uno che non manda sulla terra un suo rappresentante, figlio o 
profeta, sempre pronto a dire agli uomini: Lui mi ha detto di dirvi. Un dio che ognuno pu vedere a 
suo modo: in un semplice sasso o in una delle pi alte e belle montagne dellHimalaya, come il Kailash. 
Mi pareva una visione da uomini liberi, nata da una ricerca pura, cio fatta senza interessi di razza, di 
classe, in nome di tutta lumanit. 

Nella visione della Gita mi piaceva che, diversamente dal buddhismo, ad esempio, il mondo dei sensi 
non fosse visto come maya, illusione, o come un ostacolo alla vera Conoscenza. Il Vedanta non nega il 
mondo. Nega solo che abbia unesistenza indipendente. Ma  appunto partendo dalla propria 
percezione del mondo che ognuno pu scoprire ci da cui il mondo dipende. Una volta fatto quel 
passo, il mondo  superato, non serve pi -in questo senso  illusione -, cos come non serve il 
diciottesimo elefante di una classica storia usata, appunto, per spiegare il significato di maya. 

Un uomo muore lasciando in eredit ai suoi tre figli diciassette elefanti. Nel testamento ha scritto 
che la met deve andare al figlio maggiore, un terzo al secondo e un nono al terzo. I figli non sanno 
come fare la divisione, pensano di dover tagliare in due un elefante e finiscono per litigare. Nostro padre era un pazzo, non avrebbe dovuto lasciarci con un tale dilemma, dicono. In quel momento passa dal loro villaggio, sul dorso del suo elefante e diretto alla capitale, un ministro del re. Sente del loro problema e dice: Non preoccupatevi. Prendete il mio elefante, aggiungetelo ai vostri diciassette e fate la divisione. 

I tre non capiscono come il ministro possa essere cos generoso, ma fanno come ha detto. Gli 
elefanti sono ora diciotto: il primo figlio ne prende la met, cio nove; il secondo ne prende un terzo, cio sei; il terzo ne prende un nono, cio due. La somma fa diciassette. I tre fratelli sono felici e ringraziano il ministro. Quello riprende lelefante che resta, il suo, il diciottesimo, e si rimette in cammino verso la capitale. 

Cos  il mondo: non una illusione, ma qualcosa che ci aiuta a fare i nostri conti e a riconoscere che lintero universo  sostenuto dalla Coscienza, da quella Realt o Totalit, dal S, di cui tutto  parte. Per cui tutto - inferno, paradiso, felicit, tristezza, gioia, il mondo stesso - tutto  in noi. 

Soprattutto mi piaceva che nella visione vedantica non ci fosse il concetto del peccato -tanto meno 
di uno originale -per cui non esistono i peccatori. I desideri? Non sono riprovevoli, sono parte della vita. Krishna, nella Gita, fra le tante belle definizioni che d di s dice appunto: Io sono il desiderio nel cuore degli uomini. Ma anche: Io sono il sapore nellacqua, la luce nel sole e nella luna, sono la parola OM nei Veda, sono il suono nelletere, la virilit negli uomini. Io sono la fragranza nella terra e ci che splende nel fuoco. Sono la vita in tutti gli esseri e lausterit negli ascetici. Sono il seme di ogni essere, lintelletto negli intelligenti, leroismo negli eroi. Sono la forza nei forti.
.
Bisogna per essere coscienti che i desideri ci legano al samsara, al mondo del divenire, e che solo tagliando quei fili si pu essere davvero liberi. Il Vedanta  moderno perch, in quanto conoscenza, non  mai in contraddizione con la scienza. La considera anzi come sacra, perch essendo tutto dio, non c distinzione fra sacro e profano. Quello che gli scienziati fanno  guardare nella mente di Ishwara, diceva il Swami, che non era in alcun modo dogmatico o fideista. 

Quando mi invit di nuovo a cena per chiedermi come era andata a Kottakal, non si meravigli che 
avessi i miei dubbi sulla efficacia del piscio di vacca e volle continuare ad aiutarmi. Disse che presto sarebbe venuto allashram un giovane medico, anche lui ayurvedico, di cui gli avevano detto un gran bene. Lui voleva consultarlo per il suo diabete e lo avrebbe fatto conoscere anche a me. 

Il fatto che il Swami, pur vestito come un santone di duemila anni fa, avesse una mente 
estremamente razionale e moderna, mi piaceva, ma col passar del tempo proprio questo mi lasci 
qualcosa da desiderare. Tutto per lui era una questione di logica. Non vedeva il valore dellintuito, non 
dava molto spazio al cuore, e un giorno mi colp che, in tutte le settimane in cui ero stato ad ascoltarlo, 
non avevo mai sentito la parola amore uscire dalle sue labbra. Ero daccordo che c una Realt che 
gli occhi non vedono, che gli orecchi non sentono, che la lingua non assapora, che le mani non toccano 
e il naso non fiuta. Ma alla fine quella Realt, come la descriveva lui, mi appariva profondamente 
fredda. Una realt tutta di parole. Parole sanscrite tradotte in inglese, ma sempre solo parole. Lui stesso 
aveva detto pi volte che la salvezza non viene dalle parole. Bisognava fare lesperienza del significato 
delle parole, e io non avevo affatto limpressione di farla. Ascoltavo le parole, ma non le sentivo. 
Godevo della poesia dei testi, ma non mi pareva maprissero un terzo occhio. 

In qualche modo ero entrato in crisi. Ne ebbi la sensazione -come fosse un avvertimento -una sera, 
sedendomi nel piccolo patio davanti alla mia stanza, dopo che si erano spente tutte le luci. Era una sera 
estiva, come quelle dellinfanzia a Orsigna, con le voci lontane di ragazze che ridevano, le stelle brillanti 
nel cielo senza luna e, ogni tanto, i fari di un camion che correva nel buio, diretto a Coonoor, la vecchia 
stazione climatica degli inglesi nelle Nilgiri Hills. Le montagne erano avvolte da un magico alone di luce 
blu. Lungo i costoni qualche fuoco divorava la poca macchia che ancora restava. Mi mancava il mondo. 
Dopo settimane e settimane, lisolamento dellashram mi pareva forzato. Sentivo la mia concentrazione 
venire meno e crescermi dentro la voglia di sgattaiolare via, di andare a scoprire di che ridevano le 
ragazze, di andare a vedere se quei fuochi non erano magari quelli di un rito tribale. 

Alla fine dei conti, pur con tutta la mia curiosit, la mia simpatia per l'altro, io ero e restavo 
europeo. Sentivo crescere la bella e interessante contraddizione di fondo fra il nostro modo di essere al 
mondo e quello degli indiani: per noi il valore supremo della vita  la vita; per loro  la non-vita. 
Moksha, la liberazione dal rinascere,  la grande aspirazione di questa civilt. Da shisha mi veniva 
proposta come aspirazione questa negazione della vita, mentre a me la vita cos com continuava a 
piacere. Ci vedevo ancora tanta gioia. Capivo che alla gioia corrisponde la sofferenza, capivo il valore 
della battaglia contro i desideri. Mi piaceva il distacco, ma non lindifferenza. 

Ero convinto che, specie alla mia et, il miglior modo di godere un fiume  di stare fuori dalla 
corrente, ma dovevo almeno potermi sedere sulla riva, guardare lacqua, sentirla scorrere. E tutto 
questo mi pareva lontanissimo dallashram. 

Un giorno, durante il pranzo, uno degli shisha pi anziani, il cardiochirurgo di Hyderabad, venne a 
sedersi accanto a me. 

Anam-ji, che ne sai delle piramidi? 

Le piramidi? La mia sorpresa lo incoraggi. Quasi dimenticandosi di mangiare, mi spieg che le 
piramidi -non solo quelle egizie, ma tutte le piramidi, piccole o grandi che siano, in pietra o in altro 
materiale, in qualsiasi parte del mondo -hanno una loro misteriosa forza che  ancora tutta da capire. 
Lui, ad esempio, si rasava da mesi con la stessa lametta che non perdeva mai il filo perch dopo averla 
usata la metteva sotto una piccola piramide di ferro. Aveva poi una piramide di plastica che si metteva 
in testa come un cappello quando meditava, e una speciale mascherina per gli occhi -tipo quelle che 
danno in aereo - fatta a piramide per dormire meglio. 

Mi disse che a una quarantina di chilometri dallashram cera una piramide molto potente, costruita 
alcuni anni fa. Avremmo potuto andare a visitarla e dividere il costo del taxi. A lui, medico, 
interessavano soprattutto le forze curative della piramide. 

Le forze curative? Quelle interessavano anche a me! Mi ricordai che Mangiafuoco mi aveva 
accennato a qualcosa del genere: era entrato in crisi con la medicina classica quando in Per e in 
Colombia aveva visto le Facolt di Agraria fare studi sui poteri delle piramidi nella lotta contro certi parassiti delle piante. Gli era parso uno scherzo, e invece funzionava: non era inquinante e costava molto meno dei fitofarmaci. 

Dissi al cardiochirurgo che contasse su di me per quella spedizione. E lui, soddisfatto daver trovato un seguace aspirante piramidologo, tir fuori dal sacchetto che teneva a tracolla un libro che dovevo assolutamente leggere per prepararmi alla visita. Il libro era a forma di piramide. 

Passarono alcuni giorni. Una sera, a satsang, il Swami annunci che lindomani non ci sarebbero 
state lezioni. Doveva andare a Bombay a tenere una conferenza a un gruppo di industriali che 
contribuivano al nostro mantenimento. Il tema era: Come evitare lo stress nella vita moderna. 
Cogliemmo loccasione per partire. Sapevo che qualunque cosa avesse a che fare coi poteri 
interessava moltissimo a Sundarajan e lo invitai a venire con noi. Cos, in tre, di nuovo a bordo di una vecchia Ambassador che per me, col suo sedile posteriore alto e ricoperto di tela bianca, resta il simbolo del viaggiare di lusso in India, facemmo rotta verso la piramide. 

Ma anche lei era indiana! Miserina, sotto alcune palme che le erano state messe attorno per darle 
unaria un po pi egizia, fatta di semplici sassi, al margine di una scuola privata dal nome inglese, Perks, 
la piramide si distingueva per due grossi tubi avvolti di luccicanti fogli di alluminio che, spuntando 
proprio sotto la punta, distruggevano tutto il suo naturale equilibrio e la sua struttura misticheggiante. 

Sono i tubi dellaria condizionata che abbiamo dovuto installare in occasione della visita di Master Choa Kok Sui, disse luomo che ci ricevette. 

Chi? 

Master Choa Kok Sui, il fondatore della pranoterapia. Un grande guaritore. Ha inventato un 
sistema curativo di enorme successo. Sta a Manila, nelle Filippine. 

Guaritore? Presi nota. 

Il potere della piramide -ci spieg la guida -stava nella sua capacit di raccogliere e conservare i raggi cosmici. Questi raggi rendevano possibile, allinterno della piramide, una serie di cose altrimenti inimmaginabili: dallautomatico affilarsi delle lamette, alla conservazione del cibo per lunghi periodi di tempo, alla perfetta concentrazione nella meditazione. 

Venendo tutti e tre dallashram dove la meditazione era parte della nostra routine, volemmo subito 
mettere alla prova questa particolare qualit della piramide. I risultati non furono folgoranti. Laria 
condizionata, installata per il famoso maestro pranoterapeuta passato di l poche settimane prima, era 
gi guasta e sul ripiano di legno, collocato esattamente al centro della piramide, sotto il vertice, faceva 
un caldo soffocante. I raggi cosmici, che secondo la letteratura piramidologica avevano avuto un grande 
effetto su tantissimi personaggi, a cominciare da Napoleone, se cerano non ne ebbero alcuno su di me. 
Fui il primo ad alzarmi e ad andarmene. 

Il costruttore della piramide, direttore della scuola e autore del libro a piramide che il cardiochirurgo 
mi aveva fatto leggere, ci aspettava, come fanno le persone importanti, nel suo ufficio, dietro la 
scrivania, intento a firmare delle carte. Sulla parete di fondo spiccava a lettere cubitali lo slogan della 
scuola: Sono orgoglioso di studiare qui. Quel che questa scuola non pu darmi me lo dar lIndia. Quel 
che lIndia non potr darmi me lo dar il mondo. 

Fondata dagli inglesi? chiesi per cominciare la conversazione. 

Niente affatto, la scuola laveva fondata lui trentanni prima, su un terreno della sua famiglia. Quanto 
al nome, Perks, erano le iniziali dei suoi cinque figli in ordine di nascita. 

Anni settantatr, portati bene grazie ai poteri della piramide, disse, Rama Ranganathan aveva 
lavorato nellindustria tessile. Durante un viaggio in Europa, la sua nave si era fermata per alcune ore a 
Porto Said, e lui era corso a vedere le piramidi. Da allora erano la sua passione. Ne aveva letto, ne aveva 
scritto, e nel 1992, per ricordare un avvenimento eccezionale, si era costruito una piramide sua. 
Lavvenimento eccezionale era stato una siccit durata sette anni, a cui lui aveva messo fine con 
unapposita puja: per tre giorni e tre notti, ininterrottamente, centinaia di persone venute da tutta la 


regione avevano recitato i magici mantra che invocano la pioggia e alla fine del terzo giorno quella era 
arrivata a grandi scrosci. Nel punto esatto in cui era stata celebrata la puja, il luogo pi sacro della 
scuola, era sorta la piramide. Nelle fondamenta erano stati cementati, in appositi sacchetti di plastica 
perch si conservassero meglio, migliaia di foglietti di carta sui quali la parola Ram -il nome del 
Signore, spieg -era stata scritta un milione e duecentomila volte. Io sono solo lautista e lui, lui, 
disse alzando il dito verso il cielo a indicare Iddio, mi dice dove portare la macchina. Dopotutto lui  il 
padrone di tutto. 

Il direttore era anche un esperto di vastu, la versione indiana del feng shui, larte cinese di orientare 
un edificio o arredare una stanza in armonia con le forze della natura e con ci di renderne pi propizio 
luso. 

Era certo riuscito a rendere propizia e redditizia quella sua costruzione. Col passare degli anni la 
piramide era diventata una attrazione turistica, la fama della scuola era cresciuta -gli studenti da poche 
decine erano passati a pi di duemila -e nel negozio-museo, che sembrava ormai essere pi visitato 
della piramide stessa, erano in vendita vari tipi di piramidi per uso personale. Quella che interessava 
particolarmente il mio compagno cardiochirurgo era di legno, smontabile in quattro pezzi. Era fatta 
per dormirci dentro e con questo curarsi di varie malattie, come disse il direttore. 

Non pensai che potesse aiutarmi con la mia, ma il cardiochirurgo insistette. Quali malattie 
esattamente? 

Mio cognato, ad esempio, era gi in lista per un by-pass, disse il direttore, ma ha voluto provare la 
piramide. Si  sentito subito meglio e ora non vuole pi farsi operare. Per un attimo pensai fosse tutta 
una messa in scena: un cardiochirurgo visita la piramide e, guarda caso, gli raccontano della guarigione 
miracolosa di un cardiopatico. 

E dove sta questo cognato? chiesi, con un tocco della vecchia arroganza di giornalista che crede 
davere il diritto di sapere. 

Il cognato stava a un paio di chilometri da l e come se davvero la messa in scena continuasse -ma 
era impossibile, tutto era successo per caso! -lo trovammo a leggere, disteso su un lettino, allinterno di 
una piramide che aveva piantato davanti al portico di casa sua. Una facciata era costruita in modo da 
poter essere tirata su e gi e fare da porta. 

Luomo, sui sessantacinque anni, non aveva affatto laria di star male. Raccont la sua esperienza al 
cardiochirurgo, rispose a tante domande e alla fine, dicendosi miracolato dal potere della piramide, 
aggiunse che non si sarebbe mai messo in mano ai chirurghi. Per giunta aveva appena letto di uno 
studio americano secondo cui i pazienti operati di cuore dicevano di non saper pi amare e di non 
sentire pi lamore degli altri. In altre parole, il by-pass avrebbe delle conseguenze negative sulla parte 
del cervello che registra quei sentimenti e lui voleva morire conservando la sua capacit di amare. 

Potevo contraddirlo? Specie dopo che, affacciato alla porta-parete della sua piramide dove ormai 
passava giorno e notte, cit per salutarci una frase di qualcuno che si addiceva a tutti noi: La misura 
delluomo non sta nella sua morte, ma nella sua vita. 

Tornando verso lashram, Sundarajan e il cardiochirurgo non fecero che parlare e commentare la 
visita. Tutti e due erano entusiasti. Sundarajan, col suo grosso tondo di polverina rosso sangue e le tre 
strisciate di cipria di sandalo34 in mezzo alla fronte, sgranava gli occhi, gi enormi, per sottolineare il suo 
stupore. Era convinto del potere della piramide. Gi conosceva bene quello dei mandddrram, come 
insisteva a chiamarli, e port ad esempio la formula magica da recitare per far continuare a vivere per 
un po un moribondo o quella da intonare nel corso di un matrimonio per far s che il primo figlio della 
coppia sia maschio. Il cardiochirurgo obbiettava solo che lefficacia dei mantra dipende molto da chi li 
usa. Come gli antibiotici, disse, non possono essere prescritti a tutti. E poi, servono solo in certi 
casi. 

34 Altri usano la cenere del fuoco fatto con lo sterco di vacca; altri ancora la cenere della cremazione dei cadaveri, considerata unespressione di 
Ishwara. 


Io ascoltavo e guardavo, fuori dal finestrino, il solito disperante scorrere dell'India. Pensavo a come, 
pur con tutto il potere dei mantra e delle piramidi, questo  ancora un paese con una delle pi alte 
mortalit infantili del mondo, con unalta incidenza di tubercolosi, un paese in cui ogni anno, 
nonostante il potere delle puja di far cadere la pioggia o di fermarla, migliaia di persone muoiono a 
causa della siccit o delle alluvioni. Forse  proprio per questo che c bisogno dei mantra, delle puja e 
di tutta la poesia dei loro poteri. O  vero il contrario? Che tutto  cos disperante a causa dei mantra 
e delle puja? 

Nel museo-negozio del direttore ci eravamo comprati ognuno la sua piramidina. La mia di plastica 
celeste, dopo che provai un paio di volte a mettermela sulla testa per meditare, fin sotto la brandina di 
ferro assieme alla scatola di cartone con le bottiglie della medicina di Kottakal. 

Sempre pi spesso saltavo la meditazione di gruppo per stare a guardare la natura che avevo attorno 
e a volte per dipingerla con modestissimi acquerelli che avevo trovato in una cartoleria di Coimbatore. 
Ho dipinto da quando ero bambino. Non sono mai stato bravo, ma il cercare di riprodurre sulla carta 
non tanto quel che vedevo, quanto latmosfera in cui mi sentivo  continuato a piacermi. 

Una sera al tramonto ero sul mio poggio a dipingere i covoni di fieno sparsi nella pianura sotto. 
Credevo di essere solo. Ma mi si avvicin una donna. Era una del corso. Lavevo notata, sempre in 
disparte, solitaria, magrissima, con unaria elegante e sofferente. 

Ti dispiace se sto a guardare? E presto sdipanammo una interessante matassa di coincidenze e di 
interessi comuni. Aveva sentito che ero stato a Kottakal e aveva immaginato che avessi problemi di 
salute. Anche lei ne aveva. Dieci anni prima le era stata diagnosticata una incurabile malattia 
degenerativa. La medicina occidentale laveva ridotta in fin di vita ancor prima della malattia stessa. 
Qualcuno le aveva parlato di un piccolissimo centro di naturopatia tenuto da una coppia in un paesino 
sperduto nello Stato dellAndhra Pradesh e con le sue ultime forze cera andata. Era il posto pi 
primitivo e povero che avesse mai visto, ma quella coppia laveva aiutata a sopravvivere e lei cera 
rimasta. Aveva chiuso con la vita e la famiglia a Delhi -benestante, era evidente -, si era stabilita in quel 
centro e cercava di aiutare altri con la naturopatia che era convinta fosse il miglior sistema di medicina 
al mondo. 

La fase pi importante nel trattamento -mi spieg - lanalisi dellammalato. Si tratta di parlarci a 
lungo, a volte per ore di seguito, per poter stabilire come applicare la sola vera terapia naturale: il 
digiuno. 

Il digiuno cura, disse, ma  necessario stabilire bene quanto deve durare, quanta acqua va bevuta e 
con che cosa; ad esempio con miele o limone. Mai con succhi di frutta. Il digiuno costringe il corpo a 
consumare tutto quel che non  necessario, crescite, cose in pi, cose maligne, riserve invecchiate, e mai 
cose utili. Il digiuno non toglie energia al corpo, anzi, gli fa risparmiare quella che altrimenti dovrebbe 
usare per digerire il cibo. Durante i periodi di digiuno deve esserci completa concentrazione. Non si 
deve n leggere, n scrivere. Soltanto meditare. 

Fondamentale, mi spieg,  aver cura non solo del corpo del paziente, ma anche del suo stato 
psichico e in particolare del suo sviluppo spirituale. Alla fine dei conti si tratta di credere in Dio. Tutte 
le malattie sono curabili, ma non tutti i pazienti, disse. 

Le raccontai di Kottakal e le chiesi cosa avrebbe fatto lei con le medicine che tenevo sotto il letto. 

Prendile solo se hai fede che ti curino. 

Ero al punto di prima. E se poi non mi facevano nulla, o magari anche male, la colpa non sarebbe 
stata del piscio di vacca, ma mia che non avevo fede! Conoscevo il ragionamento. 

Mi invit ad andarla a trovare nel suo villaggio nellAndhra Pradesh. Se poi quello era per me troppo 
lontano, potevo farmi unidea della naturopatia in un centro, diventato famoso, disse, vicino a 
Bangalore. 

Presi lindirizzo. 


Lentamente il mondo dellashram, che mi era sembrato cos unico e particolare, cominci ad 
apparirmi, nel fondo, non molto diverso dal mondo fuori. La gente, allinizio interessata alla solitudine e 
tutta presa dal tema per cui eravamo l, col tempo tendeva sempre pi a socializzare, ad aggregarsi, a 
farsi reciprocamente compagnia. Uno della brigata pensionati che aveva saputo della nostra 
escursione alla piramide si era risentito perch non lo avevamo invitato, e avendo notato che per una 
settimana avevo mantenuto il silenzio, voleva portarmi, finito il corso, dal suo Muni Baba, un vecchio 
sadhu che non parlava da pi di ventanni. 

Lashram stesso era una societ e dopo un po ci vidi le stesse dinamiche della societ fuori: un 
gruppo di donne si contendeva, pur gentilmente, il diritto di servire i swami in visita; altri facevano a 
gara per fare allora del satsang le domande pi intelligenti. 

Chi pensa che entrando in un ashram sfugge alle trappole della vita si sbaglia. Certo, l non ti 
raggiungono le tasse, la bolletta del telefono, linvito a cena di qualcuno che non hai voglia di vedere, 
ma anche l impercettibilmente si creano obblighi e tensioni. Ti senti in dovere di essere presente alla 
puja o lotti per un posto il pi vicino possibile ai piedi del Swami. Anche lashram poteva, a suo modo, 
diventare una trappola. Era un rifugio che offriva protezione e garanzia, ma con questo, come tutte le 
protezioni e garanzie, limitava anche la libert. 

Ci avevo imparato molto, tante nuove idee mi erano entrate in testa. Mi sentivo membro del 
Gurukulam, ma la vita dellashram, dei testi sacri da imparare e da passare ad altri non era per me. Al 
Swami dovevo molto, ma non ero fatto per diventare un suo seguace. 

Una mattina, facendo la doccia col bel semplice sistema di stare accucciato per terra davanti a un 
rubinetto basso e rovesciarsi in testa secchiate dacqua fredda, sentii che cominciavo ad avere addosso 
lodore di monaco, lodore della castit, del cibo insipido, della vita ineccepibile. E mi preoccupai. 

Poco dopo, in un momento di rabbia eretica, senza pensarci troppo sterminai tutta una schiera di 
formiche che si erano avventurate nella mia stanza e avevano attaccato la mia preziosa scatola di datteri. 
A colazione poi, invece di mangiare i tre grossi gnocchi di semolino che il brahmacharya di turno mi 
aveva buttato nella ciotola, li aggiunsi ai tre nel piatto del mio vicino che era andato a prendersi un 
bicchiere di latte. Era uno dei pensionati pi silenziosi e perbene, e quando torn era tutto confuso. 
Non capiva quel miracoloso moltiplicarsi del suo cibo, si guardava attorno, guardava me, che, fiero 
della mia birichinata, facevo finta di nulla. E alla fine mangi tutto. 

Un giorno, sul cemento ai piedi della scalinata che portava allauditorio era stato tracciato un bel 
rangoli, una decorazione disegnata con la farina di riso cos che le formiche venissero poi a cancellarla, 
mangiandosela. Era un disegno geometrico in cui tutto era in numero di otto: otto lati, otto angoli, otto 
linee interne che formavano otto triangoli, otto punti e al centro, come fosse il sole attorno al quale 
rotea luniverso, o il nucleo dellatomo coi suoi neutroni, un tondo bianco. 

Era il giorno dedicato alle celebrazioni di Shankaracharia, il grande commentatore dei Veda dellVIII 
secolo. Non ci sarebbero state lezioni, ma varie puja. Per me fu loccasione di lasciare lashram e andare 
a respirare laria di fuori. Andai verso Coonoor, la vecchia stazione climatica dove gli inglesi si 
rifugiavano per evitare il caldo della pianura. 

Il viaggio fu spaventoso. La strada era come una camera a gas. Camion carichi di benzina e autobus 
carichi di gente, inerpicandosi su per la montagna, sbuffavano soffocanti nuvole di fumi cancerogeni. 
Avevo sentito parlare di Coonoor come di un posto fra i pi belli e tranquilli dellIndia, ma quando 
finalmente ci arrivai credetti di aver sbagliato indirizzo. Era appena piovuto e la cittadina era tutta un 
pantano, invasa da gente fradicia e malandata. Avevo letto dellYWCA, un ostello per giovani donne 
cristiane, come di un albergo allantica. Era s una vecchia costruzione dellOttocento, ma cadente e 
ammuffita, con le pareti colorate di quellazzurro che dovrebbe coprire e disinfettare ogni magagna. Dai 
soffitti pendevano delle lampadine nude. Il pavimento era, qua e l, coperto da vecchi e umidi 


tappetucci. In un angolo cera un pianoforte. Nellaltro un caminetto spento. A un tavolo erano seduti 
tre giovani viaggiatori stranieri che non risposero al mio Namaste. 

Con la vecchia lena di chi crede daver ancora qualcosa da scoprire, scesi al bazar e Coonoor mi si 
present col solito disperante squallore. Nelle solite cloache a cielo aperto vidi nel giro di pochi minuti 
defecare un bambino, bere un cane, beccare un corvo, e una capra brucare dei rari fili derba. Il fondo 
della bolgia era il fiumiciattolo che scorreva sotto il ponte nel centro della cittadina, l dove le varie 
strade si incontrano davanti alla fermata degli autobus. Un rigagnolo dacqua putrida e fetida passava 
fra cumuli di spazzatura che parevano vivi tanto brulicavano di ratti, cani, corvi, con vacche e bufali che 
pacificamente ci pascolavano sopra. Una banda di scimmie, magre e spelacchiate, coi loro piccoli 
attaccati sotto la pancia, aspettava sulla balaustra del ponte di poter traversare la strada fra il continuo 
scorrere dei camion. Sul marciapiede, un lebbroso con le mani coperte di piaghe rosa riparava ciabatte 
seduto su uno straccio di iuta. 

La specialit del bazar erano gli oli. Nelle vetrine di decine di negozietti cerano, allineate e 
polverose, le boccettine con lolio di eucalipto, di citronella, di mandorla, di sandalo, di garofano: 
ognuno reclamizzato per le sue qualit contro questo o quel dolore. 

Lashram, col suo ordine braminico, la sua gente pulita, vestita di bianco e intenta a pensare al S, 
era lontanissimo e mi chiedevo a che cosa servissero alla fine dei conti tutte quelle belle idee, quando la 
societ prodotta da quelle idee era cos squallida. Il miglior modo di valutare una causa  guardare i suoi 
effetti. Allora: colpa dei Veda? O colpa del regime coloniale che ha distrutto i Veda e mortificato e 
inquinato la mente indiana? Mi pareva dessere sempre pi confuso, senza una di quelle belle, chiare 
idee che avevo quandero giovane ed ero convinto non solo di capire i problemi, ma anche davere le 
soluzioni. 

Cenai in una bettola sporca, tenuta da un musulmano. Allo stesso tavolo cerano giovani indiani che, 
bevendo chai, il t con tantissimo zucchero e latte, imparavano a usare la grande novit del momento, 
un telefono cellulare. 

Dormii, con un gran mal di pancia, in un letto largo e squinternato, con la luce della camera accanto 
che illuminava la mia attraverso il lucernario di una porta in comune. Lunico modo di spegnere quella 
luce era un interruttore nel corridoio che per spegneva tutte le luci del piano. 

Feci colazione davanti al pianoforte, col marito della donna che gestiva lostello venuto a farmi 
compagnia. Era laureato in letteratura tamil, ma si era riciclato in dottore olistico, come lui stesso si 
present. Quello della salute  oggi uno dei mercati in maggiore espansione nel mondo e lui di quella 
torta, attorno alla quale si accalcano tantissimi farabutti e imbroglioni, cercava di ritagliarsi la sua fettina. 
Si occupava di yoga, siddha,35 numerologia, magnetismo e una serie di altre diavolerie. 

Per darmi una dimostrazione delle sue capacit, tir fuori tutto un armamentario di aggeggi in 
plastica per curare il mal di schiena, lattrezzatura per lagopressione e una maschera a batterie per 
massaggiare gli occhi e ristabilire la vista. A Madras cera stata una fiera di medicina alternativa e lui 
aveva fatto incetta di novit. Aveva gi raccolto una serie di attestati di gente che si diceva guarita di 
questo e quello. La lista delle malattie che lui pretendeva di curare era impressionante. Stava per 
comprare un terreno su cui costruire un centro olistico della salute. I bungalow per i pazienti sarebbero 
stati a forma di piramide che, aggiunse, ha di per s un grande potere curativo. Aveva sentito parlare 
molto di una piramide con queste caratteristiche nella Scuola Perks, fuori Coimbatore, e contava di 
andarci presto per informarsene meglio. 

Avrei potuto ridergli in faccia o saltargli al collo, specie quando mi chiese di aiutarlo mandandogli 
dei pazienti stranieri. Ma finii per non fare n questo n quello. 

Avevo visto fuori dalla porta un giovane in pessimo arnese, dallaria giapponese, e preferii parlare 
con lui. Lo invitai a mangiare. Non mero sbagliato: veniva da Tokyo, aveva trent'anni. Era inorridito 
dal modo di vivere dei suoi connazionali, che lavorano tutta la vita per poi morire, e aveva deciso di 

35 Antico sistema di medicina del Tamil Nadu, simile allayurveda, ma - alcuni sostengono -influenzato da pratiche alchemiche cinesi. 


morire prima di lavorare. Per questo era venuto in India. Non aveva soldi, diceva di dormire nelle 
stazioni, nelle chiese e nei templi. Era sporco e malaticcio, e non sembrava molto lontano dalla sua 
meta. 

Tornai all'ashram, bagnato come un pulcino. Erano cominciate le improvvise piogge torrenziali del 
monsone ed ero stato sorpreso da una di quelle. Ne approfittai per fare il bucato, cambiare i lenzuoli, 
dare il cencio in terra alla mia stanza prima di ripartire, rinfrescato, per la vita dellashram. 

Le zaffate velenose dei camion o linquinamento di Coonoor avevano scatenato di nuovo la mia 
vecchia allergia: avevo una narice chiusa, gli occhi mi lacrimavano e spesso dovevo starnutire. Fu una 
ragione per non partecipare alla meditazione di gruppo che altrimenti avrei disturbato e per andare 
invece a sedermi, da solo, nel tempio sul mio poggio. Era aperto a tutti gli orizzonti e a tutte le brezze. 
Il mondo visto da lass, con lindifferenza di chi non si aspetta niente da lui e non ha il desiderio di 
cambiarlo, mi pareva bellissimo. 

Ma il mondo aveva un modo suo di entrare nellashram. Un giorno arriv un famoso industriale di 
Madras con la sua famiglia. Erano devoti seguaci del Swami e anche fra i suoi finanziatori pi generosi. 
Dovetti cenare con loro. Un altro giorno vennero una decina di ex allievi del Swami che, diventati 
swami a loro volta, insegnavano il Vedanta in varie citt indiane. Erano l per discutere un argomento 
nel quale venni coinvolto anchio: le conversioni. Questo era un tema, mi resi conto, che, nonostante il 
suo dichiarato distacco dalle cose del mondo, stava enormemente a cuore al Swami. Ne aveva scritto, 
ne parlava a giro per lIndia e pochi mesi prima, in un discorso dinanzi a una commissione delle 
Nazioni Unite, aveva formalmente presentato una richiesta perch lorganizzazione intemazionale 
intervenisse per congelare le conversioni al cristianesimo in India. 

Il suo argomento era che le conversioni sono un atto di violenza in quanto trasformano la cultura 
locale, creando tensioni e conflitti che oggi sarebbe bene evitare. Secondo lui le religioni in genere sono 
di due tipi: quelle aggressive e missionarie, come il cristianesimo e lislam; e le religioni che non cercano 
di fare proseliti, come lebraismo, lo zoroastrismo e lo stesso induismo. Le prime sarebbero le religioni 
forti, le seconde quelle deboli. In un confronto le seconde sarebbero sempre perdenti. Questo 
sarebbe particolarmente vero per linduismo che non ha una struttura centralizzata e che per principio 
riconosce la libert di ognuno di adorare il dio che vuole col nome che preferisce. 

Questa non era stata la posizione di altri vedantin prima del Swami. NellOttocento, ad esempio, il 
grande mistico Ramakhrisna, che negli anni della sua formazione spirituale aveva passato del tempo in 
una moschea come musulmano e aveva per un po abbracciato anche il cristianesimo, sosteneva che 
tutte le religioni erano uguali. Erano come lacqua di uno stesso stagno messa in secchi diversi e 
chiamata in modi diversi con le parole che nelle varie lingue indicano lacqua. Ugualmente tollerante era 
stato il suo discepolo, Vivekananda. Ma i tempi, secondo il Swami, erano cambiati. 

Secondo lui, la Chiesa cattolica e varie sette protestanti, soprattutto quelle americane, stavano 
approfittando della naturale tolleranza dellinduismo per investire enormi capitali nella conversione di 
un numero crescente di indiani. Questo per lui era diventato inaccettabile. Linduismo era vittima di 
una vera e propria aggressione. Non chiedeva che i cristiani lasciassero lIndia. Riconosceva che cerano 
da duemila anni e potevano ben restarci altri duemila. Chiedeva solo che desistessero dal distruggere la 
cultura indiana, cos come avevano distrutto in passato le antiche culture dellAfrica e dellAmerica 
Latina. 

Gli dissi che il nostro era il tempo del libero mercato: mercato di beni, di idee e anche di religioni. 
Come poteva pensare di andare controcorrente? Il mercato non  libero, mi rispose, perch il debole 
non  libero dinanzi al forte. Le religioni non aggressive, non combattive come la nostra non possono 
competere con quelle ricche e aggressive. Per questo debbono essere protette. Qualcuno deve 
intervenire, magari le Nazioni Unite, ma  la Chiesa innanzitutto che deve mettere fine alle sue 
conversioni. Se non lo fa, in India si creano le condizioni per una reazione violenta. 


Mi pareva avesse ragione. Le conversioni sono una nuova forma di colonialismo. Lopporcisi era da 
parte del Swami un tentativo di ristabilire la tradizione indiana, come il riportare il Vedanta nella vita 
della gente; come il riportarci layurveda e il Kathakali da parte di P.S. Varrier. 

Fra i visitatori ci fu anche il giovane medico che doveva occuparsi del diabete del Swami. Al Swami 
piacque molto: conosceva a memoria gli shastra, le scritture sacre! Era indubbiamente un tipo 
particolare. Veniva da un paesino a pochi chilometri dalla punta pi meridionale dellIndia, dove gestiva 
una piccola clinica ayurvedica ereditata da suo nonno. Fissammo un appuntamento. Lo sarei andato a 
trovare alla fine del corso. 

Un altro visitatore che rimase per quattro giorni nellashram fu un noto psichiatra indiano che 
lavorava a un progetto internazionale, finanziato dallUniversit di Harvard, sui marginali. Alcuni suoi 
colleghi in America e in Europa studiavano i drogati, i drop outs e i barboni; lui in India aveva il 
compito di studiare i sadhu e i sanyasin.36 Quando seppe di me, volle assolutamente parlarmi. 

Per lui ero forse un interessante caso di marginale a cavallo fra Occidente e Oriente. Non so come 
potei contribuire alla sua ricerca, ma lui contribu alla mia. Mi disse daver passato molto tempo 
nellHimalaya in cerca di personaggi con poteri e, da scienziato, dovette ammettere di non averne 
incontrato nessuno. Mi raccont anche di essere stato, sempre per la sua ricerca, a vedere Sai Baba, il 
pi famoso santone del momento con milioni di seguaci sia in India sia allestero. Ne aveva avuto una 
pessima impressione: vanesio, incipriato e col rossetto sulle labbra. Disse che molti di quelli attorno a 
lui erano persone psicologicamente infantili, col bisogno di un padre e di qualcosa con cui giocare. E la 
magia  un magnifico passatempo! 

Quel che lo preoccupava come psichiatra era che alcuni suoi pazienti erano diventati discepoli di Sai 
Baba. Il santone li aveva convinti ad abbandonare la sua terapia e a non prendere pi medicine, e 
quando quelli tornavano poi da lui a farsi curare erano spesso in condizioni disperate. 

Quanto ai miracoli di Sai Baba, lo psichiatra mi raccont che una volta un famoso prestigiatore di 
Calcutta, P.C. Sorcar, era andato nel suo ashram e si era mischiato ai devoti per il darshan. Quando Sai 
Baba gli era passato davanti per dargli, come faceva con tutti, un po del vibhuti che gli pioveva 
miracolosamente dalle dita, il mago fece apparire dal nulla nel palmo della sua mano tesa un rasmalai, 
un dolce intriso di zucchero che, si sa, a Sai Baba piace moltissimo. Mago contro mago. Le guardie del 
corpo di Sai Baba lo presero di forza e lo cacciarono dallashram. Lo psichiatra mi disse che altri maghi 
avevano sfidato Sai Baba a una gara di miracoli, ma che lui sera sempre rifiutato. 

Forse dovrei andare a vederlo coi miei occhi, dissi fra me e me. E con questo mi resi conto che il 
vecchio desiderio di rimettermi in cammino non era morto. I desideri! Liberarsene era pi difficile di 
quanto avessi creduto. 

Una mattina, uscendo dalla mia stanza notai che al filo dove io stendevo i miei panni ad asciugare 
qualcun altro aveva appeso la sua biancheria. Erano cose da donna e distrattamente pensai che fossero 
della bella maestra di danza venuta per qualche giorno in visita allashram e che sapevo alloggiata poco 
lontano da me. 

Andai alla puja, alla meditazione, a lezione, ma senza che io lo volessi, quasi senza che me ne 
accorgessi, quell'affascinante e incontrollabile parte di noi che  la mente si era scatenata. Sfuggendo 
completamente al mio controllo, la mente di me che volevo essere dovero tornava invece al filo della 
biancheria e alla maestra di danza; la mente di me che non volevo parlare con nessuno si immaginava 
invece tutta una conversazione, faceva domande, dava risposte, formulava desideri. 

Certo -come diceva il Swami -avevo da scegliere: potevo essere il me che desiderava, o il me che 

36 Sadhu sono coloro che, spesso da giovanissimi, hanno rinunciato al mondo e vivono da santi mendicanti a giro per lIndia. Spesso sono 
persone di estrazione sociale semplice. Al contrario dei sanyasin, che di solito diventano tali in una cerimonia di iniziazione alla fine di una vita 
spesa normalmente, i sadhu non sempre prendono formalmente i voti. Anche loro vestono di arancione o di rosso. In India ce ne sono alcuni milioni. 
Tutti i sanyasin sono sadhu. Gli uni e gli altri possono essere swami, una volta che sono riconosciuti come insegnanti. 


rideva del me che desiderava. Ma era pi facile dirlo che farlo. Avessi potuto andare da lui con questo 
dilemma, lavrei fatto anche senza tagliarmi un braccio, come fece secondo la leggenda lallievo del 
fondatore del buddhismo zen nel tempio di Shaolin in Cina secoli fa. 

Il suo Maestro, un indiano di nome Bodhidarma, conosciuto in Cina come Da Mu e in Giappone 
poi come Damma, era sempre in meditazione e nessuno riusciva mai a parlargli. Una volta lallievo, 
esasperato, per attrarne lattenzione, si mozz netto il braccio sinistro, lasciando che il sangue facesse 
una grande chiazza rossa nella neve. 

Ma che vuoi? chiede finalmente il Maestro. 

Calmare la mia mente. 

Bene, portami la mente e te la calmer. 

Lallievo parte. Non lho trovata, dice tornando. 

Vedi? gli fa il Maestro. Te lho calmata. E torna a meditare. 

Ci da cui lallievo vuole fuggire  la rete dei suoi pensieri e il Maestro con la sua trovata gli fa capire 
che il pensiero stesso  il problema. 

Ma potevo io andare dal Swami a dirgli quel mio pensiero? Sapevo bene qual era. Esattamente 
quello del monaco moralista di unaltra famosa storia zen. 

Due monaci camminano per una strada allagata da un acquazzone. A un certo punto si trovano 
davanti una bella ragazza che, ben vestita com, non riesce ad attraversare una pozzanghera. Uno dei 
due la prende in braccio e la deposita allasciutto. L per l laltro monaco non dice nulla, ma la sera, 
quando sono nel tempio dove passano la notte, non resiste: 

Noi monaci dobbiamo stare lontani dalle donne, specie se giovani e belle, dice con aria di 
rimprovero. Toccarle poi  estremamente pericoloso. Perch lhai fatto? 

Io quella ragazza lho lasciata l dallaltra parte della pozzanghera, risponde laccusato. Tu invece 
mi sembra che te la sei portata dietro fino qui. 

Cos ero io. Due cenci appesi a un filo avevano rimesso in moto un meccanismo dal quale pensavo 
di essermi definitivamente liberato. Pi che il pensiero in s, mi umiliava il non poter controllare la mia 
mente: e pi cercavo di controllarla, pi quella mi faceva nuovi scherzi finch non mi ricordai di 
Sundarajan. 

Una volta, sul poggio, parlandomi del suo amore per la statua, mi aveva detto di non aver 
conosciuto donna e aveva alluso a un certo potere con cui in tutta la sua vita aveva tenuto a bada i 
propri istinti. Lo andai a trovare e con grande franchezza gli posi il problema. 

Non conosci gli esercizi? 

No. Quelli davvero non li conoscevo. Lui li faceva ogni mattina appena alzato, assieme allo yoga. 
Erano efficacissimi, disse, a far risalire il seme, trasformarlo in energia spirituale, e con ci a togliere alla 
mente quello stimolo che la sguinzaglia. 

Mettiti per terra, ti insegno, mi disse. 

Mi fece inginocchiare, poi piegare in avanti, con la testa e le mani ferme sul pavimento. Mi spieg 
come piegare la lingua il pi possibile indietro, verso la gola, come respirare, cosa fare coi muscoli del 
basso addome e con lo sfintere. Mi confid ancora un paio di cose, poi, perch non facessi errori, mi 
fece vedere come lui eseguiva ognuna di quelle mosse. Dovevo cominciare con pochi minuti al giorno e 
poi lentamente aumentarli. 

La sola idea di quel potere mi affascinava. E il mondo non  bello? Da qualche parte c chi 
inventa il Viagra e da unaltra ci son quelli che studiano come mettere una museruola a 
quellimpertinente pezzo di s che uno si porta dietro. Luomo  davvero stupefacente! 

Non so se gli esercizi di Sundarajan facessero davvero risalire il seme, come lui diceva; ma io, dopo 
averli inseriti nel pot-pourri della mia routine del mattino -un po di yoga, un po di qi gong, un po di 
ginnastica per gli occhi, la prostata, la spina dorsale, i sorrisi allo stomaco e infine la palla di Master 
Hu - potei riferirgli, senza mentire, che il sistema funzionava. 


Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana: erano passati quasi tre mesi. Il tempo era cambiato. 
Era arrivato il monsone e il vento portava improvvisi, bellissimi e brevi scrosci di pioggia. Le montagne 
a cui guardavo ogni giorno per compagnia avevano cambiato colore. Erano diventate grigie e fumose di 
nebbia. E io ero tornato a essere tranquillo e sereno. Mi pareva daver capito un po meglio lIndia, 
avevo fatto unesperienza molto insolita, e se mai fossi stato tentato da una vita di sola contemplazione, 
ora ero certo che quella non faceva per me. E il Vedanta? Alla fine mi sembr qualcosa con cui ero gi 
naturalmente in sintonia: non mi sentivo separato dal mondo, non mi prendevo per una piccola onda 
sopraffatta dalloceano, e in fondo non avevo pi paura della morte. 

Quanto ai desideri, avevo deciso di dominare i pi e di convivere con alcuni a cui, coscientemente, 
non volevo rinunciare. Quanto al jagat, il mondo, ero daccordo col Swami che era stato messo assieme 
molto, molto intelligentemente. Allora tanto valeva goderne. I brahmacharya, negandoselo, mi pareva 
rinunciassero a qualcosa di meraviglioso. 

Passavo sempre pi tempo nella natura. Dalla cima del mio poggio stavo a osservare lo 
spumeggiante biancore di alcune cascate dacqua e pi gi, nella piana diventata verdissima, la lontana 
sagoma scura di un antico, maestoso albero solitario. Il Swami diceva che gli alberi sono come i sadhu: 
mentre tutti si muovono, loro restano magnificamente immobili, fermi, coscienti di s, senza il bisogno 
di correre in qua e in l in cerca di qualcosa. Non sarei mai diventato cos. Quella non era la mia indole. 
Non sono nato per essere monaco. Potevo provarci. Mi piaceva anche. Ma non era da me e la cosa pi 
ridicola che poteva capitarmi era che mi si prendesse per tale. 

Ma successe anche questo. Un gruppo di contadini di un villaggio vicino era venuto nellashram, 
credo a chiedere un contributo per la ricostruzione del loro tempio. Io passavo e un vecchio, 
chiamandomi Swami-ji, venne a toccarmi i piedi e poi la punta della barba. Con le mani piene di 
quella benedizione si carezz la faccia, la testa e il petto, come per infondersi la mia saggezza e 
santit. 

Il corso volgeva alla fine e con questo cominciarono le cerimonie di chiusura. La pi interessante, 
almeno per me, fu quella del mantra japa in cui tutti assieme dovemmo ripetere centomila volte una 
formula di ringraziamento a Dakshinamurti, la divinit dellashram, incarnazione di Shiva e protettrice 
dei Veda. Il testo del mantra, in sanscrito, ci era stato dato, stampato su un foglietto, la sera prima 
perch lo studiassimo. Il significato delle parole non era particolare: Om Le mie prostrazioni a te 
Dakshinamurti che vivi nelle radici dellalbero di baniano con piena concentrazione Davanti al 
potere distruttivo di Shiva io mi inchino Om. Ma il suono era, come al solito, bello; aveva un suo 
potere, specie per leffetto circolare dellOm che era lultima, ma anche la prima sillaba del mantra che 
riprendeva. A forza di ripeterlo per ore e ore, la mente si svuotava e si calmava. 

La cerimonia si svolse nel tempio. Per loccasione erano venuti da Coimbatore tredici speciali pujari, 
sacerdoti bramini, e almeno un centinaio di seguaci del Swami. Alcuni, per il darshan, per guardarlo, per 
stare in sua presenza, la presenza di uno che ha conosciuto se stesso, erano arrivati addirittura da 
Madras. Lepicentro della cerimonia era la buca quadrata per il fuoco sacro nel pavimento del porticato 
alla sinistra del tempio. Il Swami ci stava seduto davanti nella sua poltrona. Formalmente lui, in quanto 
sanyasin, libero cio da tutti i legami col mondo, compresa la religione e i suoi riti, non era coinvolto 
con la cerimonia. Quella era presieduta, a nome di tutti noi shisha, dal segretario dellashram, un 
anziano e distintissimo signore accanto al quale, come prescrivono i Veda, era seduta la moglie. I tredici 
pujari stavano in circolo attorno alla buca. Dietro ceravamo noi, poi il pubblico di cui molti in piedi per 
poter seguire meglio quel che succedeva. 

Lavvio fu un disastro. Si trattava, secondo le regole dei Veda, di accendere il fuoco alla maniera 
antica, cio strofinando assieme due pezzi di legno. Ma per qualche ragione la scintilla non scoccava. 
Un brahmacharya inton la preghiera: Vieni, vieni presto Non farci aspettare. Noi tutti in coro, 


diretti dalle vedove-sagrestane, ripetemmo in varie tonalit il mantra Om Namashivaya Ma non ci 
fu nulla da fare. Sudati e ansimanti, i pujari, dandosi il turno, tiravano con forza una corda avvolta 
attorno a un legno che frullava su un altro coperto di piccole matasse di filamenti di cocco che 
avrebbero dovuto facilmente prendere fuoco. Gli occhi di tutti erano puntati l. Si vedeva un po di 
fumo, si sentiva lodore del legno surriscaldato su cui un pujari soffiava con amore, ma la scintilla non 
scoccava. 

Avete qualcosa del genere nel tuo paese?, mi chiese un vecchio shisha della brigata pensionati. 

No, abbiamo i fiammiferi mi usc di bocca, incontrollata e non molto gentile, la risposta. 

Si and avanti cos per quasi unora. Il povero Swami, grigio in faccia, aspettava. Proprio alcune sere 
prima, durante il satsang, alla mia domanda se credeva che una puja potesse davvero far piovere aveva 
risposto di s. Pur scettico, aveva raccontato daver assistito una volta a una puja per la pioggia e quella 
era venuta. E perch dunque non il fuoco, ora? 

Avrei voluto averlo io quel potere di accenderlo per liberare tutti dallattesa. E dire che quel potere 
stava semplicemente nel mettere fra i fili di cocco un po di canfora o un po dalcool, come a un certo 
punto mi sembr che qualcuno facesse passando discretamente un batuffolo bianco a uno dei pujari 
addetti allo strofinamento dei legni. Si vide un piccolo bagliore rosso, il fumo si fece pi denso e 
finalmente belle lingue di fuoco si misero a divorare prima i legnetti, poi anche il burro, gli spruzzi 
dacqua, il riso e tutte le altre cose che i pujari, accompagnando ogni gesto con una invocazione, 
offrivano agli dei. 

Infine, con un ramoscello di mango inzuppato in un secchio dacqua, benedissero anche noi e 
potemmo attaccare la grande litania, in mezzo a nuvole di fumo sempre pi dense che il vento ci 
sbatteva sulla faccia: Om hrim Dakshinamurtaye tubhyan Om hrim Dakshinamurtaye 

Il mantra durava circa dodici secondi. In unora ognuno poteva dirlo trecento volte ed essendoci un 
centinaio di shisha, qualcuno aveva calcolato che, tenendo conto di chi, ogni tanto, doveva assentarsi, 
in quattro ore tutti assieme lo avremmo recitato centomila volte. E cos fu. Passammo quattro ore a 
ripetere e ripetere sempre le stesse parole come un operaio che alla catena di montaggio ripete 
sempre gli stessi gesti per mettere assieme un qualche aggeggio inutile che altri comprano coi soldi 
guadagnati facendo cose altrettanto inutili. 

E la vita passa -pensai -senza senso, fuori o dentro lashram. Passa in una sequela di attese, di riti il 
cui unico significato sta nel fatto che paiono dare un qualche senso allinutile passare della vita. Dentro 
e fuori lashram, senza grande differenza. Fuori si va al lavoro, si dicono parole di circostanza, si gioca 
con cose che definiamo necessarie; l si ripete migliaia e migliaia di volte una frase in onore di una dea 
che simboleggia la conoscenza. Fuori si trepida per un figlio che non torna, l per un fuoco che non si 
accende. 

Se invece di recitare quel mantra centomila volte avessimo investito il tempo a scavare un pozzo, 
forse lIndia non avrebbe due terzi della sua gente senza acqua potabile. Ma questa era anche la follia 
dellIndia che a me piaceva tanto! 

E poi i bramini non scavano pozzi. 

Guardavo le mani giunte di tutti quei begli uomini, i miei compagni vestiti di bianco e i pujari: 
unghie pulite, dita finissime. Nessuna di quelle mani aveva mai retto una zappa, un piccone, unaccetta. 

Cera tanto da capire dellIndia in quella cerimonia: cera da capire la rivoluzione dei buddhisti che 
rifiutarono i riti; cera da capire lintelligente praticit dei tibetani che, per ripetere a iosa i mantra, 
inventarono la mota della preghiera in cui mettevano centinaia di bigliettini con su scritta la formula 
sacra cos che a ogni giro il suo effetto si moltiplicasse. 

Tutto quel rituale ci ricord almeno quanto era stato difficile un tempo accendere un fuoco e come 
fosse stato sacro il compito di mantenerlo. 

Alla fine dellultima lezione del corso uno dei brahmacharya ricord al Swami che ci aveva promesso 


il miracolo del vibhuti. 

Volete davvero che lo faccia? chiese il Swami, ridendo. 

Dallaula si alz un coro di S. 

Allora qualcuno venga qua. 

Ci fu un momento di esitazione. Nessuno osava. Allora saltai su dal mio posto contro il muro e corsi 
al podio. Gli tesi una mano aperta e lui, ridendo, dalle dita socchiuse della sua destra cominci a 
versarmici dentro la cenere sacra. Prima un filo leggero, poi sempre di pi. Stropicciava leggermente le 
dita e la cenere continuava a cadere. Ero esterrefatto. Mi voltai con la mano aperta per farla vedere ai 
compagni, e quelli a decine mi si buttarono addosso per prendersene un pizzico e metterselo in fronte. 
Ci fu una gran confusione, quasi tutta la classe si accalcava attorno a me, mentre il Swami, cercando di 
dominare la platea, diceva: 

 un bluff  un bluff, non prendetelo sul serio! Era sconcertato, ma nessuno lo stava a sentire. 
In fondo, lidea che il Swami avesse fatto un miracolo come Sai Baba piaceva a tutti. Piaceva quasi 
anche a me, a me che ero certo il pi scettico di tutti, a me che non avevo mai toccato i piedi del 
Swami, a me, figliol prodigo, cui era toccato lonore del miracolo. 

Quando tornai al mio tavolino, la mia mano era stata completamente ripulita da decine di altre che si 
erano prese tutto quel che restava del magico vibhuti. A me rest di essere per quel giorno il pi 
ricercato fra gli shisha. 

Dopo pranzo, molti vennero a raccontarmi la loro versione di quel che era successo. 

Bello, bello. Non voglio sapere se  un vero miracolo o no  comunque un prasad, un aspetto di 
Ishwara, disse la vecchia direttrice della scuola di infermiere. Una giovane dottoressa non aveva dubbi: 
Chi  molto avanti sulla via spirituale acquisisce questi poteri. Non c niente di insolito. Il 
brahmacharya, invece, che aveva ricordato al Swami di fare il miracolo, raccont come tutto era stato 
preparato e come il Swami gli aveva fatto nascondere quella polvere sotto il tavolino da cui tirava fuori i 
suoi vari oggetti. Ma non valse a nulla. I credenti non volevano abiurare. Li capivo: era pi bello 
credere che non credere. Ma il tutto mi parve sempre pi strano. 

Quando il cardiochirurgo venne a chiedermi non del vibhuti, ma se stavo usando la piramide, ebbi 
limpressione di essere finito in una gabbia di matti. Ognuno era matto a suo modo e chi quella sera mi 
avesse visto per terra, nella mia stanza a cuocermi un chilo di cipolle in un pentolino con uno 
scaldacqua a immersione per cercare di curarmi lallergia che non andava via, avrebbe pensato lo stesso di me. 

Lalba dellultima mattina fu di cristallo. Ci fu la foto di gruppo con le solite piccole lotte dei tanti 
illuminati per essere il pi vicino possibile al Swami. Poi la consegna dei diplomi. Il Swami, 
inghirlandato per loccasione come una delle statue nel tempio, con una grossa collana di fiori attorno al 
collo, stava seduto sulla poltrona. Uno alla volta, sfilammo davanti a lui. Una swamini, una sua allieva 
diventata a sua volta insegnante, dava a ognuno una manciata di petali di fiori da buttare ai piedi del 
Swami, e lui, pronunciando via via il nome di ogni shisha, gli consegnava il certificato e una banana. Molti erano commossi. Questo  lavvenimento della mia vita, disse Sundarajan. 

Alcune donne non trattennero le lacrime. La devozione era commovente. I pi vedevano davvero 
Bhagawan nel Swami. E io, alla fine di tre mesi, mi sentivo come una spia infiltratasi nel campo 
avversario per carpire un qualche segreto. Quando mi chiesero di fare un discorso mi rifiutai. Ne fece uno molto bello, anche a nome della moglie, il vecchio pediatra, tessendo le lodi del Swami con ironia e gratitudine, citando versi di grandi poeti indiani come Kabir. Altri lessero poesie che gli avevano dedicato. 

Qualcuno chiese al Swami se non aveva un ultimo consiglio da darci e lui non si trad: Vivete una vita in cui potete riconoscervi! Questo era lui, il Swami, come lavevo conosciuto e come lavrei ricordato. E noi, dopo tre mesi? Ripartimmo, ognuno per la sua strada, ponendoci forse un po pi coscientemente di prima quella fondamentale domanda a cui non tutti, credo, avevamo trovato una 
risposta: Io, chi sono?
...
.
...
IL MEDICO PER I SANI.
...
.
...
Quando arrivai, quella sulla destra della strada era una normale, lunga collina cosparsa di pietre che 
si stagliava con uno strano profilo contro lorizzonte. Una settimana dopo, quando ripartii, quella era 
un gigante di donna, riversa sulle risaie a guardare il vuoto in alto. Ne riconoscevo le ginocchia, lanca, i 
seni, il profilo del mento, delle labbra e del naso contro il cielo. 

Il villaggio di Derisanamscope era un posto incantato: il pi insolito, uno dei pi interessanti, certo il 
pi sereno e pacifico in cui sono stato in India. Ma che non ci vada nessuno, credendo di trovare quel 
che ci ho trovato io, perch ognuno fa di ogni cosa -un posto, una persona, un avvenimento -quello 
che vuole, quello di cui, in quel momento, ha bisogno. E niente, niente come la fantasia aiuta a vedere 
la realt. 

Il villaggio, tutto bianco, era in mezzo a una grande, verdissima distesa di risaie, punteggiata qua e l 
da file di palme. Gi questi due colori inducevano un senso di pace. Una strada asfaltata, su cui 
saltuariamente passava una macchina, un autobus o una mandria di bufali, correva a un centinaio di 
metri dallabitato; unaltra, fatta di bei lastroni di pietra usati anche per batterci il riso e farci seccare 
lerba, si addentrava fra le case basse, tutte uguali a un piano fino a un grande, antico tempio dagli antri 
bui e rimbombanti, carico di una qualche misteriosa forza. Il tempio era sproporzionato rispetto al 
villaggio, come fosse appartenuto a un tempo precedente in cui gli uomini erano dei giganti. 

Davanti al tempio cera uno spazio di terra battuta. Al centro di quello si alzava vecchio, maestoso, 
largo e forte, un frondosissimo albero, un Ficus religiosa, circondato da una piattaforma in muratura su 
cui i vecchi sedevano a chiacchierare e i bambini giocavano. Stare sotto quellalbero a cantare dei 
mantra faceva bene a chi aveva problemi di respirazione, diceva la gente, perch lalbero era vivo, 
respirava lui stesso ed emetteva una grande forza. A pochi passi cera anche un bel bacino dacqua 
pulita racchiuso da un anfiteatro di scalini degradanti. Il villaggio finiva l. Poi cerano altre risaie, altre 
fila di palme e alle spalle, come a proteggerlo, la collina di pietre. 

Secondo la leggenda il tempio era uno dei due che Rama, leroe del Ramayana, aveva fondato sul suo 
cammino attraverso lIndia. Stava andando nellisola di Ceylon a riprendersi Sita, sua moglie, che il 
malvagio Ravana gli aveva rapito, quando era stato preso dal sonno. Sera fermato sotto lalbero per 
riposarsi, ma una donna-demonio, famosa perch era solita disturbare i rishi durante la loro 
meditazione nellHimalaya, era venuta a importunarlo. Rama laveva riconosciuta, aveva imbracciato il 
suo arco e zac aveva fatto partire una delle sue infallibili frecce. La demonessa, colpita al cuore, era 
caduta riversa nelle risaie e l era rimasta, da allora pietrificata. 

In memoria di quellevento, Rama aveva fatto costruire quel tempio e aveva dato alla localit quello 
strano nome Derisanamscope, che appunto vuol dire: Il posto da cui  stata scoccata la freccia. 

Era anche il posto in cui abitava il dottor L. Mahadevan, il giovane medico ayurvedico che avevo 
incontrato nellashram e nel quale il Swami aveva una gran fiducia non solo perch si era occupato, pare 
con qualche successo, del suo diabete, ma anche perch conosceva a memoria gli shastra, le scritture 
sacre. 

Venga a stare almeno per una settimana nel mio ospedale e assieme vedremo cosa fare, mi aveva 
detto quando gli avevo parlato del mio malanno. Ora cero. 

Avevo un lettino da campo con una materassa fine fine rivestita di plastica in una stanza spoglia, 
dalle pareti azzurre, il pavimento di pietre nere e una finestra aperta su un piccolo patio, un muretto e 
dietro uno stagno ricoperto di fiori di loto, poi le risaie. In un cortile di cemento avevo un gabinetto alla turca e una cannella. 

Allora di pranzo e di cena un uomo in bicicletta mi consegnava una sghiscetta a tre piani con dei 
chapati, qualche cucchiaiata di dal, la classica zuppa indiana di legumi, e una porzione di verdura 
pepatissima. 

Lospedale, di sole sei camere, era a una cinquantina di metri dalla strada asfaltata su cui si 
affacciava la clinica vera e propria dove Mahadevan riceveva i pazienti e dove, in una grande cucina, 
come veniva chiamata, i famigli dalla mattina alla sera preparavano le medicine. Su fuochi fatti con la 
legna, come vuole la tradizione, cerano i fumanti calderoni di bronzo ognuno con la sua pozione. 
Accucciati per terra una decina di uomini e donne tritavano le erbe, le mischiavano nei mastelli, 
filtravano gli oli o, recitando dei mantra, facevano palline dei composti che erano stati seccati al sole. Le 
pareti della cucina erano lucide di nerofumo, ma laria era carica di quegli effluvi balsamici che gi di per 
s parevano curativi. 

 proprio cos, disse Mahadevan facendomi fare il giro del suo piccolo regno. Quelli che lavorano qui non si ammalano mai. Non prendono neppure un raffreddore. 

Avrei dovuto starci io per un po in quella cucina. Forse mi sarebbe passata la vecchia sinusite 
allergica che da settimane era tornata ad affliggermi con grondamenti di naso, occhi lacrimosi, starnuti e mal di testa. 

In strada, davanti alla clinica cera un banchetto che faceva il chai, il t per i crocchi di pazienti che 
aspettavano di vedere il medico e quelli che lavevano gi visto e aspettavano lautobus per ripartire 
soddisfatti coi loro sacchetti di carta pieni di polveri, pasticche e boccettine. 

Non fosse stato per un paio di paloni della luce, che comunque non cera quasi mai, per lautobus e 
per il piccolo generatore, che faceva muovere il ventilatore nella minuscola stanza dove Mahadevan 
riceveva sotto un quadro del dio dellayurveda e la foto in bianco e nero del nonno fondatore della 
clinica, uno poteva avere limpressione dessere entrato in una di quelle cartoline color seppia del primo 
Novecento. Mai avevo visto prima unIndia cos genuina, semplice e intatta. E poi cera lui, il medico, 
davvero particolare: alto, magro, chiaro di pelle, coi capelli neri e folti, e laria invasata di un vero 
credente. Aveva solo trentacinque anni, ma gi la sicurezza di chi sa davere una soluzione per tutto. 

Conosco le scritture e le scritture mi dicono cosa fare in ogni situazione. Per ogni paziente ho una 
cura, anche se a volte non so come funziona, mi rispose quando gli chiesi se non era mai in dubbio su 
qualcosa. Ma, sia chiaro: io non curo, io mi prendo cura. Il guaritore  quello che ognuno ha dentro di 
s, e soprattutto  lui, aggiunse, indicando il dio che stava, benevolo, nella cornice dorata alle sue spalle. 

Passai i primi due giorni dalla mattina alla sera nella sua stanzetta. Stavo in un angolo e lo osservavo 
mentre vedeva uno dopo laltro i suoi pazienti: alcuni solo per pochi minuti, altri molto pi a lungo, ma 
dando a ognuno la sensazione che in quel momento era la persona che pi lo interessava al mondo. A 
tutti, dopo alcune domande, sentiva il polso. Alle donne quello di sinistra, quello di destra agli uomini, 
mi spieg. Poi si raccoglieva su se stesso, piegava la testa, chiudeva gli occhi ed entrava come in uno 
stato di meditazione. Se riesco bene a concentrarmi, sentendo il polso scandaglio tutto il corpo del 
paziente e sono in grado di dire molto su di lui, aggiunse. 

Molti pazienti si meravigliavano che alla fine fosse lui a dir loro quello che provavano, i sintomi che 
avevano e che non erano riusciti a esprimere. Per ognuno aveva un sorriso, un consiglio e una 
medicina da ritirare nella farmacia annessa alla cucina. 

La clinica era nota in tutta la regione e la gente veniva l a volte da molto lontano. Due donne 
dissero daver fatto nove ore di autobus per vedere Mahadevan. I casi che gli sfilavano dinanzi erano i 
pi vari. Nel corso di una giornata vidi, fra i tanti, una donna con unenorme tiroide, una con problemi 
mestruali e una pi anziana con un sospetto tumore allo stomaco; un uomo che diceva di essere 
diventato impotente dopo unoperazione in un ospedale governativo per farsi sterilizzare, e un giovane 
tornato a fare vedere come gli era guarita una gamba che era andata quasi in cancrena per le tante 
schegge di vetro rimastegli dentro dopo un incidente stradale; un diabetico, un vecchio coi postumi di 
un infarto, uno con la pressione altissima e due casi di psoriasi. 


Fra landare e il venire dei pazienti facevo delle domande e Mahadevan rispondeva, ma non era cos, 
disse che avrei capito la sua scienza. Lui teneva moltissimo che non mi facessi delle idee sbagliate e 
cos alla fine del primo pomeriggio si prese del tempo per farmi una vera e propria lezione introduttiva sullayurveda. Io presi appunti. 

Layurveda non  una medicina alternativa e non  in concorrenza con quella occidentale.  
semplicemente una medicina diversa, con diverse basi filosofiche, cio con una diversa visione del 
mondo e della vita stessa, esord. 

Mahadevan sapeva che avevo appena passato tre mesi col Swami e che quella visione indiana del 
mondo e della vita non mi era pi estranea. Ma volle comunque ripeterne alcuni punti fondamentali. 

Innanzitutto noi siamo convinti che il mondo dei sensi non  la sola realt e che i nostri sensi non 
sono il solo mezzo di conoscenza. Per noi gli shastra, le scritture sacre, lasciateci dai rishi, sono uno 
strumento di conoscenza. E gli shastra ci dimostrano lesistenza di ununit al di l di tutto ci che ai 
nostri sensi appare separato. Noi guardiamo il mondo e ci pare fatto di parti; noi stessi pensiamo di 
essere delle parti, ma la verit  che luniverso  un tutto, unico e indipendente e non certo la somma 
delle sue parti. Le parti riflettono la totalit, ma  assurdo pensare che la realt possa essere ridotta alle parti. 

In termini di medicina questo vuol dire che io e lei e tutti gli altri esseri viventi, umani o non umani, 
siamo piccoli universi integrati nella totalit delluniverso. Siamo microcosmi niente affatto separati dal 
macrocosmo e con ci siamo sottoposti agli stessi influssi, alle stesse leggi cosmiche. Layurveda, in 
quanto scienza della vita, vede luomo nella sua totalit, non come un insieme di parti, e afferma che il 
mantenimento della sua salute non pu essere indipendente dal suo contesto sociale e spirituale, n 
separato dalla sua connessione cosmica. 

Questo approccio, che ora voi occidentali chiamate olistico,  esattamente opposto a quello della 
medicina cosiddetta moderna che vede invece la malattia come una disfunzione di uno dei meccanismi 
che fanno luomo. 

Certo: si possono fare paragoni fra l'ayurveda e la medicina occidentale, si possono confrontare le 
condizioni cliniche di un paziente, ma dopo un po dobbiamo fermarci perch, secondo noi,  
impossibile trovare le risposte ai problemi umani esclusivamente nella scienza, cos come la definite voi. 

So bene che anche la scienza moderna ammette di non capire certi fenomeni di cui dice che  
sconosciuta la causa. Noi diciamo che quella causa sconosciuta  il karma. Il karma non  visibile al 
normale microscopio, e per questo voi occidentali concludete che non esiste, ma basta guardare 
attraverso il microscopio della saggezza per vederlo con grande chiarezza. 

Prendiamo il problema della malattia. Perch una malattia colpisce me e non unaltra persona? Al 
momento la scienza occidentale spiega tutto con i geni e in questo c della verit. Ma io le chiedo: qual 
 la causa della differenza dei geni? Non lo sappiamo. E se anche un giorno lo sapessimo dovremmo 
ancora chiederci qual  la causa di quella causa. Possiamo andare avanti allinfinito a cercare la causa 
della causa della causa. Ma qual  la causa ultima? I rishi lavevano capito:  il karma. 

Bene: l dove la medicina moderna si ferma, l comincia layurveda. La medicina moderna comincia 
e finisce nel corpo fisico; layurveda va oltre il corpo perch, guardiamo bene, io e lei siamo pi di un 
corpo; siamo una mente, siamo un io, abbiamo unanima e soprattutto abbiamo karma. 

Ascoltavo Mahadevan con piacere. Sembrava fosse stato con me nei mesi di New York a 
condividere i miei dubbi e i miei ripensamenti sulle terapie dellMSKCC. Sembrava che lui avesse le 
risposte a tutte le domande con cui avevo divertito e provocato i miei aggiustatori. Ma era davvero 
cos? Una parte di me gioiva a sentirsi capita, ma laltra, come al solito, restava scettica: s, i rishi la 
sapevano lunga sulla natura umana, ma potevano quei bei discorsi tradursi in una medicina per me pi 
efficace dei liquidi fosforescenti della chemio? in qualcosa di meno devastante della radioterapia? Tutto 
sommato quel che gli aggiustatori avevano usato con me era frutto di lunghi studi, di ricerche, di 
verifiche nella pratica. 

Anchio ammiro certi aspetti della medicina occidentale, rispose Mahadevan quando gli feci 
quellobbiezione, e anchio, come ogni medico occidentale, imparo dalla pratica, ma imparo pi che 
altro quanto i rishi avessero ragione, come avessero visto giusto. A volte sono davvero sorpreso dalle 
grandi intuizioni degli shastra e sono felice di averli e di poterli rispettare. Pensi, erano arrivati a predire 
le conseguenze ereditarie di certe malattie, avevano classificato vari tipi di diabete, conoscevano il 
concetto oggi cos di moda dello stress, erano capaci di descrivere quelle che chiamiamo le malattie 
psicosomatiche e avevano unidea precisa del concetto dimmunit a cui davano una grande 
importanza. I rishi sapevano della trasmissione delle malattie attraverso i rapporti sessuali, la vicinanza 
fisica, luso degli stessi vestiti. Sapevano di malattie che nascono dallinquinamento dellacqua, della 
terra; conoscevano le epidemie. Incredibile! Se si pensa che erano arrivati a questo senza alcuno 
strumento. 

Negli shastra ci sono versi meravigliosi che descrivono le malattie mentali. Molto meglio di quanto facciano i trattati della medicina moderna, disse e per rafforzare il suo punto recit in sanscrito alcune di quelle descrizioni. 

Poi Mahadevan, parlando sempre delle malattie mentali, ma ovviamente riferendosi a quel che avevo 
detto a proposito di una medicina per me, mi spieg che quando gli shastra parlano di terapie, non si riferiscono solo a quella che agisce al livello fisico, come fa la scienza moderna, ma includevano la terapia psicologica e soprattutto quella spirituale. Le tre vanno di pari passo. 

Curarsi non vuol dire ingoiare una pillola ogni sei ore, disse. Vuol dire purificare la propria mente e usarla per sostenere il processo di guarigione, pu voler dire fare il bagno in un fiume sacro, andare in pellegrinaggio, partecipare a certi riti, recitare certi mantra. Curarsi vuol dire orientarsi verso un giusto stile di vita. Ai rishi questo era chiarissimo. Capirono che la cosa pi importante non  curare le malattie quando insorgono, come fa sempre di pi la medicina occidentale, ma prevenire le malattie vivendo una vita in cui il corpo  in armonia e la mente  in pace. 

Mi guard e, come per sfidare amichevolmente la mia occidentalit, aggiunse:  e le pillole che 
lei mi vede dare ai pazienti non sono una questione di chimica, come le vostre, ma di pranashakti, di forza che d vita. Sono pillole per il corpo e per l'anima. 

Di nuovo cit in sanscrito dei versi dagli shastra, poi mi spieg che certo le medicine ayurvediche 
erano fatte di erbe, di piante, a volte di qualche minerale, polvere di pietre preziose o certi specialissimi prodotti animali, ma erano anche impregnate di mantra e, in certi casi, andavano prese tenendo di conto delloroscopo del paziente. 

S,  vero, continu, le nostre medicine non hanno effetti immediati, anzi per loro natura 
agiscono lentamente, dando cos al paziente il tempo di fare i conti col suo karma. Quando quello  
esaurito attraverso la sofferenza, la malattia passa. La medicina occidentale, lo riconosco,  molto pi efficace della nostra nei casi acuti, nelle situazioni in cui c urgenza di intervenire, come con la chirurgia. Ma la medicina occidentale non capisce tutto il resto, soprattutto non afferra laspetto spirituale della vita. 

Mahadevan era un uomo di grande fede. Secondo lui la sua scienza, layurveda, veniva da 
Brahman, il divino onnisciente creatore; i rishi tre o quattro millenni fa lavevano recepita durante la meditazione e alcuni loro seguaci lavevano trascritta negli shastra qualche secolo prima di Cristo. Forse perch io non ho mai avuto una fede, istintivamente ho una certa simpatia per chi ce lha, ma ..

Dottor Mahadevan, lei  un uomo del mio tempo. Come pu pensare che qualche migliaio di anni 
fa uomini come lei e me, pur con una connessione divina, siano riusciti a capire tutto quello che luomo 
ha bisogno di sapere? Come pu credere che negli shastra ci sia un capitale di conoscenza, anche 
scientifica, che non muta e che non ha bisogno di aggiornamenti? 

 cos. Layurveda  una scienza eterna proprio perch non dipende dalla ricerca. La scienza cambia in continuazione, layurveda no. Layurveda  frutto di una visione e quella visione  eterna: non  da modificare, non  da aggiornare. Noi medici siamo come gli uccelli che vanno e vengono, ma layurveda  lalbero che rimane. La logica di quella visione dei rishi  stata usata da millenni. Lha usata mio nonno e la useranno i miei nipoti. 

E le nuove malattie? chiesi. Il mondo in cui viviamo cambia in continuazione e la medicina deve 
adattarsi, rispondere alle nuove esigenze. Non le pare? 

No. Le circostanze possono cambiare, ma la teoria di base non cambia perch ha a che fare con la 
natura. E nessuno ha il potere di cambiare la natura. E poi, le malattie. Il mio compito di medico  
quello di eliminare la sofferenza provocata dalle malattie, non le malattie in s. La gente mi chiede se noi ayurvedici curiamo lAIDS, la leucemia o il diabete. E la mia risposta  che noi non curiamo le malattie, vecchie o nuove che siano, ma le persone. A volte i pazienti guariscono di malattie di cui io non so neppure il nome. Lei deve capire: il fine dellayurveda  di creare un modo di vivere sano in cui tutti gli esseri viventi, animali compresi, siano sani. E quel sano non si riferisce solo al corpo ma, specie nelluomo, alla sua totalit. 

Gli chiesi come definiva un uomo sano e fu come invitarlo a nozze. Swasta! Swasta!, disse. Poi 
sciorin, sempre a memoria, dei bei versi sanscriti. Erano di un famoso medico vissuto a Benares nel sesto secolo prima di Cristo e tradotti da Mahadevan dicevano: 

La persona  sana quando  in stato di swasta, quando tutti gli elementi vitali, il fuoco e le funzioni sono in equilibrio; quando le escrezioni sono regolari; quando la mente, i sensi e lanima sono tranquilli. 

Stupendo, non le pare?, esult Mahadevan. La salute non sta nella normalit delle varie analisi che 
fa la medicina occidentale: TAC normale, esame del sangue normale, colesterolo normale. Una persona 
pu avere tutto questo normale e non stare affatto bene. E questo  particolarmente vero quando la 
mente  instabile. Swasta significa armonia, stabilit nella realizzazione del S. Questa per noi  la vera 
salute. 

Come vede allora, nell'ayurveda il concetto di salute va molto oltre il normale livello di coscienza, 
va oltre, diciamo, la salute nel senso della medicina occidentale. I rishi erano davvero veggenti, hanno 
visto al di l dellapparenza, hanno visto dentro luomo. Hanno capito che la sofferenza umana non  
solo fisica e che la pi grande fonte di infelicit  lignoranza spirituale, il sentirsi separati dalla totalit. 
Lei lo sa: solo la conoscenza del S risolve tutti i nostri problemi. 

Ed  solo in questo senso che anche noi ayurvedici ci interessiamo alla salute fisica perch anche 
per uno yogi che volge la propria mente sulla Realt Ultima della Conoscenza, la salute fisica  
importante. 

E gi di nuovo dei bellissimi versi: Dharma patana mokshanam, se devi fare il tuo dovere nel 
mondo, se vuoi arricchirti, se vuoi godere dei piaceri sensuali o se vuoi conoscere il S, sempre il tuo 
corpo deve essere sano. 

Questa visione  alla base del sistema ayurvedico. Un medico deve entrare nella mente del paziente 
con la luce della sua conoscenza ed eliminare lignoranza che  la ragione ultima di tutte le malattie. La 
conoscenza  quel che conta perch solo la conoscenza  in grado di soddisfare la mente. Come vede, 
concluse Mahadevan, layurveda non  un sistema di medicina con un fine pratico, materiale: la salute 
fisica.  un sistema spirituale il cui fine  moksha, la liberazione dal rinascere Continuiamo domani? 

La mattina dopo, Mahadevan fece aspettare la fila dei pazienti perch volle darmi la sua seconda 
lezione allinizio della giornata cos che potessi poi capire un po meglio come trattava i vari casi che si sarebbero presentati. 

Quando un paziente  nuovo e non ho ancora una cartella con gli appunti presi durante le visite 
precedenti e la sua classificazione, la prima cosa che debbo fare  osservarlo attentamente, sottoporlo a una serie di domande e decidere qual  il suo modello costituzionale. Da questo dipende poi tutto il resto, cominci. 

La questione dei modelli mi interessava perch anchio sono convinto che il buon Dio non pu 
fare tutti gli uomini luno diverso dallaltro e che si serve di forme, dei modelli da cui escono persone estremamente simili. Ognuno di noi poi scopre che nella vita si tende a essere amici o ad avere simpatia per persone che si assomigliano fra loro, che sono cio state fatte con lo stesso stampo anche se variano le taglie e persino il colore della pelle. 

Secondo layurveda, disse Mahadevan, lintero universo, con tutti gli oggetti e tutti gli esseri 
viventi, compreso luomo,  composto da cinque elementi: terra, aria, acqua, fuoco ed etere. Questi 
cinque elementi sono la base della realt fisica del cosmo per cui sono dentro e fuori di noi, sono nel cibo che mangiamo, nelle piante, nelle erbe; sono in tutto quello che lei vede o tocca. 

Nel corpo umano questi cinque elementi si manifestano nei tridosha, i tre principi funzionali -vata, pitta e kafa - che governano tutte le nostre funzioni fisiche e mentali. 

Etere e aria sono elementi privi di forma per cui nel corpo rappresentano ci che  instabile, 
inquieto. Questo  vata. Dal fuoco viene pitta; dallacqua e dalla terra viene kafa. Questi tre principi si 
manifestano in maniera diversa in ogni organo, ogni cellula del corpo. Nel corpo un elemento finisce 
generalmente per prevalere sugli altri due, oppure due assieme prevalgono sul terzo. Bene, 
quellelemento predominante per noi ayurvedici  importantissimo perch determina il modello 
costituzionale di una persona. Per cui diciamo che una persona  vata quando lelemento etere-aria 
domina sugli altri. Una persona  pitta quando il suo elemento prevalente  la manifestazione del fuoco. 
E cos via. Questo modello costituzionale ci viene con la nascita e rimane praticamente costante per il 
resto della vita. I fattori che determinano quel modello sono tanti, da quelli ereditari a quelli astrologici, 
da quelli legati alla fisiologia di una persona, al suo karma. 

Fattori astrologici? 

Certo, rispose. Linflusso dei pianeti determina il carattere di una persona anche dal punto di vista della salute. 

Non riuscivo a capire come, con tre soli stampi, fosse possibile stabilire chi era stato fatto con 
quale stampo e chiesi a Mahadevan di descrivermi un vata. 

Una persona vata, disse,  magra, non ha grasso, non ha molti capelli e questi sono secchi e 
forforosi. I suoi occhi sono piccoli e torbidi. Vata  una persona che pu mangiare quanto vuole, ma 
non ingrassa;  di solito alta con lunghe estremit. Il suo sistema immunitario  debole. A volte ha 
molto appetito, a volte no. A volte  regolare di intestino, a volte no, appunto per la natura instabile di 
vata. Linstabilit  la costante della persona vata che  inquieta, non sta mai ferma,  indecisa; ha 
difficolt a dormire e parla molto. Alcuni suoi arti possono essere storti. Sogna, ma spesso ha incubi. La 
sua prima reazione dinanzi al nuovo  la paura. Ha una cattiva memoria. Guadagna molto, ma non 
riesce a risparmiare. Spende immediatamente quel che ha. Non tollera il freddo e vuole essere protetto. 
Crede in un mondo immaginario. Pu sedere per lunghi periodi in meditazione. Non mi ci 
riconoscevo. E pitta? 

Pitta  una manifestazione di agni, il fuoco. Per cui pitta  una persona piena di energia, calda, 
oleosa, intellettuale. Ha grande appetito e difficolt a dormire. Suda molto, ha capelli grigi gi in 
giovane et, non sopporta il caldo, non sta volentieri al sole, va matto per i gelati,  irascibile, si arrabbia 
facilmente, ma tutto gli passa presto. 

Anche qui non cero completamente. 

Kafa  il tipo opposto di vata, continu Mahadevan,  grasso, spesso obeso, molto stabile, si 
muove lentamente, ha la faccia rossa e capelli oleosi, il bianco degli occhi molto nitido. Kafa  un 
perfezionista, calmo e tollerante. 

Ovviamente, almeno secondo me, non ero neppure kafa. 

Quando uno di questi elementi aumenta rispetto agli altri insorge la malattia, continu Mahadevan. 
La malattia  la rottura dellequilibrio originario dei tre elementi costitutivi. Le cause possono essere tante, soprattutto una dieta o uno stile di vita sbagliato, un trauma, un fattore esterno o uno legato alle forze soprannaturali. Secondo noi le emozioni sono spesso responsabili della rottura di questo equilibrio. Le emozioni, come il cibo, hanno i loro sapori che influenzano i tre elementi costitutivi forzando laumento di uno rispetto agli altri. Il dolore  amaro, il desiderio  dolce, la rabbia  piccante, lingordigia  salata e con questo aggrava il kafa. 

Mi fece pensare a Dan Reid che, citando la tradizione medica cinese, diceva di fare attenzione alle 
emozioni che sono causa di malattie: rabbia, paura, odio, gelosia contribuiscono alla cattiva salute, 
mentre altre come la carit, la compassione, la gioia, o -come aveva scoperto Norman Cousins -le 
matte risate, contribuiscono a stare bene. Mi tornava. 

E da piccolo, mia nonna, non mi obbligava a fare la pipi subito dopo che mi ero preso per qualche 
ragione un gran spavento? Era ovviamente un vecchio modo di eliminare dal sistema i residui negativi 
di unemozione che si pensava potesse avere brutte conseguenze. Lo raccontai a Mahadevan e lui mi 
disse che in India si fa esattamente la stessa cosa. Anche con gli adulti. Se una persona a cui  morto 
qualcuno di caro non piange, i familiari ricorrono alle cipolle, al fumo negli occhi e se ancora non 
piange, arrivano addirittura a picchiarla pur di farle sciogliere quel nodo di emozioni. 

Anche le malattie, continu a spiegare Mahadevan, hanno una loro natura legata alle tre categorie, 
per cui ci sono malattie vata, pitta e kafa. Una malattia non  di per s grave, curabile o incurabile. 
Tutto dipende dal contesto in cui insorge. Una malattia kafa, ad esempio,  grave in una persona kafa. 
Da questo lei capisce che in ayurveda non c un trattamento generalizzato per la stessa malattia. 
Neppure per il raffreddore. La stessa malattia in persone di costituzione diversa deve essere trattata 
diversamente, cos come  vero che leccesso di un elemento costitutivo in persone diverse si manifesta 
in malattie diverse che per vengono trattate allo stesso modo. Questo perch la terapia consiste nel 
ristabilire nellammalato lequilibrio fra vata, pitta e kafa, qualunque sia la malattia. Questo trattamento 
, per intenderci, allopatico, nel senso che la cura  di segno opposto -e non di segno simile come 
nellomeopatia -alla costituzione della persona. Ad esempio, una persona kafa, in cui predomina 
lumido e il freddo, viene trattata con una terapia a base di caldo e secco e di sapore piccante. Una 
persona pitta, invece, focosa e calda, viene trattata con erbe rinfrescanti. Il cibo, con i suoi diversi 
sapori,  di per s unimportante medicina. 

Una volta stabilito il modello costituzionale del paziente e capito cosa possa aver causato la rottura 
del suo equilibrio, dove sia cominciata la sua malattia, in quale stagione, quale sia la sua immunit, la sua 
forza di volont, la sua dieta, il suo stile di vita, il resto  facile perch per ogni caso ci sono solo due 
forme di trattamento: quel che  aumentato va diminuito, quel che  diminuito va aumentato. 

Con che cosa? 

Tutto pu servire, perch niente nelluniverso  inutile. A noi pu sembrare che potremmo fare a 
meno degli scorpioni o dei serpenti velenosi, ma non  cos. Ogni cosa ha un valore unico ed esiste per 
nutrire tutte le altre in cambio di esserne nutrita. Niente  completamente buono o completamente 
cattivo. Tutto nelluniverso pu essere usato come medicina, anche un veleno, se vi si aggiunge la 
saggezza. E in certe situazioni non diamo niente, perch anche niente pu essere qualcosa. 

Potevo non essere affascinato da questa visione delluniverso? 

Il giorno prima avevo visto un uomo che portava alla clinica delle sanguisughe e volli sapere a cosa 
servissero, visto che la medicina moderna le ha scartate come esempio di una passata barbarie 
terapeutica. 

Le sanguisughe, disse Mahadevan, erano di due tipi: uno velenoso, da lui usato in certi casi di artrite; 
laltro, pi comune, da usare per le cisti negli occhi. Tutti e due i tipi venivano dallo stagno coi fiori di 
loto davanti allospedale in cui alloggiavo io. 

Sentivamo tutti e due aumentare fuori dalla porta il numero dei pazienti che aspettavano e, per tirare 
le fila della nostra conversazione, Mahadevan ricorse ancora una volta alle sue amate scritture: 

Sukarta sarva butanam Creare condizioni di salute per tutti gli esseri viventi  il fine della mia scienza. Il modo migliore non  curare le malattie, ma prevenirle. Il compito del medico ayurvedico  dinsegnare alla gente a vivere con equilibrio, giudizio e coscienza. 

Fino a duecento anni prima, disse Mahadevan, la saggezza degli shastra era stata parte della vita 
quotidiana della gente, specie nellIndia meridionale. La cucina di ogni famiglia era attrezzata con erbe e 
spezie da usare nella preparazione del cibo. Ognuno sapeva, sulla base della propria costituzione, cosa 
doveva evitare e cosa gli faceva bene: per stare in salute, luomo vata ad esempio stava naturalmente 
lontano dai cibi secchi e freddi. Ma il colonialismo prima e la modernit poi avevano allontanato la 
gente, specie quella cittadina, dalla propria tradizione ayurvedica vecchia di millenni. 

Oggi, secondo Mahadevan, layurveda era ancora una volta minacciata da un pericolo: il 
commercialismo, come lo chiam. Laggettivo ayurvedico veniva ormai usato liberamente per 
reclamizzare ogni sorta di prodotti e in particolare quelli cosmetici che con layurveda non avevano 
niente a che vedere. Nel Kerala layurveda era diventata un fatto turistico con vari centri che offrivano 
massaggi di ogni sorta. Un ashram che si diceva ayurvedico era diventato di grande moda, specie fra gli 
stranieri, perch praticava il sesso libero come mezzo per staccarsi da tutti i desideri. 

Ero gi da tre giorni a Derisanamscope, quando Mahadevan annunci di volersi dedicare al mio 
caso. Gli sarebbe stato impossibile farlo allinterno della clinica, dove qualcosa richiedeva sempre la sua 
attenzione e solo a casa sua saremmo stati tranquilli. Pass quindi tutti i pazienti del pomeriggio a suo 
cugino, anche lui medico, e mi invit a seguirlo. 

La famiglia Mahadevan -il nome vuol dire Grande Dio, un sinonimo di Shiva -era una delle pi 
importanti del villaggio, ma la sua casa, una di quelle basse lungo la strada lastricata, non si distingueva 
in alcun modo dalle altre. Come le altre aveva sul davanti un piccolo portico con un piano in muratura, 
rialzato da terra, sul quale, al riparo dalle intemperie, potevano fermarsi a riposare o a trascorrere la 
notte i sadhu di passaggio. Era quello un antico modo di dare ospitalit ai santi mendicanti: al mattino, 
prima che ripartissero, mi spieg Mahadevan, le donne della casa potevano portar loro da bere e da 
mangiare senza doverli fare entrare nellabitazione vera e propria. 

Anche la casa dei Mahadevan era costruita attorno a un cortile sul quale spiovevano i tetti delle varie 
stanze circostanti in cui, senza quellobbligatoria distinzione fra soggiorno, camera da letto e cucina data 
cos assurdamente per scontata in Occidente, viveva la famiglia. Il cortile serviva per raccogliere la 
pioggia, per lavare e lavarsi. Solo tornando da un funerale, mi disse Mahadevan, bisognava fare le 
abluzioni nel portico esterno, fuori dalla porta. Il gabinetto doveva essere ad almeno duecento metri da 
casa e quello non lo vidi. 

Nel modo in cui Mahadevan mi spiegava le varie abitudini della sua famiglia e del villaggio sentivo 
una punta di orgoglio: lorgoglio dei bramini che, restando fedeli alle tradizioni, erano riusciti attraverso 
i secoli a mantenere stabile e sana la loro vita. Le scritture sacre erano state la loro guida. I Veda 
infatti stabilivano con estrema precisione le regole per ogni attivit, le soluzioni per ogni circostanza. 
Nei Veda stava scritto quel che andava fatto e detto, quando e come. Attenersi a quel codice di 
condotta significava garantirsi lordine, larmonia e appunto la salute. 

Le giornate dei Mahadevan erano ancora ritmate alla vecchia maniera. Lintera famiglia si alzava alle 
quattro e mezzo per le puja, i riti religiosi del mattino. Il primo gesto era quello di guardarsi i palmi delle 
mani prima di congiungerli in segno di saluto, per ricordarsi che lIo, simbolizzato appunto dalle mani, 
non  colui che fa, colui che decide. 

Chi si ritiene lautore di unazione non ha capito nulla, disse Mahadevan, parafrasando un verso 
della Gita. LIo non va represso, va solo messo dinanzi al fatto che tutto  Ishwara, dio, che quel che 
facciamo  Ishwara, e che l'unica cosa a cui aspirare  moksha, la liberazione dal rinascere. 

Il padre di Mahadevan, un avvocato andato in pensione e incaricato della gestione della clinica, volle 
mostrarmi langolo della casa in cui facevano le puja, e il vecchio tamburo che da generazioni era nella 
famiglia e con cui si davano il la per cantare i mantra. Mi parve Tunica cosa preziosa che avessero. 
Per il resto, in tutta la casa cera solo grande ordine e pulizia. 


Fu il padre a spiegarmi che nel Kerala alcune famiglie bramine avevano tenuto viva la tradizione 
ayurvedica anche durante il periodo del declino, tramandando di generazione in generazione le scritture 
sacre imparate a memoria. Essendo l'ayurveda divisa in otto sezioni, ogni famiglia era responsabile di 
conoscerne una. Avevano fatto cos fino a suo padre, che aveva fondato la clinica nel 1924. Suo figlio, il 
mio medico, aveva avuto la fortuna di nascere con una memoria formidabile. Fin da piccolo aveva 
imparato col nonno, poi era andato a studiare in una delle grandi scuole di ayurveda, e ora i testi li 
conosceva praticamente tutti. 

Quando il vecchio avvocato and alla clinica, Mahadevan e io, ognuno col suo quaderno per 
prendere appunti, ci sedemmo davanti al ritratto del dio protettore della famiglia, una incarnazione di 
Krishna. 

Mahadevan disse che nel corso degli ultimi giorni mi aveva osservato, ma che non era riuscito a 
classificarmi. Non era sicuro del mio modello costitutivo da cui dipendeva per il modo di aiutarmi. 
Cominci allora a farmi un vero e proprio interrogatorio su ogni aspetto della mia vita, i miei gusti, le 
mie preferenze nel cibo, le mie abitudini -specie quelle delle mie budella sul mio modo di dormire e di 
sognare, la mia spinta sessuale, la mia memoria, la mia capacit di stare seduto a lungo in meditazione o 
no; sul mio modo di sudare e di reagire agli stimoli esterni. Mi piaceva pi star zitto o parlare? ero 
curioso? se mi veniva la rabbia, mi passava subito? E avanti, avanti cos. 

Linterrogatorio si estese poi alla storia medica della mia famiglia, alle malattie ereditarie, e io 
raccontai quel che da bambino mi aveva tanto impressionato: i funerali delle mie zie, morte tutte e due 
di tubercolosi, poi quello del mio nonno materno, finito allo stesso modo. Mi ricordavo come, tornati 
dal cimitero, per strada davanti a casa avevano fatto un gran fal, bruciando tutto quello che era stato 
suo perch linfezione non passasse ad altri; e come subito dopo la nonna, la meravigliosa nonna 
contadina, era venuta a stare da noi con solo i vestiti che aveva addosso. E poi sempre quella paura che 
mi ammalassi anchio e quegli esami del sangue che mi facevano bruciare il braccio. Erano state fra le 
esperienze pi drammatiche della mia infanzia, ma Mahadevan non pareva interessarsene 
minimamente. Invece le emorroidi! Ah, quelle s che lo interessavano. 

Come! Operato due volte? A distanza di venticinque anni? Di quelle volle sapere tutto il possibile. 

Secondo lui, le emorroidi sono una maharoga, una grande malattia. E qui sciorin in sanscrito i versi 
delle scritture sullargomento, come per confermare con la loro santit quel che diceva. Poi guard le 
note che aveva preso, si concentr e disse che l80 per cento delle mie risposte erano di una persona 
vata, il resto era pitta con alcuni segni di kafa, che per secondo lui erano insorti con la malattia e non 
appartenevano al mio modello. Dunque ero una via di mezzo, ero vada-pitta. 

Da questo sarebbe derivato tutto il resto. 

Tenendo conto di tutta la sua storia, concluse, penso che i suoi elementi vitali non sono stati in 
equilibrio fin dallinfanzia. Il suo sistema di difesa  sempre stato debole. C sempre stato un disturbo 
di kafa che le ha dato problemi ai polmoni; poi ci sono state le emorroidi che per noi sono un segno 
importante di qualcosa di molto grave nella parte inferiore delladdome, dove appunto  concentrato 
vata. Nel suo caso, vata non scorreva nella direzione giusta, per cui ha preso per unaltra strada,  
cominciato a salire verso lalto, ha prodotto un amalgama di kafa e pitta nello stomaco e questo ha dato 
luogo alla grande malattia di cui lei ora soffre. Questa  la patologia. 

La gravit della mia situazione stava nel fatto che avevo uno scompenso fra tutti e tre gli elementi 
vitali, vata, pitta e kafa. A peggiorare ulteriormente le cose cera, secondo lui, anche una mia seria 
carenza costitutiva di agni, il fuoco interno da cui dipende lintero metabolismo. 

Aham vaishvanaro bhutva praninam deham asritaha. Io sono il fuoco e mi manifesto nella digestione., declam. 

Gita, capitolo 15, sloka 14, dissi. Ero fresco di studi e potevo darmi delle arie. A lui fece piacere. Allora lo capivo! 

Agni  Krishna, continu Mahadevan.  una divinit a cui noi offriamo devotamente il cibo, 
come durante una puja si offrono al fuoco acqua, burro, riso e altro. Noi facciamo offerte alla divinit e la divinit ci protegge. Ma quando lagni di una persona  per molto tempo anormale, nel corpo si crea un grosso accumulo di tossicit. 

Dove? chiesi. In quale organo? 

No, no, questo tipo di tossicit non  dimostrabile, rispose Mahadevan. Poi mi spieg che tutte le patologie del sistema gastrointestinale hanno a che fare con agni e che, avendo io un kafa patologico e un agni debole, ero destinato ad avere una grave malattia: poteva essere una leucemia o una qualsiasi altra forma di cancro. Si poteva farci qualcosa? 

S, disse Mahadevan. La soluzione consisteva nellaumentare il fuoco digestivo per aumentare la mia 
resistenza e invertire cos la tendenza allo scompenso. La terapia era semplice: si trattava di prendere agni, fuoco, dalle erbe e dalle piante, e di mettermelo nel corpo con una pozione che lui mi avrebbe preparato. 

Mischier tutte le erbe che hanno dentro il fuoco, pi una piantina che in sanscrito si chiama 
appunto agni. Quando lei prender questa medicina dovr evitare tutti i cibi in cui ci sia zucchero e ghee, burro chiarificato, mentre dovr mangiare pi frutti aspri possibile, come melograni, limoni e arance. 

Secondo lui sarei riuscito cos a risolvere il problema di fondo, anche perch, come disse, la malattia non  una condizione naturale delluomo. Io avevo una forte volont di vivere e il guaritore in me si sarebbe messo in moto per aiutarmi. 

Gli chiesi che cosa pensava dellevidente aumento del cancro nelle popolazioni dei paesi 
industrializzati. Secondo lui era dovuto a quello che chiamava luso perverso del proprio tempo, della propria intelligenza -fece lesempio di tanti lavori stupidi che la gente  costretta a fare -e del diventare sempre pi schiavi degli oggetti percepiti dai sensi. 

Pi la gente si allontana dalla natura, pi si ammala. Oggigiorno luomo  sempre pi egoista, pensa solo a divertirsi, a godere, a indulgere nel mangiare e nel bere. Molte malattie sono causate dal mangiare 
eccessivo che consuma troppo agni. Mangiare poco non causa alcuna malattia. Le vecchie regole del 
comportamento sociale e personale vengono seguite di meno in meno Secondo Mahadevan, col 
giusto modo di mangiare lo stomaco deve riempirsi solo per met di cibi solidi, per un quarto di liquidi 
e per un quarto daria. Mentre si mangia bisognerebbe bere, ma assolutamente non parlare, appunto per non aumentare la quantit daria che ingeriamo. 

Addio ai pranzi di lavoro, allora! 

E, tanto per concludere nel modo che ormai conoscevo, Mahadevan cit il solito grande medico 
ayurvedico di Benares che, paragonando il corpo umano allasse di un carro aveva scritto gi nel VI 
secolo prima di Cristo: 

Come lasse si logora e alla fine si spezza se il carro  sovraccarico, la strada sconquassata, il 
guidatore inesperto e le ruote deboli, cos la durata della vita umana si riduce o anche si dimezza se il 
corpo  sottoposto a troppo sforzi, la dieta non gli  congeniale, i pasti sono irregolari, se non si tiene 
nelle posizioni giuste, se indulge troppo nel sesso, se prende vento o fuoco velenoso, se non sopprime i 
desideri che possono essere soppressi e cerca di reprimere quelli che non possono essere repressi, e se 
sta in compagnia di ignobili persone. 

Vede, continu Mahadevan,  da questi comportamenti contrari alla morale della vita che nasce la 
malattia. Ma la medicina occidentale ignora tutto questo, non va alla ricerca della vera causa del male e finisce per spazzare il sudicio sotto il tappeto. Mera parso un po troppo sbrigativo. Pensai ai miei aggiustatori di New York che, tutto sommato, avevano fatto tanti esami e tanti ragionamenti prima di sottopormi alle loro pozioni, e mi venne da difenderli. 

Coi suoi metodi, dottor Mahadevan, lei non avrebbe mai scoperto ad esempio il cancro che avevo 
nel rene. Per farlo ci voleva un esame sofisticatissimo. 


E allora? Mi capita spesso di vedere pazienti con cisti congenite nel rene. Non sanno di averle e 
vivono felici. 

Ma la mia non era una ciste. In laboratorio hanno visto che era cancro, e cos dicendo, mi venne 
da tirarmi su la kurta per fargli vedere quanto lavoro era andato nel togliermi quellaggeggio. 

Ma se una persona vive felicemente, perch mandare un pezzo del suo corpo in un laboratorio? 
Secondo me quei medici lhanno disturbata inutilmente. Guardi l, disse puntando il dito sullernia. 

Mi piaceva la parola disturbato: tolto dallo stato di pace. 

Forse lui non era poi cos folle. In fondo i bravissimi aggiustatori non avevano saputo dirmi da 
quanto tempo quel corpo estraneo si trovava nel mio rene, n con quale velocit cresceva. Forse me lo 
sarei potuto tenere fino al resto dei miei giorni senza sottopormi a tanti tagli, a tanti traumi, e senza 
dover avere quellernia che ora mi sbuzzava pericolosamente dalla pancia. 

Il giovane Mahadevan non aveva forse tutti i torti. Avevo letto, quandero ancora a New York, dello 
studio commissionato dal Senato americano, secondo cui quasi la met delle operazioni chirurgiche 
fatte negli Stati Uniti sono inutili e costano in media la vita a pi di diecimila persone allanno. Che la 
mia fosse stata una di quelle? 

In fondo, che cos la malattia? chiesi. 

La malattia  una forma di disarmonia con lordine cosmico, rispose, convinto, Mahadevan. 

Mi parve un po esagerato che il mio malanno avesse una tale dimensione, ma lidea era certo 
attraente, anche perch in quel caso non avrei avuto pi bisogno di affidarmi ai ferri dei chirurghi, ai 
liquidi fosforescenti o di tornare nelle braccia della Ragna. 

Era passato lintero pomeriggio e il padre di Mahadevan, tornato dalla clinica, sugger che, invece di 
mandarmi luomo in bicicletta col mangiare, mi fermassi da loro. 

Seduti ad aspettare che la madre e la giovane moglie di Mahadevan preparassero la cena, il padre 
volle parlarmi del tempio. Era una sua grande preoccupazione. Stava cadendo, non cera pi un pujari, 
e se non facevano presto dei lavori di restauro la pioggia avrebbe sfondato il tetto. 

Mi raccont che per molte generazioni era stata la famiglia dei re del posto a occuparsene, ma quella 
era decaduta e il tempio era passato nella custodia dei bramini del villaggio. Trattandosi purtroppo di 
gente senza molti mezzi, lui si era ora accollato il compito di raccogliere fondi per rimetterlo a posto e 
pagare almeno un pujari che ci facesse quotidianamente le dovute cerimonie. 

A distanza mi fu presentata la giovane moglie di Mahadevan. Erano sposati da pochi mesi. Come 
avviene ancora secondo la tradizione, la ragazza gli era stata scelta dai genitori e lui ne pareva felice. 

La cena fu semplicissima e noi uomini mangiammo per primi, serviti dalle donne. Quando 
Mahadevan ebbe finito, vidi che porse il suo thali sporco alla moglie la quale, senza lavarlo, ci mise la 
sua porzione di cibo e and a sedersi accanto alla suocera che, a sua volta, mangiava dal piatto sporco 
del marito. Non lavevo mai visto fare prima. 

Per loro  un onore, mi spieg Mahadevan. Unaltra delle antiche usanze. 

Immaginai che una femminista europea o americana assistendo alla scena avrebbe reagito con 
disgusto e si sarebbe sentita in dovere di liberare le due donne dalloppressione maschilista dei 
rispettivi mariti. Poi pensai che la stessa femminista si sarebbe interessata moltissimo alla medicina di 
Mahadevan, perch proprio queste donne occidentali sono oggi le pi aperte al nuovo, quelle meno 
rigide e pi pronte a vedere il mondo in chiave alternativa. Ma era possibile accettare un aspetto di 
una civilt, rimasta uguale a se stessa per secoli e secoli, e rifiutarne un altro? Non sar il tutto 
intimamente legato da fili che non si possono tagliare a piacimento secondo criteri tutti nostri? 
Prendere o lasciare, immagino. 

Mahadevan volle assolutamente riaccompagnarmi allospedale. Era buio e non cerano luci. Temeva 
che cadessi. Ne approfittai per chiedergli strada facendo cosa pensasse di un corso come quello di 
Ramananda su Yoga e il Suono. Poteva la musica essere utile alle mie cellule impazzite? 


Senzaltro. Anche le cellule hanno una coscienza, rispose. Due sole cose del nostro corpo non ce 
lhanno: le unghie e i capelli. Per questo si possono tagliare senza dolore. 

Quella sera non mi addormentai come un sasso. Avevo il naso intasato per la sinusite, la bocca secca 
e la testa piena dei discorsi del pomeriggio. La mia mente tornava alla domanda: che cos la malattia? 
Lavevo fatta anche a Lucio Luzzatto a New York e ricordavo come lui si era schernito dicendo che 
preferiva parlare di cancro. Su quello almeno aveva un paio di idee chiare. Chi sa, da scienziato, come 
avrebbe preso la risposta di Mahadevan che la malattia  uno stato di disarmonia con lordine cosmico? 
Eppure 

Quando ancora ero paziente-cliente dellMSKCC, mi ero interessato alla storia di una piccola 
comunit di rifugiati cambogiani finiti in America dopo essere sopravvissuti ai massacri del regime di 
Pol Pot e dei khmer rossi. Abitavano in una cittadina nei dintorni di Los Angeles quando venne fuori 
che molti di loro, specie le donne, erano improvvisamente diventati ciechi. Il fenomeno era 
incomprensibile. Centocinquanta donne vennero sottoposte agli esami pi dettagliati da cui risult che 
erano tutte clinicamente sane: i loro occhi trasmettevano al cervello i normali impulsi di luce e 
movimento. Ma le donne non vedevano! Forse avevano visto gi troppo. Avevano assistito alle 
torture e alle esecuzioni di tanti loro famigliari in Cambogia e ora, in America, si trovavano a vivere in 
un ambiente completamente estraneo. Pur avendo gli occhi a posto, non volevano vedere pi nulla. 

In India, poi, mi aveva colpito una storia raccontata da Jim Corbett, un cacciatore inglese diventato 
leggendario per i suoi libri sugli animali della giungla e le battute di caccia contro le tigri mangiatrici di 
uomini. Una notte, mentre Corbett bivacca ai piedi del Trishul, uno dei pi alti picchi dellHimalaya, gli 
uomini della sua spedizione si mettono a ballare e a far festa al lume dei fal. Con loro c il suo pi 
vecchio servo e assistente di caccia. Improvvisamente quello si sente male, cade a terra e perde 
conoscenza. 

Lo spirito del Trishul  entrato in lui quando ha aperto bocca per cantare, dicono gli altri servi e 
portatori. Corbett rimanda luomo al suo villaggio, lo fa visitare in un paio di ospedali, poi da un 
medico militare inglese; ma non c niente da fare. 

Per far uscire lo spirito dal suo corpo deve morire, dice la gente. E luomo lo fa. Si lascia morire. 
Per tutti i medici era sano. Che malattia era, allora, la sua? 

Dal punto di vista del corpo tutto era a posto, ma dal punto di vista delluomo come totalit, di cui 
parlava Mahadevan, era finito un equilibrio, sera rotto appunto il rapporto cosmico. Quelluomo aveva 
perso, a causa di qualcosa che probabilmente non era lo spirito del Trishul, il contatto con la coscienza 
universale che, secondo il Swami, tiene tanto intelligentemente assieme lintero universo e si manifesta 
nelluomo come forza vitale, come istinto a sopravvivere. 

Per la scienza questo modo ayurvedico di ragionare, di vedere salute e malattia in termini di equilibri 
e squilibri, di armonie rotte e ricostituite,  assurdo. A me pareva invece che avesse un fondo di verit. 
La malattia non  mai un fatto oggettivo;  soprattutto unesperienza personale e come tale  per 
ognuno di noi diversa. Ogni malattia  il frutto della nostra vita,  la nostra malattia, ed  assurdo non 
rendersene conto e pensare, come fa la scienza, che basta prendere delle medicine perch quelle 
mettano obbiettivamente fine a tutti i nostri mali. 

Mi piaceva lidea dei rishi secondo i quali per tenersi in salute bisogna soprattutto fare una vita 
giusta. Ma noi, siamo pronti a cambiare la nostra vita che nella maggior parte dei casi giusta non ? 
Cambiare  una delle cose pi difficili da fare. Il cambiamento ci fa paura e nessuno vuole davvero 
correggere il proprio modo di vivere. Per questo siamo pi favorevoli alla terapia oggettiva; per questo 
preferiamo curarci lasma con laerosol, lallergia con gli antistaminici e il mal di testa con laspirina. 
Questo  molto pi facile, e molto pi sbrigativo, che mettersi a capire che cosa provoca in noi questi 
malanni. Se scoprissimo poi che sono dovuti allabitare in una casa che ci  poco congeniale, alla 
compagnia di gente insulsa, al mangiare cose sbagliate e al fare un lavoro privo di significato, saremmo 


disposti a cambiare? 
Cambiare, come si fa? Questo senso di impotenza aumenta la nostra predisposizione al mal-essere. 

Quando la mattina andai alla clinica, Mahadevan mi port in cucina a vedere i suoi famigli 
indaffarati attorno a un calderone in cui preparavano la pozione per mettermi il fuoco addosso. Non 
volli rifare lesperienza di Kottakal e non chiesi con che cosa le erbe erano impastate. Avevo deciso di 
prenderla e il solo vedere la devozione con cui ci lavoravano mi faceva star bene. Lodore, poi, non 
aveva niente di sospetto; era pepato, forte, per niente spiacevole. 

Quando dissi a Mahadevan che avevo dormito male a causa della sinusite, dalla farmacia mi fece 
arrivare degli involtini derbe aromatiche, come dei piccoli sigari che dovevo bruciare per respirarne il 
fumo. 

Passai il resto della giornata a occuparmi del mio naso. Stavo disteso sulla mia branda, leggevo, 
facevo i fumi e godevo degli odori e dei suoni che la brezza mi portava attraverso la finestra: voci di 
bambini, grida di uccelli, il latrare lontano di un cane, rumori di pentole e canti di preghiere che 
arrivavano dalle case del villaggio. 

Ormai avevo limpressione di conoscerlo, quel villaggio: semplice, ordinato, senza grandi ricchi o 
grandi poveri, ritmato da vecchie, provate scadenze e in armonia con gli dei a cui ognuno ogni giorno 
rivolgeva a suo modo il pensiero. Fra le varie conoscenze che avevo fatto cera un insegnante in 
pensione che si era preso limpegno di occuparsi di un piccolo tabernacolo dedicato a Ganesh, allinizio 
della strada lastricata. Regolare, ogni mattina alle sei e mezzo ne apriva il cancellino, sciacquava le 
ciotole e cambiava i fiori. La sera richiudeva il cancellino e accendeva una piccola lampada a olio. Era il 
suo contributo alla comunit, mi aveva detto. 

Questo, immaginavo, era il mondo in cui erano nati i Veda. Questo era lambiente in cui agiva 
ancora Mahadevan con la sua medicina per poveri. Qui, in queste condizioni di vita, layurveda aveva 
senso, qui lui poteva parlare di prevenzione, di vita giusta e di connessione cosmica. Ma in una citt 
moderna, dove ognuno vive per conto suo, da sconosciuto fra sconosciuti? dove la salute sta 
semplicemente nel reagire alla malattia nel tentativo di ristabilire una qualche normalit che permetta 
allammalato, ruzzola nella macchina produttrice, di ripartire la mattina, pigiato nella metropolitana, fare 
il suo lavoro, e tornare la sera nel suo bicamere a guardare la televisione? In quelle condizioni  
indispensabile avere degli aggiustatori,  inevitabile affidarsi alla chimica, ai tranquillanti, ai liquidi 
fosforescenti e al resto. 

Inutili per me, allora, Mahadevan e la sua scienza? Niente affatto. Mahadevan  il medico ideale da 
incontrare quando si  sani. Un medico che si dovrebbe conoscere presto nella vita, perch ci insegni a 
mangiare e a digiunare, a camminare e a stare fermi, a stare in piedi e a star seduti (fa tanta differenza 
come ci si sta!); ci insegni a respirare usando i nostri polmoni in pieno e non solo in parte, a far lamore 
non come esercizio ginnico, ma come atto yogico, visto che oggi siamo in tanti a saper di yoga, come 
atto di unione. Un medico che ci insegni a vivere una vita giusta. 

Guardavo me. In fondo, con tutta la mia simpatia per questa cultura e il mio ascoltare chi me ne 
parlava, anchio altro non ero che un pirata occidentale partito allarrembaggio di questultima nave 
dOriente per cercare di portarle via una medicina. Lavrei ottenuta e lavrei anche usata, ma potevo 
onestamente sperare che avesse su di me, malato dellaltro mondo, lo stesso effetto che avrebbe avuto 
su chi, in questo mondo, ci avrebbe aggiunto il bagno nel fiume sacro, la fatica di un pellegrinaggio o il 
semplice canto dei mantra? 

In altre parole: possiamo affidarci a una medicina distica senza fare una vita distica? Per farla ci 
vuole ben altro che meditare, bere tisane, fare yoga e curarsi con le erbe, tanto per dirsi distici al 
trentasettesimo piano di un grattacielo di New York, o magari in un appartamento elegante al centro di 
Milano! 

Non era, questo dellayurveda, un altro caso di quella deterritorializzazione -e qui anche di 


detemporalizzazione - di cui parlava Leopold? 

Una delle mie ultime sere a Derisanamscope, tornando dal tempio che era diventato la meta delle 
mie passeggiate del tramonto, mi aspett una sorpresa. Nella camera accanto alla mia cerano due nuovi 
ospiti: il vecchio pediatra e sua moglie, miei co-shisha allashram. I due mi erano sempre piaciuti e 
vederli l fu una gioia. Lui, piccolo, forte e compunto -il suo discorso daddio al Swami era stato un 
gioiello di intelligenza e di devozione lei, pi alta, dritta, sempre affettuosamente di appoggio al marito. 

Aspettando che luomo in bicicletta ci portasse la cena, ci sedemmo nel patio davanti alle nostre 
camere. Ricordammo alcune esperienze nellashram, poi lei cominci a parlare della sua famiglia, cosa 
che gli indiani fanno con la stessa facilit degli italiani. Solo che il paragone si ferm l perch la 
conversazione che segu non avrebbe mai potuto aver luogo in Italia n in nessunaltra parte del 
pianeta. 

Le donna mi stava ancora dicendo quanti figli e quanti nipoti avevano e cosa ognuno di loro faceva, 
quando lui la interruppe per raccontare che, poco prima di lasciare casa per andare al corso di Vedanta, 
avevano convocato tutti, figli, nuore e nipoti, per annunciare che da quel giorno il nonno e la nonna, 
dopo una vita in cui nessuno dei due aveva mangiato carne, e solo lui aveva una volta bevuto lalcool, 
ora avevano deciso di comune accordo di rinunciare anche al sesso. Lui a sessantadue anni, lei a 
sessanta avevano fatto voto di castit per meglio concentrarsi sul loro cammino spirituale. Figli, nuore e 
nipoti si erano complimentati per quella decisione e avevano fatto loro una gran festa. 

Il senso di potenza che viene da una decisione come questa  quasi pari al piacere in s, disse lui 
per concludere la storia. Poi ricord come suo padre, quandera bambino, gli diceva sempre che 
luomo, se  determinato, pu fermare una tigre e mungerla. 

La nostra mente  potentissima e con quella possiamo fare di tutto, aggiunse la donna. Era stata 
infermiera, poi per anni aveva diretto una scuola di infermiere e ora, assieme al marito, non aveva che 
un ultimo obbiettivo: raggiungere moksha in questa vita. 

Erano venuti nella clinica di Mahadevan per sottoporsi ai cinque trattamenti di purificazione, i 
panchakarma, a base di oli e massaggi, secondo il principio classico yoga di rafforzare il corpo per 
dedicarsi meglio alla liberazione. 

Quando, come la tartaruga che ritira i suoi arti, colui che medita ritira i sensi dagli oggetti, la sua 
visione si fa ferma e stabile, disse il vecchio pediatra, citando i versi della Gita. 

Ero affascinato; e dentro di me li ammiravo per la loro determinazione. Non cera niente di 
moralistico in quel che facevano. Cera solo la convinzione, ovvia del resto, che chi vuole perseguire un 
obbiettivo deve mandare tutte le sue energie in quella direzione, non nella direzione opposta. Il fine dei 
due era di staccarsi dal corpo, quindi non cera pi ragione che continuassero a dar retta ai sensi di quel corpo. 

Lastinenza  sempre stata considerata dalla tradizione indiana come una condizione indispensabile 
alla conoscenza. Ladolescente che andava a vivere in un Gurukulam prendeva i voti di brahmacharya 
perch in quel momento la sua meta era di conoscere il mondo interiore, il S, non il mondo esteriore, quello appunto percepito dai sensi. Una volta finito il periodo col guru, per, finiva anche limpegno di brahmacharya, e da allora in poi era assolutamente giusto che il giovane perseguisse ogni sorta di piaceri. 

Il sesso di per s non  mai stato visto in India (almeno non fino alla conquista musulmana) come 
riprovevole o come strumento del diavolo. Il Kamasutra  scolpito da secoli nella pietra di uno dei pi sorprendenti templi del paese, quello di Kajurao. E fino a oggi nei mercati di campagna si vendono raffigurazioni erotiche incise su foglie di bamb perch le madri possano insegnare alle figlie come essere buone amanti, una volta sposate. 

Col pediatra e sua moglie ricordammo come il Swami si divertiva ogni tanto a paragonare 
latteggiamento indiano nei confronti dei genitali con quello degli occidentali. Lui stesso ne parlava senza alcun ritegno e diceva quanto saggi erano stati gli antichi a mettere il lingam e la yoni al centro della loro religione. Avevano capito che niente era pi perfetto e pi sacro di quei due organi a cui tutti dobbiamo la vita. Gli occidentali, diceva, li coprono con un foglia di fico; noi indiani li ricopriamo di fiori! 

Mi sorprese con quanta naturalezza riuscii anchio a parlare di sesso col pediatra e sua moglie. Cera saggezza in quel loro prendere le distanze da qualcosa che nella vita richiede di solito tanta attenzione e tanto tempo. Vedevano il loro impegno allastinenza come parte del nuovo equilibrio che cercavano. Lidea di fondo era che nelluniverso tutto  armonizzato e che basta seguire la natura per fare quel che  giusto. Frutta e verdura vanno mangiate nella stagione in cui maturano perch la terra produce cose calde nei tempi freddi e cose fredde nei tempi caldi. La stagione di loro due non era pi quella dei sensi. Li capivo.

E noi, in Occidente, che mangiamo ormai quel che ci pare quando ci pare? Il cavolo a primavera, le 
ciliege dinverno? Che facciamo lamore a ottant'anni, grazie al Viagra? Con quali conseguenze? Alla lunga sono imprevedibili. A breve scadenza, nel caso del Viagra almeno, col rischio dellinfarto. 

Il vecchio pediatra quello se lo sarebbe risparmiato. Il giorno dopo, assieme alla sua cara moglie con cui, dopo averci spartito la vita, spartiva ora lultima avventura dello spirito, avrebbe cominciato la serie dei massaggi purificatori. Dopo una settimana duna vita cos serena e ordinata, lasciare Il posto da cui  stata scoccata la freccia fu un vero distacco. 

Quando, assieme a un gruppo di altri pazienti, salii sullautobus che andava verso Nord, vidi, allineati a salutarmi sui gradini della clinica, Mahadevan, suo padre, il cugino, alcuni dei famigli e il pediatra con sua moglie; ma soprattutto, alle spalle di tutti loro, imponente e sorniona, vidi lei, la donna-demone, immobile a guardare il cielo. In vita aveva disturbato i rishi e Rama; ora, da morta, come per riequilibrare i suoi misfatti, proteggeva -ne ero convinto -quella bolla di sapone della tradizione e quei pochi seguaci fedeli dei grandi, vecchi maestri di vita, i rishi. 

Mi bast fare alcuni chilometri di strada asfaltata per rendermi conto quanto unica e fortunata fosse Derisanamscope. Presto cominciammo a passare attraverso villaggi dove, sopra le palme, svettavano le croci al neon della nuove chiese, costruite dalle aggressive sette protestanti di cui aveva parlato il Swami. Erano grandi e fuori luogo, con la loro ostentata opulenza. Erano per giunta chiuse, perch non era domenica. Sarebbe riuscito il padre di Mahadevan a trovare abbastanza soldi da riparare il vecchio tempio di Rama e farlo vivere ancora per un po, in fondo al villaggio?
...
.
...
FINE Parte 3.